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Siamo occhi, siamo piume (di pavone)

Arte, Cultura & Società

Ricordate Marx? Sua questa tesi di grande potenza ed ancor più enorme portata: non è la coscienza a determinare l’esistenza, ma è l’esistenza a determinare la coscienza. Per esistenza Marx intende la dimensione concreta del lavoro, in tedesco Arbeit, ovvero attività conforme ad uno scopo. Ne consegue che il modo in cui l’uomo lavora, producendo, determina il modo in cui si configura la sua coscienza.

Dunque l’uomo è ciò che produce. Ma cosa succederebbe se venisse un tempo in cui i più non producono alcunché, ma solo consumano? O meglio ancora: chi e cosa determina la nostra coscienza, se i più tra noi non producono quel che usano e consumano per eccellenza, quotidianamente, 24 ore su 24. Stiamo ovviamente parlando di smartphone e tv, via cavo o digitale terrestre, tablet con app di ogni genere. Tutto un digitare e cliccare, vedere e rivedere, fugacemente, insaziabilmente. Mi piace e mi piace, no, non mi piace e ti banno, ti trollo o ti blasto, e così di digitazione in digitazione. Scorrimento veloce, frenetico. Tutto immagine per più niente immaginare. Io che mi faccio immagine per essere visto. Essendo visto, esisto. Più mi vedono, più io sono. A tanti piaccio, tanto mi piaccio. Esisto grazie agli altri. Più gli altri mi guardano, più mi sento vivo. Se sono tanto visto, il mio Io straripa. È immenso.

Marx dunque ci dice: l’attività pratica è l’originario che, esterno alla coscienza, ne favorisce la formazione. Probabilmente si tratta di un circolo, invece, per cui il prodotto di una coscienza, il figlio partorito da un’intuizione puramente intellettuale che ipotizza su frammenti di dati, ha condotto alla costruzione di un congegno che per i più resta un marchingegno, per quanto oscuro e complesso infine risulti nella sua invenzione. Presenta però un vantaggio, inestimabile, irresistibile: il marchingegno si mostra facile all’uso. User-friendly, si dice nella lingua con cui si è soliti ormai formulare l’ipotesi razionale, scaturigine del prodotto.

Dobbiamo comprendere che un soggetto che desidera, legge, scrive, gioca, ricerca e comunica con gli strumenti digitali e la rete di internet non è più lo stesso di prima. C’è innanzitutto una dose di controllo su quanto esterniamo, pensieri compresi. Un controllo che è cresciuto enormemente e in modo enormemente sofisticato. Le pratiche di sorveglianza, anche indiretta e “involontaria” (si pensi alla videosorveglianza pubblica e privata che scruta giorno e notte le nostre strade), non sembrano destinate a diminuire. Al contrario. E si fanno ogni giorno più sofisticate. La Rete, il web, è tutt’altro che un fenomeno intrinsecamente democratico, ossia egualitario o almeno equalizzante. Crea e si fonda su asimmetrie e squilibri enormi tra chi vede e chi è solo visto, guardato, scrutato, nell’illusione di poter vedere a sua volta. Cosa che può anche essere, ma soltanto fra una massa di “guardabili”, un po’ tutti noi cittadini qualunque, voyeurs volontari o meno, mentre vi è una cerchia ristretta di “inguardabili” che però possono guardare tutti e tutto. Nemmeno questi poi sono, a loro volta, del tutto esenti dall’essere guardati, anche se è indubbio che gli agenti della sorveglianza, delle intercettazioni telefoniche e informatiche, ecc., ecc., detengono una quota di effettivo potere assai rilevante.

Scriveva Michel Foucault nel suo Sorvegliare e punire. La nascita della prigione (1975): “La piena luce e lo sguardo di un sorvegliante captano più di quanto facesse l’ombra, che, alla fine, proteggeva. La visibilità è una trappola […]. Di qui l’effetto principale del Panopticon: indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere”. Panopticon, o panottico, è un carcere ideale progettato nel 1791, 230 anni fa, dal filosofo londinese Jeremy Bentham, il padre dell’utilitarismo e un pioniere del diritto degli animali. L’idea di fondo è consentire ad un unico sorvegliante di poter osservare (opticon) tutti (pan) i prigionieri, senza che questi possano in nessun momento sapere se sono controllati o meno. L’esito auspicato da Bentham è che gli ospiti dell’istituto carcerario diventino i primi sorveglianti di se stessi, perché hanno finito per interiorizzare l’idea del controllo. Si autocontrollano, certi come sono che qualcuno li sta sicuramente osservando: il guardiano di turno. Bentham pensa il progetto a fini di ottimizzazione e massimizzazione della funzione primaria di un luogo di detenzione, il controllo appunto. Il nome fa riferimento anche ad Argo Panoptes (“Argo che tutto vede”) che, nella mitologia greca, è un gigante dai molti occhi. Secondo alcuni miti ne aveva quattro, due davanti e due dietro. Secondo altri, ne aveva cento. Dormiva chiudendone cinquanta per volta, senza così mai perdere di vista niente e nessuno. Altri miti sostengono che ne avesse innumerevoli su tutto il corpo. In ogni caso, è evidente perché si tratti del guardiano per eccellenza. La filosofia utilitaristica del pioniere Bentham evoca il mostro in nome di ciò che è conveniente al Potere. Il riformatore sociale partorisce il deforme imprigionato nel labirinto.

