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UTZ,  un mondo di porcellane

Arte, Cultura & Società

 Forse perché frutto di un autore dalla spiccata personalità, di un uomo dalle esperienze poliedriche e singolari che nascevano da esigenze profonde, il romanzo Utz, di Bruce Chatwin – che egli scrisse, nel 1988, negli ultimi mesi della sua vita – è una delle opere più interessanti, non solo all’interno della produzione stessa dell’autore, bensì  nel più vasto panorama letterario di quegli anni.

Figlio di un ufficiale della marina inglese, Bruce Chatwin, nasce a Sheffield nel 1940, compie i primi studi  nel Wiltshire e li completa all’università di Edimburgo.

La sua vita è subito intessuta di grandi variegati avvenimenti e di esperienze stimolanti, come quella presso la casa d’aste londinese Sothebi’s, dove egli formò il suo gusto e la sua sensibilità per l’arte antiquaria, divenendo un esperto, apprezzatissimo nel suo lavoro.

 Come consulente di architettura e arte, entrò in seguito nella redazione del Sunday Times Magazine, ed ebbe l’opportunità di compiere numerosi viaggi in qualità di reporter, e di sviluppare, in questa direzione il suo talento narrativo, affermandosi presto nel settore della traveling litterature.

   Il suo primo grande viaggio lo compì in Sudan, e ad esso seguirono quello in Marocco, e poi  in Afghanistan, nell’Himalaya e in Australia. Di queste intense esperienze, l’autore diede ampia testimonianza in tante sue opere.

   Da quello in Patagonia, durato sei mesi, nacque il libro In Patagonia  del 1977, pluripremiato, e che divenne presto un cult, nel suo genere.  Ad esso seguirono  Il vicerè di Ouidah, del 1980, romanzo ambientato in Africa; Ritorno in Patagonia del 1986; Le vie dei canti, del 1987, romanzo-saggio ambientato, stavolta, in Australia, ed altri.

Sempre – nei viaggi, come nella scrittura – Chatwin non mancò di mostrare la sua spiccata predilezione per il bello e l’esotico, ma pure la sua costante ricerca  che andava nella direzione dei valori dello spirito, sconfinanti spesso in una dimensione ascetica.

 

 

 

 

La sua vita itinerante e le sue opere, frutto di riflessioni e rielaborazione delle esperienze maturate,  rappresentano un libero sfogo alla sua innata irrequietezza. In esse ogni inquietudine, turbolenza o dissidio si placano, e per mezzo loro si concretizza l’intimo bisogno di conoscere il mondo, appropriandosi di realtà altre che finiranno per confluire in lui, come parte integrante di un vissuto che apre nuovi spazi nell’anima e più vasti orizzonti.

Così, nelle sue narrazioni sembra di leggere un continuo elogio del viaggio. Egli stesso ebbe a dire che “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada”, e che  “La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”. Nello spostamento continuo è la felicità dei popoli nomadi, e il segno di una libertà che rincorra l’avventura del vivere che è appropriazione di ciò che è altro, ed estensione dei confini del proprio essere.

   Forse – come sostiene Paul Morand – in un viaggiatore del tipo di Chatwin, si può scorgere una sorta di protesta antisociale, quella di chi per non sottomettersi, scappa da tutti i nodi scorsoi che attentano alla libertà dello spirito: quelli imposti dallo Stato, dal matrimonio, dalla famiglia, da ogni tipo di costrizione etica, politica,  da ogni imposizione e convenzione sociale. E naturalmente anche questo aspetto potrebbe essere calzante nell’illustrare la personalità di Chatwin.

Il viaggio rivestiva, dunque, una valenza duplice e assai profonda: era, da una parte, lo sconfinamento dalla routine, dal consueto, dal banale e dai possibili ceppi e legami che troppo saldamente lo vincolavano. Dall’altra, lo spostarsi nello spazio, aveva il senso di un’esperienza tutta interiore che operava un cambiamento nella struttura stessa dell’anima, portata ad andare sempre oltre se stessa, dilatandosi oltre misura al di là dei suoi stessi confini.

 Ma Utz è un romanzo singolare anche all’interno della produzione complessiva dell’autore.

Breve e conciso nel suo stile, che ci appare spesso quasi lapidario, il romanzo di Chatwin è l’epopea malinconica di un uomo, un ricco praghese, appartenente a una famiglia tedesca – di una classe sociale a mezzo tra borghesia e piccola nobiltà – vissuto in quella intercapedine della storia che, nei paesi dell’Est europeo, va dal regime della Germania nazista a quello sovietico istituito oltre-cortina, dopo la tragica esperienza della seconda grande guerra.

Kaspar Utz, è animato da una grande passione, anzi da un vero e proprio culto per le  famose porcellane di Meissen, e ne diviene il collezionista più documentato ed esperto.

   Il romanzo ha un’apertura in medias res: prende  l’avvio proprio dai funerali del protagonista, Utz, che aveva attraversato indenne le tanto  buie vicende di  quei  tempi, quelli dell’invasione nazista e del regime stalinista.

