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Il lavoro e le città

Cronaca

di Luigi Triggiani

Segretario Generale di Unioncamere Puglia

e Luciano Sechi

Giornalista

Anche quando saremo tutti vaccinati, quando lentamente cominceremo a riabituarci al contatto fisico e potremo scorgere le nuove rughe del vicino celate dalla mascherina per troppo tempo, quando non trasaliremo nel vedere un abbraccio nella scena di un film, anche allora nulla sarà come prima nella nostra vita quotidiana, almeno nelle grandi città. Il perdurare dell’epidemia ha demolito consuetudini granitiche e, nel mondo lavorativo, ha reso l’eccezione del lavoro agile una regola. Se – dagli anni ‘50 del secolo scorso in Italia e in altri momenti nel resto del mondo – uno dei principali problemi è quello dell’urbanizzazione feroce, del consumismo sfrenato e della sostenibilità delle città, con casi europei come Londra e Parigi i cui agglomerati urbani concentrano quasi un sesto dell’intera popolazione, dopo la tempesta pandemica e per molto tempo le cose saranno destinate a cambiare.

Secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, specie durante la fase più difficile, lo smart working ha interessato il 97% delle grani imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle piccole e medie imprese, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori, circa un terzo del totale dei dipendenti italiani, decuplicando i dati sui lavoratori agili censiti nel 2019. Si stima comunque che alla fine della pandemia saranno circa 5,35 milioni i lavoratori agili in Italia: 1,72 mln nelle grandi organizzazioni, 920mila nelle Pmi, 1,23 nelle microimprese e 1,48 nelle pubbliche amministrazioni. Un numero così ampio non potrà prescindere da una contrattazione  collettiva e da una normativa ad hoc che superi l’attuale legge del 2017, evitando comunque una rigidità che certo non aiuterebbe l’assestamento di un processo lavorativo che ancora vive  una dinamica da emergenza.

Un altro elemento da considerare è come lo smart working abbia interessato in prevalenza il terziario, anche se ormai non risparmia neanche il manifatturiero che con la pandemia ha sicuramente pagato un prezzo meno alto, sia in termini di produzione che occupazionali. L’Istat ha evidenziato come su 101 mila lavoratori che hanno perso il lavoro a dicembre 2020 (-0,4% rispetto a novembre), ben 99mila siano donne e solo 2mila sono uomini. Al di là delle penalizzazioni di genere, che non vanno certo sottaciute, il dato indica come prevalentemente  si siano persi posti di lavoro nei servizi dove l’occupazione femminile è maggiore. Inoltre, l’accelerazione innescata dalla pandemia sull’equilibrio tra lavoro in ufficio e lavoro da remoto non potrà non modificare la stessa innovazione tecnologica, presumibilmente con una nuova centralità della realtà aumentata e della realtà virtuale. Tutto ciò inevitabilmente avrà ricadute sulla vita quotidiana di ognuno, non sappiamo quanto in meglio o in peggio. Di una cosa però si può essere certi: tutto sarà col tempo profondamente diverso da quanto eravamo abituati sino ai primi del 2020.

La possibilità di lavorare in ciabatte, da casa, sta cambiando un’economia fatta di acquisti prima e dopo l’orario di ufficio, del brunch con i colleghi e dello sguardo quotidiano alle vetrine dei negozi, per vedere se è arrivata la nuova collezione. tassisti ed enti di trasporto, B&B e proprietari di case date in affitto, insieme a una miriade di piccole attività legate alla vita frenetica della città come centro di aggregazione lavorativa obbligata, dovranno affrontare una fase di inevitabile calo a causa dello svuotamento delle città.

Lo smart working – risultato fondamentale durante la pandemia nel garantire la continuità operativa aziendale e la fornitura di numerosi servizi – passata la paura, sarà con ogni probabilità una formula utilizzata in modo stabile. Il fenomeno del resto era già in crescita prima della pandemia. Secondo il report 2019 dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, nel corso dell’anno scorso il 58% delle grandi imprese ha dato il via a piani di lavoro agile. Un dato in crescita rispetto al 56% dell’anno precedente. A prescindere dall’urgenza e dalle numerose proroghe dello stato di emergenza, la Funzione Pubblica ha approvato, con decreto del 9 dicembre 2020, le Linee guida che indirizzano le amministrazioni nella predisposizione del Piano organizzativo del lavoro agile, con particolare riferimento alla definizione di specifici indicatori di performance. Un altro acronimo da imparare, il Pola, che individua le modalità attuative del lavoro agile prevedendo, per le attività che possono essere svolte da remoto, che almeno il 60% dei dipendenti possa avvalersene. In caso di mancata adozione del Pola, il lavoro agile si applica almeno al 30% per cento dei dipendenti.  

Sulla stessa lunghezza d’onda colossi come Leonardo, Unicredit ed Eni, con il suo amministratore delegato Claudio Granata che dichiara: “Anche dopo la scoperta del vaccino anti-Covid, il 35% dei dipendenti lavorerà in maniera fissa da casa”. Secondo Cesare Avenia, presidente di Confindustria digitale: “A regime il 60% dei posti di lavoro sarà gestito solo da remoto e a guadagnarci saranno la produttività del settore e il benessere dei lavoratori”.

Di tutti i lavoratori? Non secondo il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che dice: “Quando vedo chiuse le torri che ospitavano fino a 3mila dipendenti, come sindaco mi preoccupo. I consumi sono in discesa e sarà così per un periodo abbastanza lungo. Così rischia di rimetterci Milano”. Certo, per molte imprese, per molti lavoratori e per l’ambiente, lo smart working è davvero una panacea, o un affare, ma l’economia delle città – per come sono configurate oggi e in cui vivono e lavorano milioni d’italiani occupati nel terziario, costruito in mezzo secolo e di cui eravamo orgogliosi – dovrà essere ripensata. Ismea stima che a fine 2020 il canale Ho.Re.Ca, ovvero il settore legato a Hotel e ristorazione, potrebbe perdere fino al 40% del proprio fatturato. I risvolti occupazionali sui più deboli, in questa galassia fatta da tantissime microimprese e partite iva, potrebbero essere molto pesanti.

