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Dove ci porta il mondo?

Arte, Cultura & Società

Molti sono, oggi, coloro che soffrono grave disagio per l’orientamento che ha preso il mondo, per le inaugurate frontiere culturali, etiche, sociali – e di tutte quelle scienze e attività che dovrebbero avere fondamento in esse.

Un percorso che sembra essere diretto, per diversi aspetti, verso traguardi non necessariamente positivi, ma anzi – al di là delle apparenze e dei facili entusiasmi – discutibili e spesso ingannevoli. Un percorso che a noi appare attraversato da molti dubbi, incertezze, e pervaso da inquietanti prospettive che originano dalle loro stesse cattive premesse.

Perciò mi pare lecita la domanda: non siamo per caso condotti dove non vorremmo andare? O incamminati per dove non ci conviene andare?

Ma non voglio sconfinare in argomenti che potrebbero rivelarsi impervi, e scompaginare ulteriormente idee e sentimenti già convulsi e confusi nella situazione di caos dei nostri giorni. Non accennerò neppure ai dati concreti dei problemi che costituirebbero la premessa di quanto andrò dicendo, perché direi delle ovvietà. Sono sotto gli occhi di tutti, e solo chi non vuol vederli non li vede.

Voglio solo far presente che – visto il malessere cui ci conduce quel che, lato sensu, possiamo intendere come Cultura dei nostri giorni – sarebbe cosa saggia, eticamente ed esteticamente valida, e ragionevolmente fondata, se si potesse invertire, – non dico con una sterzata, ma con la necessaria avvedutezza – la rotta di questo cammino per dar corpo ad una nuova visione del mondo, non più esclusivamente orientata verso valori materialistici, consumistici e assolutamente laici e mondani – rivelatisi disumanizzanti e nefasti – non su uno sviluppo della Scienza malamente intesa, asservita al lato oscuro delle tendenze umane, che già in passato ha secondato guerre, sconvolgimenti e catastrofi, o radicali ingiustizie e palesi innaturali diseguaglianze, ma su una visione nutrita degli opposti ideali.

È una cosa che tutti, implicitamente, e consapevolmente ci auguriamo, e che attendiamo con ansia. Tuttavia, gli eventi che stiamo vivendo sembrano contrari a una visione più rosea della realtà. Un futuro di questo tipo – ammesso che ci sarà dato – è ancora lontano, molte cose dovranno cambiare nella nostra realtà interiore e in quella fuori di noi. Tutta una cultura dovrà mutare, ma, in qualche modo, noi siamo chiamati a fare la nostra parte, sovvertendo prima di tutto, in noi, le radici di un’etica malsana, strutturata secondo principi egoici: e ciò porterebbe già a un benefico mutamento di tutta la società attuale: sarà necessaria una nuova visione che imposti i rapporti umani in altro modo, diverso da come la cultura, in particolare quella modernista, ha predicato, e in qualche modo pianificato, esaltando l’individuo e glorificando l’edonismo come principio del mondo, così come avviene oggi. Per quel che concerne i rapporti umani, sarà necessario un mutamento orientato piuttosto verso idee di collaborazione – un concetto che mi pare autenticamente inclusivo – e non di competizione ( che è guerra dissimulata, portatrice di odio e divisioni ). Si eviterebbe, in tal modo, anche il giudizio sempre più malevolo verso i nostri simili – concepiti, in quest’ottica, come nostri nemici.

Oltre che da una conoscenza approssimativa ed errata nei suoi presupposti e fondamenti, un giudizio che scaturisca anche dall’ottica della competizione che, come dicevo, è uguale a guerra, avrà le sue stesse nefaste conseguenze – anche se si tratterà di piccola guerra, di quelle non combattuta con le armi, bensì con le sole parole – e non potrà generare, a sua volta, altro che malcontento e divisioni e guerra.

La Competizione, radicata come cosa da perseguire all’interno della società per ottenere successo e potere, mi appare, dunque, come la matrice di ogni violenza, fisica o psicologica che sia, che perpetua ed estende dappertutto il suo intimo male, e reca in sé, come corollario, tanti altri mali che da essa traggono linfa e alimento.

La società attuale – senza attribuire colpe a chicchessia – è basata su idee contrapposte, che tra loro non si integrano perché palesemente inconciliabili: da una parte abbiamo il diktat della competizione; dall’altra si vorrebbe ipocritamente far passare quello della fratellanza universale, che mal si lega col precedente, essendo quest’ultimo impostato sul principio cristiano dell’amore verso il prossimo, e l’altro sul principio antitetico dell’egoismo. Ed è evidente che le due cose non vanno a braccetto.

Ma si parla pure spesso, e vanamente, di “sana competizione”, che è chiaramente un concetto costruito ad arte per nobilitare e far accettare, a coloro che usano poco il cervello, un principio di per sé negativo. Tale espressione, palesemente ossimorica, è per l’aristotelico, incontestabile “principio di non contraddizione”, inammissibile, poiché la negazione di qualcosa non può entrare a far parte della cosa di cui rappresenta una negazione.

C’è anche da dire che le idee imposte dalle dottrine neoliberiste hanno avuto un impatto devastante non solo per l’economia e la politica a livello mondiale, ma sono state pervasive di tutta la cultura in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. Sono state, e continuano ad essere, la rovina del mondo: hanno privato della democrazia i popoli, hanno introdotto un sistema che drena ricchezze dal basso, favorendo l’arricchimento stratosferico delle élite finanziarie ed economiche e l’impoverimento sempre più veloce delle classi inferiori. Attraverso questo macroscopico potere dominano il mondo. Ogni volontà è soggetta al loro imperio: sia quella di ciò che erano un tempo gli Stati Nazionali che quella dei popoli. Hanno definitivamente sostituito alla politica l’economia, alla democrazia una bieca plutocrazia. Hanno voluto, organizzato, e imposto, col supporto dei canali ufficiali dell’informazione, un “pensiero unico”, che loro stessi gestiscono nelle nostre teste, per i loro esclusivi interessi. Un pensiero indotto, eterodiretto che è stato instillato, poco per volta, nei nostri cervelli, in maniera subdola e insensibile, sino all’assuefazione ( e il paragone della chomskyana “rana bollita” è quanto mai calzante).

Molto tempo ci vorrà allora per riconquistare l’indipendenza che abbiamo perduta.

Dovrebbe cambiare, poco alla volta, l’intero genere umano e per questo ci vorrà del tempo. A meno che non intervenga la folgore del Divino, che fece del persecutore un discepolo. Poiché non è sufficiente che ci si imponga di vedere le cose in modo diverso: dovremmo prima cambiare noi, tornare a noi stessi, ed operare secondo questi nuovi o recuperati principi. Di conseguenza cambierà il mondo.

Attualmente non ci si può imporre una visione positiva. Quella si conquista grado per grado, e il nostro cambiamento procede di pari passo con quello degli altri, e dunque della realtà intera.

Ma tutto questo non vuole essere che un auspicio, anche se di ardua attuazione. Allora auguriamoci presto di invertire la rotta, prima di tutto in noi, secondando una nuova e più rosea visione del nostro vivere e del mondo.

Rossella Cerniglia


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