La maggior parte della storia viene, perciò, raccontata a ritroso, – in flashbeck, come si definisce in termini cinematografici – da un narratore, identificabile con lo stesso Chatwin, che vuole districare il filo ingarbugliato di quella vita, le apparenti contraddizioni, e in ultimo, il mistero della scomparsa delle porcellane dopo la morte di lui. Porcellane che, in base ad un accordo con il nuovo governo comunista, sarebbero dovute passare, alla morte di lui, al museo statale della città.

Nell’arco della sua esistenza Utz aveva maturato con la sua collezione un rapporto viscerale. Non era mai riuscito a separarsene, nonostante la situazione difficile nella quale si trovava a vivere. Non potendola, infatti, portare con sé, aveva evitato di espatriare. E si era sentito costretto a rimanere nella casa di Praga, una piccola casa nella quale viveva solo, accudito dalla sua domestica – che finirà alla fine per sposare, evitando così di essere trasferito in una casa ancora più piccola: più adeguata, secondo il regime, a un uomo senza famiglia, ma che non avrebbe potuto contenere l’intera sua collezione. 

 Ed essa sembrava essere il suo vero mondo, lo isolava dalla storia opprimente di quegli anni, conducendolo in una dimensione fantastica e nuova, come poteva essere quella creata dagli occhi incantati di un bambino che sa inventare storie coi giocattoli che lo attorniano, e che nell’empito del desiderio e dell’immaginazione sono la creazione della sua stessa vita.

 Subendo con fastidio il regime comunista  di Praga e pieno di disgusto per il materialismo occidentale, dopo una serie di viaggi in questa parte d’Europa, decide alla fine  di rimanere in patria per il resto dei suoi anni.

Il narratore giunge a conoscenza della morte di Utz – che aveva precedentemente incontrato-  attraverso un biglietto inviatogli da un amico di questi, un certo Orlik. E quando finalmente, dopo svariati anni, riesce a tornare a Praga, riceve da Orlik quegli elementi utili a ricostruire in maniera attendibile la storia piena di incognite del personaggio.

Viene a conoscenza che nel 1952, dopo una lunga serie di rapporti occasionali, intrattenuti il più delle volte con donne provenienti dal mondo dello spettacolo, Utz decide – come avevo già accennato – di sposare la propria domestica Martha per non essere sfrattato e costretto a vivere in un alloggio più piccolo che non avrebbe potuto ospitare le sue porcellane. 

È assai probabile tuttavia che Martha, lungamente assoggettata al suo stato servile, ma salda nel suo paziente attaccamento a colui che chiamava con ossequio “il barone Utz”, abbia ottenuto in ultimo la vittoria finale sulle rivali.  

 Questa ipotesi, formulata dallo stesso narratore, spiegherebbe anche l’esito complessivo della vicenda – cui conducono i resoconti forniti da Orlik, e cioè che la collezione – della quale si era perduta ogni traccia – sia stata, in ultimo, volontariamente distrutta, in seguito a un accordo tra i due coniugi.

 Le ultime tracce di queste vicende conducono il narratore a Kostelec – villaggio natale di Martha, vicino al confine austriaco – dove questa si è rifugiata dopo la morte del marito.

E il suo “Ja! Ich bin die Baronin von Utz” che Martha rivolge al narratore, è risolutivo per la comprensione e ricostruzione dell’epilogo della storia narrata.

Il breve romanzo, prezioso dal punto di vista storico e sociale per la resa dell’atmosfera di quegli anni bui vissuti nei paesi dell’est europeo, è uno spaccato della barbarie imposta dai due regimi consecutivi, quello nazista, che nel paese aveva lasciato il suo triste retaggio, e quello comunista, subentrato – dopo il conflitto – con l’istituzione dei due blocchi. Una testimonianza di sentimenti tramortiti ed  ardui tentativi di attaccamento alla vita, come è nel caso di Utz – che di questi eventi ha subito la tragica sorte.

Di tali atmosfere grigie è impregnata tutta l’opera, una rassegna allarmante di divieti e costrizioni che creano quella tristezza e quel grigiore, quel senso di angustia e miseria spirituale che divengono quasi palpabili nelle pagine. Un’atmosfera  di cui Chatwin – amante della pienezza della libertà – non poteva che avvertire il peso e il soffocamento.

La sua analisi, benché la sua penna sia agile e concisa, è sottilmente psicologica. I caratteri emergono da pochi tratti, con caratteristiche essenziali, ma fortemente incisive. Profonda e costante è la riflessione sulla storia, e sulla base di essa, lo scavo dell’animo umano, del quale si evoca, con un senso quasi compassionevole, la malinconia profonda.

Utz, è un uomo che secondo le parole dello stesso Chatwin, “si è rovinato la vita aggrappandosi alla sua meravigliosa collezione di statuine di Meissen tra gli orrori della seconda guerra mondiale e i primi anni dello stalinismo. È rimasto intrappolato perché non può mai lasciare la collezione che gli ha rovinato la vita”.

 È dunque un personaggio divenuto schiavo per amore, ma costretto a rimpiangere sempre la sua perduta libertà. Questo è forse il motivo del grande interesse di Chatwin per Utz, per quella vita angusta, da sé castigata e privata dell’orizzonte vasto del desiderio. 

Rossella Cerniglia                                 


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