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Aspettando Sanremo, le sperimentazioni degli anni Novanta e Duemila

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

Negli anni ’90 tra i più interessanti sperimentatori linguistici e musicali va segnalato il gruppo milanese “Elio e le storie Tese”, vincitori nel ’96 del Festival di Sanremo con “La terra dei cachi”. Il testo racconta la vita e le abitudini dell’Italia travolta da scandali su scandali (il pizzo, episodi criminali mai puniti, la malasanità) e piena di comportamenti che caratterizzano il cittadino italiano nel mondo, come la passione per il calcio, la pizza e gli spaghetti. I testi dei loro brani contemplano espressioni gergali, inizialmente anche il turpiloquio, sempre nell’ambito di un alto livello stilistico che si rifà al surrealismo e all’avanguardia del futurismo e del dadaismo, aspetto questo riscontrabile in versi come: Commando pam, commando papapapapam, oppure giochi linguistici come: Appalti truccati, trapianti truccati, motorini truccati che scippano donne truccate, Papaveri e papi, la donna cannolo, una lacrima sul visto.

Uno stesso livello di ricerca e di sperimentazione lo ritroviamo anche nell’ambito musicale. La loro musica è caratterizzata da un eclettismo che tende a fondere diversi generi musicali: da rock, al punk rock, dal rap, al jazz fino alla musica operistica.

Nel 1993 Marco Masini contribuisce a creare un “piccolo” caso con una canzone che manifesta subito, già a partire dal titolo, un atto di ribellione. La parola volgare del titolo (“Vaffanculo”) rappresenta un urlo generazionale, un grido di reazione ai difficili anni (gli anni ’90) che si stavano vivendo, anche se a tratti il testo manifesta un carattere prettamente autobiografico.

La sperimentazione poetica, unita a una fusione tra pop e rap, la ritroviamo nel 2007 con Simone Cristicchi con “Ti regalerò una rosa” (vincitore del Festival di Sanremo). Una canzone d’autore che tratta la tematica della malattia mentale in un ambito di grande originalità e di forte impatto emotivo. Ti regalerò una rosa, una rosa rossa per dipingere ogni cosa, io sono come un pianoforte con un tasto rotto, l’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi, i matti sono punti di domanda senza frase.

All’ultimo Festival di Sanremo si è imposta, arrivando prima, “Occidentali’s karma” di Francesco Gabbani. Una canzone dal ritmo orecchiabile con un testo portatore di un messaggio che rispecchia lo stile esistenziale dell’uomo contemporaneo occidentale e la sua spasmodica attitudine nel cercare rifugio nei rituali orientali in cerca di conforto. Uno spaccato sulla contemporaneità, sul modello culturale occidentale, sull’uomo moderno che, tranne l’abbigliamento, non sembra essere molto diverso dal suo progenitore che viveva nelle caverne. Essere o dover essere. Il dubbio amletico, contemporaneo come l’uomo del neolitico. L’evoluzione inciampa, la scimmia nuda balla.

Se la canzone, quindi, ha da sempre rappresentato un riflesso della situazione storico-sociale del suo tempo, imponendo al tempo stesso un linguaggio che andava a influenzare il lessico soprattutto delle giovani generazioni, un analogo discorso può essere fatto anche riguardo la degenerazione linguistica che si sta verificando a causa dell’avvento delle nuove tecnologie. L’uso frequente dei sistemi di messaggistica istantanea ha fatto sì che il linguaggio dei giovani risulti sempre più contaminato da forme sintattiche e lessicali del tutto nuove che poco hanno a che fare con il corretto uso dell’italiano. Un processo tanto preoccupante quanto all’apparenza irreversibile.

Ma questa è tutta un’altra storia.

 


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