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Narciso

Arte, Cultura & Società

NARCISO

– Ho paura che finisca con lo stancarsi di me.

– Perché, c’è qualche problema? – domandò ironico l’amico. Ed egli sviò lo sguardo da quel viso, lo disgustò quell’ironia greve che riproduceva, con esattezza, la futile, retorica, domanda che egli aveva così spesso spavaldamente esibita. E adesso gli risuonava dentro con l’insolenza di uno stigma.

   Il tavolo del piano bar al quale sedevano non era lontano dall’ingresso di quel Parco dove un tempo si cacciava selvaggina, e dove ora si andava per altra caccia e con intenzioni d’ altra specie. L’aria serale alitava di tanto in tanto il fresco profumo dei pittospori che bordavano piccole aiole vicine. Tutto era mite.

– No, non c’è problema! – disse stanco. Non gli sarebbe stato difficile trovarsi un’altra donna, una qualsiasi donna. Era stato sempre così in passato. L’amico lo sapeva.

   Poi, quando si fece silenzio dentro di lui, in una pausa della conversazione o mentre la conversazione fluiva allegramente ai tavoli, ma fuori di lui, si sentì come svuotato.        

    Silenzioso ed estraneo a tutto, passò allora in rassegna le volte che aveva mutato idea e sentimento per  taluna delle sue donne.

   La svolta, di per sé, gli parve un fatto irrilevante, ma i volti, quelli sì, gli si imposero, gli parve per un attimo d’ascoltarli ansioso, ed essi, illuminati per un istante da una grazia che li riportava in vita, si smarrirono, però, quasi subito, precipitando nell’ombra, scivolando lungo una china come dopo la faticosa conquista di un’erta. Un ultimo raggio li colse – angeli decaduti – nell’atto di inabissarsi nelle tenebre perenni. Tutto passò oltre. Ogni cosa si tinse di una noia indefinita.

   Aveva l’amaro in bocca e la percezione d’essere sospeso in un liquido abisso. Per un attimo fu come un pesce muto, intrappolato in una boccia d’acqua, senza sentimenti da poter urlare.

   Una sensazione come se il sole non sorgesse più la mattina gli pesava dentro, inchiodandolo a uno scenario lattiginoso che cominciò a dargli il capogiro. La realtà parve ruotargli intorno priva di senso.

   Volle andare via, ma non era ancora disposto ad alzarsi. L’amico che gli sedeva accanto gesticolava parlando, e quelle mani sembrava nuotassero in un altro emisfero.

   Alla fine bevve l’ultimo sorso e si alzò.

– Signori, io vado. – disse, e con le mani fece un gesto di saluto, al quale gli altri risposero rumorosamente, e si avviò.

   In certi momenti era stato così indifferente a lei, non sapeva spiegarsene la ragione, e non sapeva spiegarsi la ragione di come lei, a volte, all’improvviso, gli si ergesse davanti diventando insormontabile come una montagna. Ora era diventata di colpo qualcosa che soffocava il suo respiro. Ne coglieva i tratti desiderabili, la voce e ogni gesto erano capaci di intrecciare catene intorno alla sua anima e di tirarlo a lei, giù giù verso profondità sconosciute. Tutto era così misterioso, così inatteso! E il baratro era di dover fronteggiare così inaspettatamente quella cosa inattesa.

   Mentre guidava si rese conto di non avere meta, non sapeva dove andava. Solamente fuggiva. L’amico, col quale s’era in parte confidato, gli era caro, era l’eternata sostanza dei loro ricordi giovanili, dei loro indivisibili trascorsi, la vita stessa di quei giorni lontani compenetrata in un corpo che la sostanziava nutrendola di nostalgia. Così, in presenza dell’altro, il passato tornava a rivivere, fermo nel suo attimo di ebbrezza.

   Ma ora tutto questo non c’era. Tutto questo non importava. La giovinezza non era più perenne. La vita fuggiva. La sentiva fuggire col ritmo incalzante della sua stessa fuga. E istintivamente rallentò: non c’è paura, non c’è paura, si disse, lei mi ama.

   Tale certezza lo invase, lo inondò tutto per un istante, lo cullò morbidamente in una gioia che presto si spense dentro ad una fatalità come una fiammella nell’acqua. Altri non avrebbero capito cos’era quella fatalità, da cosa potesse prendere le mosse. Né, forse, egli stesso lo sapeva.         Accampava giustificazioni parziali, esagerandone inconsapevolmente la portata, così che la cosa  appariva ai suoi occhi realmente impossibile. E, suo malgrado, era proprio questa impossibilità a rendergli la vita intollerabile, questa impossibilità che aveva costruito, il cui allontanamento era altrettanto impossibile.

   Gli toccava, perciò, rintuzzarla giornalmente per ritagliarsi brevi spazi alla vita, e giornalmente farla rivivere, allontanandosi da colei che pur amava con espedienti casuali e troppo sciocchi.

   Ancora l’immagine di lei lo folgorò all’improvviso, lo travolse, sormontando ogni altra sensazione, simile a un fiume quando rompe gli argini. Le palpebre, incontrollabili, scesero sui suoi occhi per un istante, e nell’arrendersi al dirompere dell’emozione sentì il suo corpo farsi debole, senza scampo malato.

   Un estenuante languore lo sfibrava come in una lotta per una felicità che non è umana, per una meta inarrivabile o un sogno che rimanesse al di là del suo sguardo proteso. Ogni cosa divenne malata ed egli si sentì vinto.

   Sentì crescere dentro la stessa spossatezza fisica, e un’aridità di deserto lo prosciugava.

   Le sue lande interiori furono spazzate da un vento che sferzava sparuti ciuffi d’erba ed errava anch’esso desolato in una solitudine infinita. La sua anima fu questa solitudine spaziale di interminate distese. E tutto era insignificanza. Gli oggetti non avevano voce per urlare il proprio dolore. 

   Ebbe compassione del mondo tutto intero, di ogni cosa lasciata alla sua corposa e imprendibile icasticità. Gli parve d’essere, anch’egli,  un oggetto, una cosa solitaria. Una cosa vile abbandonata. E la sua donna, anche la sua donna era tale.

   Aveva la mandibola serrata per lo spasimo di quei pensieri. Perché? Perché? Continuò a ripetersi. E non c’era risposta per quella domanda, per la solitudine e irraggiungibilità.

   Continuò a vagabondare, andando a velocità sostenuta, e rallentando insensatamente secondo il ritmo di quei pensieri. Era uscito dalla città: la strada s’inerpicava per la montagna ed era invasa dal buio.

   Io voglio il mondo, pensava, voglio possedere il mondo. Com’è desiderabile possedere il mondo!

   Vi fu un’interruzione effimera nel percorso di quei pensieri: il sentimento di potenza vagheggiato divenne un orizzonte possibile, una specie di sole risplendente in un’aria la cui purezza non fu mai dato di respirare. Persino la sua donna gli parve un bene attingibile, quasi un futuro promettente e a portata di mano.

   Quest’emozione lo morse acuta, simile al colpo inferto da uno stiletto, e subito lo abbandonò. Anche lei, come un qualunque oggetto, era lasciata a se stessa, in abbandono: così le parve di toccare con mano questa impossibilità.

   Niente è mio, neanche la mia stessa vita, mormorò, consapevole di non potere niente gestire, nessuna scelta. Neanche il mio più proprio me stesso mi appartiene.

E qualcosa, una specie di bambino impaurito, nelle profondità del suo cuore, singhiozzava.

 Rossella Cerniglia  (da “Il tessuto dell’anima”)

 


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