Nel 2012 Enrico Moretti, docente dell’Università di Berkeley, nel suo libro ‘La nuova geografia del lavoro’, sosteneva che con un posto di lavoro qualificato in più si creavano fino a 5 posti di lavoro non qualificati. Oggi il cameriere, la commessa, l’addetto alle pulizie, rischiano di perdere il proprio posto di lavoro a causa dell’assenza in ufficio di un ingegnere o di un tecnico amministrativo, che invece lavoreranno da casa.

Riprogettare le città, puntando con convinzione e conseguenzialità sulla bellezza, sul turismo culturale e sui servizi diventa una scelta obbligata e urgente. In Italia e in Puglia si può fare: chiediamoci quali servizi si attende il cliente tipo, che sarà sempre meno il pendolare costretto a passare in città 6-8 ore al giorno o il manager che vi sosta per i giorni lavorativi rientrando a casa nei weekend, e sempre più il turista, nell’accezione più ampia del termine, ovvero un soggetto proveniente anche da qualche decina di chilometri, che sceglie di fare una passeggiata in città per motivi diversi, per nuovi servizi o semplicemente per il contesto, che lo porta a tornare e a consumare in città.

A questo pubblico di riferimento deve rivolgersi l’attenzione di tutti, su questo soggetto dovranno essere realizzate le strategie, che potranno così collimare con la strategia principale: il benessere del cittadino, che dalla bellezza, dagli investimenti in cultura e servizi trarrà la più forte motivazione per restare, per dare e lasciare valore alla sua città.

Su questi progetti e sul modo di concretizzarli dovrà essere focalizzato lo sforzo delle modificare la stessa innovazione tecnologica amministrazioni pubbliche locali e delle associazioni degli imprenditori, da questo vaglio si dovrà cercare di far passare buona parte dei fondi del recovery plan, coinvolgendo i cittadini in questa riprogettazione delle città. Vietato sbagliare.

Per decenni in Italia, in Europa e in buona parte dei paesi sviluppati, si è ritenuto di finanziare l’agricoltura in quanto garante della tenuta sociale ed ambientale di intere nazioni. Allo stesso modo per ogni insegna spenta di bar, botteghe e negozi il costo per la collettività in termini di sicurezza, igiene e presidio del territorio si accresce fino a un punto di non ritorno. Non potranno esserci sempre i ristori, che servono per l’emergenza e non per il cambiamento di rotta nelle abitudini di consumo che si stanno profilando all’orizzonte. Herb Caen, giornalista e umorista di una città splendida, accogliente e vivace come San Francisco, sosteneva che Una città non si misura dalla sua lunghezza e larghezza, ma dall’ampiezza della sua visione e dall’altezza dei suoi sogni”. Occorre ripensare alle città e alla loro funzione d’uso sognando un presente diverso.

Con lo smart working forse c’è da chiedersi se non sia già in atto una rivoluzione, come quella industriale, che sta modificando da un lato il contesto territoriale e urbanistico e dall’altro lo stesso assetto del capitalismo moderno che – predominante a livello planetario – deve comunque trovare un nuovo assetto dopo i disastri dei cambiamenti climatici, dell’internazionalizzazione finanziaria e della divisione del lavoro e della produzione a livello globale. Tutto ciò fa pensare anche a un possibile tramonto della globalizzazione, con l’affermarsi di preoccupanti focolai di un nazionalismo che ha posto in crisi anche istituzioni democratiche consolidate.

Ancora un dubbio: in termini economici lo smart working conviene sempre davvero? Saremo presto tutti al lavoro dal salotto di casa? Con le aziende tese a ottimizzare la loro produttività e i manager in cravatta e boxer dietro la scrivania collegata alla telecamera del pc? Tutti con un contatore dei risultati collegato in sostituzione del badge? Sembrerebbe che questo possa convenire alle due parti, in una classica situazione win-win, come direbbero gli anglosassoni e i dirigenti di tendenza. Lasciamoci accarezzare da qualche dubbio, almeno rispetto a determinate attività. Occorre innanzi tutto domandarsi cosa sia realmente la produttività, ovvero l’attitudine a conseguire un risultato superiore ai mezzi impiegati, e come possa essere coniugata per le diverse attività: con ogni probabilità chi lavora come commerciale in un call center non ha molti vantaggi a stare in una specie di pollaio in cui ogni gli spazi vitali sono suddivisi da box in plexiglass; meglio provare a vendere un abbonamento tv mentre si gira il ragù o si innaffiano le piante. Meglio per il dipendente ed anche per l’azienda.

Per molte altre attività il confronto con gli altri, gli spunti derivanti dall’osservazione dell’ambiente esterno e persino lo stress dei rapporti con i colleghi possono portare, nel medio termine, a risultati migliori, difficilmente conseguibili in un mondo privo di relazioni sociali nell’ambito lavorativo e non solo. In tutti questi casi la logica dell’operazione fondamentale dell’addizione perde di significato: il risultato deve essere maggiore della somma dei fattori di produzione considerati (un PC, una rete di collegamento, una risorsa umana), in quanto la socialità sviluppa probabilmente maggiore curiosità, competizione, creatività; tutti requisiti fondamentali per distinguersi ed avere successo in un mondo che rischia di diventare sempre più piatto. 


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