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Vicissitudini di Giovanni Drogo: l’attesa del sogno nella realtà

Arte, Cultura & Società

A spiegare la genesi del suo più noto romanzo Il deserto dei Tartari, Buzzati aveva affermato essere nato dalla riflessione su un lavoro –quello di giornalista- che l’aveva impegnato già dal 1933 al 1939. Lavoro, per certi versi, “pesante e monotono”, come egli ebbe a dire, in cui gli anni passavano ed egli si chiedeva se sarebbe stato sempre così, se mai le speranze, i sogni, avrebbero trovato concretezza o non toccasse loro di diluirsi in quel trascorrere e in esso trovare la morte, atrofizzandosi a poco a poco.

La storia narrata, semplice ed essenziale nella sua esile trama, si è prestata a diverse interpretazioni. Molti vi hanno ravvisato un richiamo ad una visione kafkiana dell’esistere, ad una dimensione dell’assurdo come struttura imprescindibile dell’esistenza, altri vi hanno indovinato una rappresentazione, in termini astratti, del rapporto dell’uomo Buzzati con la storia di quel particolare momento, cioè col fascismo. Ma comunque stiano le cose, il fascino vero e profondo dell’opera deriva dal fatto che la vicenda di Giovanni Drogo e degli altri, ufficiali e soldati, che nel romanzo presidiano la fortezza Bastiani, non è che una metafora della vita nei suoi termini più universali e drammatici.

Tale Fortezza, riveste, perciò, grande importanza nell’opera, condensa il senso di una scelta di vita radicale, drammatica ed eroica – e perciò destinale – nel protagonista del romanzo, Giovanni Drogo, che ad essa era stato assegnato dopo la nomina ad ufficiale. Buzzati ce la presenta come un avamposto di uno sperduto sito di confine, da secoli misteriosamente minacciato dall’invasione dei Tartari, una popolazione che acquista, nel romanzo, tratti favolosi e remoti, situandosi all’orizzonte di quello spazio-tempo immaginario entro cui viene a dispiegarsi la vicenda.

Insieme agli impervi scenari su cui si staglia, la mole della Fortezza si mostra, già al primo apparire, avviluppata in un’atmosfera straniante, quasi metafisica e surreale. Nel suo icastico nitore vive una strana fascinazione che la colloca in una dimensione in sé conclusa, conturbante, avulsa dalla vita normale.

La città, infatti, che Drogo ha lasciato, e che questa vita “normale” rappresenta, resta, da essa, in una lontananza imprecisata; lo stesso Drogo ne interrompe, a partire da un determinato momento, i ponti, persino con quanto di più caro vi rimane incluso: gli affetti familiari, la ragazza che un tempo corteggiava. Perciò, in confronto alla città, la scelta della Fortezza che Drogo compie, adeguandosi ad essa, è una scelta impervia, ma imperativa, ben definita; precisamente la scelta del destino di chi vuol guardare nel profondo dell’essere e della realtà e scoprirne un senso, un valore che ci consenta di sopportare la pena di vivere. Non per nulla l’originario titolo del romanzo era stato La Fortezza, poiché essa è la vita così come si configura in questa interiore ricerca di senso, in una nuova intima consapevolezza che include il tentativo di dare giustificazione all’insensato procedere del tempo, all’insignificanza dei giorni che seguono ai giorni senza che niente di veramente incisivo giunga a maturazione per riscattare solitudine e angoscia: il profondo misterioso niente che ci sta innanzi e nel quale sembra immersa tutta la nostra esistenza.

E il Deserto che si estende davanti alla Fortezza, metafora di questo vuoto e di questo niente, landa desolata, arduo scenario su cui si profila la vicenda, viene a rappresentare nient’altro che la misteriosa, desolante prospettiva del vivere: un nulla, appunto, se non ci fosse, per essa, pur simile a un lontano miraggio, l’aspettativa di un riscatto a tale insignificanza.

Così l’esistenza della Fortezza, la vita che in essa si conduce, trova una sua ragion d’essere nell’assurda fantasticheria, nella remota improbabile ipotesi di un’aggressione da parte dei leggendari Tartari che venga a interrompere il monotono avvicendarsi di giorni vani, fornendoli di un senso che renda vivibile la vita.

Ma il tema su cui è imperniata l’intera vicenda – quello del sogno, ovvero dell’attesa di un riscatto che renda giustizia di un vivere altrimenti insensato e nullificante, è inesorabilmente legato al processo del tempo. Nella sua connotazione reale esso scorre inesorabile e inavvertito, cambiando gli esseri e le cose. Ma il tempo dell’attesa – tempo tutto interiore – è statico, interamente proiettato nell’attimo che dovrebbe costituire la salvezza: la possibilità di un gesto etico ed estetico insieme, nobile ed eroico, determinante e costruttore di senso e di valore. Perciò i giorni si susseguono ai giorni nella Fortezza, monotoni e pregni di una lacerante tensione. Ed è, appunto, come se il tempo, focalizzato su questa attesa, su quest’unica prospettiva, non scorresse più.

