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Quando c’era “Carosello”. Meritò anche un francobollo

Cronaca

Meritò anche un francobollo

Il tormentone era divenuto ormai “più noioso dell’usato”: «Bimbi, dopo il Carosello tutti a nanna», mai tedioso fu, di contro, lo spettacolo che per vent’anni Carosello offrì agli italiani.

Rappresentò la prima forma di pubblicità televisiva, ben organizzata e piacevole, con regole precise e che servì ad aggirare il divieto, esistente allora, di fare pubblicità nel corso dei programmi televisivi.

Carosello andò in onda per la prima volta sul programma nazionale della Tv (che era anche l’unico) il 3 febbraio 1957, concludendo la sua carriera il 1 gennaio 1977, dopo circa venti ani di onorato servizio e oltre sette mila gustosi episodi.

In quell’anno gli abbonati non erano molti, poco più di 360.000, in considerazione del costo elevato degli apparecchi di ricezione. Tenuto conto che all’epoca uno stipendio medio si aggirava sulle 40mila lire al mese, non era da tutti poter acquistare una TV il cui costo si poneva oltre le 200 mila lire.

Le regole per la messa in onda degli spot pubblicitari erano ben precise:

  • Il pezzo non poteva durare più di un minuto e 45 secondi;
  • La parte di “spettacolo” doveva essere ben distinta da quella pubblicitaria, il cosiddetto “codino”;
  • Quest’ultimo, della durata di 30secondi, era dedicato al nome e alle caratteristiche del prodotto reclamizzato.

Il tutto era annunciato dall’aprirsi di un sipario teatrale con accompagnamento di fanfara.

Carosello arrivo nel posto giusto al momento giusto, infatti, la televisione diventerà da lì a poco l’elettrodomestico per antonomasia, e il momento era quello del boom economico. Mai come allora la pubblicità è stata l’anima del commercio, in un’Italia che cominciava a incamminarsi nell’era del consumismo.

Ti era venuto l’uzzolo del frigorifero? Quale scegliere? Ma quello caldamente consigliato dagli abitanti del pianeta Papalla, naturalmente.

Bucato bianco? Ci pensava il mitico Calimero a suggerire il prodotto giusto. In fatto di bianchezza, poi, era una lotta all’ultimo splendore, perché c’era chi faceva il bucato così bianco che più bianco non si sarebbe potuto, ma c’era anche quello che superava l’esame finestra e quello che rendeva le lenzuola bianche, ma così bianche da essere quasi azzurrine (ma che senso aveva?).

Non parliamo poi dei dentifrici, ce n’era per tutti gusti, è proprio il caso di dirlo. Si andava da quello che rendeva il sorriso così affabulante da autorizzare a dire “quello che si vuole”, a quello che parafrasando Pirandello faceva nascere un “fiore in bocca”.

Uno dei meriti indiscussi del programma fu l’affermazione della scuola italiana nell’ambito dei disegni animati. Per quanto l’esperienza in Italia fosse nata nel lontano 1914 come effetto speciale nel film Cabiria, è solo nel dopoguerra che si assiste a qualche pellicola di pregio, come “I Fratelli Dinamite” di Nino Pagot nel 1949 e “La Rosa di Bagdad”  di Anton Gino Domeneghini, dello stesso anno e “La Piccola Fiammiferaria” del 1953, firmato da Romano Scarpa, questi  molto più noto come fumettista della Disney. Con Carosello si affermarono Gino e Robero Gavioli, Paul Campani, Nino e Toni Pagot, Armando Testa, e molti altri.

I cartoni animati, gustosissimi, tutti legati a un particolare prodotto che lo caratterizzeranno per sempre, spaziavano dall’Olandesina al Caballero e Carmencita, da Ulisse e la sua ombra al Vigile e il foresto, dal Guardiano del Pretorio a Jo Condor, passando per Miquel son mi e l’Omino coi baffi.

Tanti gli attori del momento e molti di quelli del passato prossimo che prestarono il loro volto e la loro voce per Carosello, ad iniziare dal Calindri che serafico ed incurante del traffico sorseggiava un Cynar in mezzo alla strada, seduto ad un tavolino, sino a giungere ai mostri sacri del cinema internazionale, quali Orson Welles e Yul Brynner.

La pubblicità veicolata dalla televisione giunse, come accennato nel posto e nel momento giusto. Si era in piena ripresa economica e i gusti degli italiani furono senza ombra di dubbio influenzati dalla Tv attraverso gli artisti, che entrarono a fare parte di quel contenitore di propaganda commerciale. Erano i tempi in cui sarebbe stato impensabile interrompere un film per fare pubblicità, oggi è un brutto vezzo che se scusabile per le TV commerciali non lo è per quella pubblica che dovrebbe vivere sul canone, al pari di una volta. Senza contare che ormai con i telecomandi la pubblicità non la vede più nessuno, si cambia canale; si cambia e si ricambia sino a trovare uno spazio libero e poi si torna all’origine, cosicché la reclame, come si diceva un tempo, se la vede chi l’ha fatta. Dispiace ma è così, il troppo ha sempre storpiato. 

A uccidere Carosello, è stato anche questo, l’eccesso, oltre alla pluralità dei canali e il mutare dei gusti.

I bimbi adesso vanno a letto quando vogliono, se non sono addirittura loro a mandare a nanna i genitori. O tempora, o mores!

Giuseppe Rinaldi

 

 

 

 


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