Dal materialismo storico di Marx all’antico mito greco. L’uno completa l’altro. L’uno, il mito, ci dice forse ancor più dell’altro, il materialismo marxiano, che presume di essere scienza e non favola. Di Argo si narra soprattutto con riferimento alla vicenda che vede il solito libidinoso Zeus concupire e possedere la mortale lo. Secondo versioni più arcaiche del mito, essendo figlia di ninfa, anche lei godeva di immortalità; in epoca tarda tale figura legata alla natura, la ninfa appunto, pur assai longeva, fu talora considerata mortale. In ogni caso, sia come sia, il problema stava altrove. Io era una giovane sacerdotessa di Era, moglie di Zeus. Va detto che, in questo episodio, il Signore dell’Olimpo aveva meno colpe del solito, perché la sua infatuazione per Io era stata l’effetto di un filtro amoroso che Iunce, figlia di Pan, gli aveva somministrato incautamente (forse). Accusato di infedeltà, Zeus negò il tradimento e trasformò Io in una bianca giovenca. Era, comunque sospettosa del marito, non nuovo all’adulterio, ne rivendicò la proprietà ed affidò ad Argo Panoptes la custodia della ninfa. Il superocchiuto gigante legò l’animale ad un ulivo che cresceva in un bosco sacro a Micene. Se anche dormiva, tra il laccio e gli occhi lasciati comunque aperti, tra gli innumerevoli di cui era dotato, il controllo pareva assicurato.

Zeus però univa ad una incontenibile libidine un ancor più tenero cuore, e così si dispiacque per Io. Incaricò perciò Ermes di liberarla. Camuffatosi da pastore, il dio messaggero riuscì ad ammansire Argo al suono di una dolce melodia. Vi riuscì così tanto che tutti e cento gli occhi del gigante si chiusero. Addormentatosi, fu decapitato dallo spietato Ermes. Liberata Io, Era prese tutti gli occhi dalla testa di Argo e li pose sulle piume del pavone, animale a lei sacro.

Cosa dedurre da questo mito, così lontano così vicino? Che i nostri occhi di mortali, perché questo siamo e tali restiamo, moltiplicati all’infinito ci illudono di poter controllare tutto e tutti dai social che compulsiamo come ossessi. Ma il mezzo digitale possiede te, che t’illudi di possederlo, e così la Tecnica, nuova Ananke, madre delle Moire, ovvero la Necessità che, secondo Platone, gestisce il destino delle anime di ciascuno di noi, ci induce a prendere gli occhi degli altri e ad appiccicarceli sulle piume con le quali tentiamo invano di coprire le nudità delle nostre identità perdute. L’identità: per un adolescente si tratta persino di qualcosa di mai posseduto, perché era solo timido e fragile germoglio, che rapido appassisce. Ciò è dovuto al fatto che, tentato prematuramente di molto vedere, l’adolescente finisce per essere solo il riflesso degli occhi altrui che si appunta sul proprio profilo. Vogliamo essere guardati a vista, giorno e notte, per assicurarci di essere degni di stare al mondo. Se mi guardi, io esisto. Il fenomeno, presente già in epoca pre-digitale, ha oggi il suo potenziamento fatale. Attenzione, perché è a tutti evidente come la regressione adolescenziale colpisca adulti di ogni età, rango e professione. Si tratta dell’incantesimo operato dalle divinità ctonie, ossia appartenenti all’abisso, alle profondità terrestri della tecnologia digitale.

Condanna finale del mortale contagiato da hybris? Sprofondare nell’informe, mentre, pur deforme, si pavoneggia di fronte ad uno specchio che in realtà era un calapranzi precipitato all’inferno.

[articolo originariamente apparso su «L’intellettuale Dissidente» il 5 febbraio 2021. Si ringrazia Davide Brullo, direttore editoriale]


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