Nella narrazione esso sembra fermarsi e stagnare nella perenne e snervante attenzione per l’ipotetico leggendario nemico, per le sue lente incerte oscure manovre che preludono a quella agognata epica battaglia che verrà a colmare la mancanza di senso che è la vita (anche nella Fortezza).

Ma questa apparente stasi sembra legarsi a un tempo ben preciso: si rende percepibile fintanto che la giovinezza dura, poiché la giovinezza è essenzialmente “attesa”, speranza di grandi eventi, illusorie aspettative, e sogno.

Nondimeno, nel protrarsi di questa monotona immobilità del tempo, a un certo punto, Drogo sentirà gli anni pesare su di sé quasi all’improvviso. E nel racconto è come se il tempo – prima fermo, stagnante – si fosse messo in movimento, scorrendo sempre più velocemente, depositandosi sulle cose con ritmo crescente: improvviso segnale che la giovinezza è finita.

Ed è così che sotto il peso degli anni che, quasi a sua insaputa, si sono accumulati sul corpo e sullo spirito, nel cadere delle speranze e delle illusioni, il tempo riaffiora e riprende il suo corso, nel protagonista, divenendo divoratore inesorabile: infatti, solo all’interno di una vita vissuta in profondità come necessaria ricerca di senso e di valore – espressa attraverso l’ineffabile luogo che è la Fortezza – il tempo ha una connotazione tutta interiore. Fuori, il tempo reale, quello che fluisce nella “dimensione cittadina” – da cui Drogo si è allontanato per scegliere la Fortezza – è invece sotterraneo, inavvertito ed incessante mutamento.

La dimensione della Città e quella della Fortezza rappresentano, perciò, due modi possibili di vivere, anzi di affrontare la vita, ne sono gli emblemi: dissipato e superficiale l’uno; interiorizzato e profondo l’altro. Non per nulla, nel suo breve ritorno in città per una licenza, Drogo ne coglie ormai la distanza definitiva, irrecuperabile dal suo sé. Avverte la strana improvvisa lontananza da tutto, che lo avviluppa con un senso quasi fisico di malessere; ogni cosa gli appare perduta per sempre, inspiegabilmente estranea, persino la vecchia casa, la sua stessa stanza, la madre, la sua quasi- fidanzata. Tutto, allora, i mobili, gli oggetti che gli erano familiari, le voci e i gesti delle persone care, quanto era stato per lui assai intimo, gli diventa, a un tratto, remoto ed estraneo; ed egli, dolorosamente, prende coscienza di tale estraneità come pure del fatto che egli stesso è divenuto distante ed estraneo agli altri.

Ed è questa nuova e definitiva maturazione, percepita come estraneità e lontananza dalla vita degli altri, dalla vita comune, che lo radica definitivamente in quella scelta essenziale – e di per sé eroica – che è la vita nella Fortezza, col suo farsi giornaliero non meno disadorno e incolore di quello da cui prende le distanze, anzi ancor più marcatamente monotono e vuoto, ma più consapevole della solitudine e del mistero di esistere, e col miraggio lontano di una irraggiungibile pienezza e felicità.

Tuttavia, il sogno, per Giovanni Drogo non giunge: si mostra solo all’orizzonte quando è oramai troppo tardi, a dire che la vita si consuma priva di senso, anche e proprio per lui che tanto lo aveva cercato, tanto invocato. E la morte è lo straziante epilogo di tale attesa.

Giovanni Drogo, che per Buzzati è il paradigma non solo di se stesso, non solo dell’intellettuale che si misura con la realtà insormontabile del destino, ma dell’uomo intero che vive entro una realtà inesplicabile, Giovanni Drogo morirà solo, reietto e oscuro, lontano dalla dimensione ideale che tanto aveva cercato. I Tartari, infine, muoveranno guerra, ma solo quando egli, debole e malato, non potrà più prendervi parte. E questo – sembra voler dire lo scrittore – è il destino dell’uomo quando si misura con cose che sopravanzano i suoi angusti confini, la finitudine dell’esistenza stessa: il suo “senso”, il suo vero profondo fine rimarranno imperscrutabili, trascendenti. E all’uomo sarà consentito solo un sofferto e dignitoso accettare, nel momento estremo, l’inevitabile destino e la struggente sconfitta: il limite insopprimibile, connaturato alla nostra esperienza terrena.

Rossella Cerniglia

Tag: Deserto dei Tartari

 

 


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