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Dante identitario nella cultura albanese

Arte, Cultura & Società

Una verità insepolta

di Pierfranco Bruni

Nella cultura albanese la figura di Dante Alighieri è stata un riferimento metaforico centrale. Il poeta nazionale e frate francescano Gjergj Fishta (1871 – 1940) lo considerava linguisticamente forte e unico come modello educativo per l’Albania degli anni in cui il comunismo imperava. Tanto che venne ripeso da Ismael Kadaré nel suo saggio su Dante: “Il nostro pianeta è troppo piccolo per permettersi il lusso di ignorare Dante Alighieri. Sfuggire a Dante è impossibile come sfuggire alla propria coscienza. Nessun’altra creazione letteraria colloca a tal punto la coscienza umana, o meglio i suoi tramonti, nel proprio epicentro” (“Dante, l’inevitabile”, 2007, 2008: cfr. “Dante, l’incontournable”, 2006).

Kadaré pone subito un problema piuttosto culturale e ampio oltre ad una visione letteraria. Dante al centro di una rinascita e lo considera come il fautore di una nuova dimensione del pensiero europeo che è riuscito a sintetizzare l’Occidente e l’Oriente. Uomo di mezzo non solo sul piano di una età dell’uomo, ma è pensiero nel mezzo di un secolo che annuncia la modernità e antepone alla cronaca la questione profonda di una identità soprattutto nel momento in cui subisce l’esilio. Kadaré lo trasporta nella sua vita e lo vive come compagno di strada nel momento in cui anche lui subisce il dramma dell’allontanamento dalla sua Albania.

L’Albania diventa un inferno per lo scrittore albanese così come Firenze per Dante. “Non è da escludere, tra altro, che Firenze fosse il cuore del suo inferno”, dirà Kadaré pensando a Dante. Ma il punto di incontro dove sta? Nel saper leggere Dante non solo attraverso l’analisi della “Commedia”, ma nella tragedia che si trova nella scrittura apocalittica di un Dante che vive la contraddizione dell’esilio non prevedendolo. Eppure Dante è considerato un profeta.

Kadaré legge Dante come un anticipatore di Giorgio Castriota Scanderbeg con una forte componente cristiana e tutore di un Occidente che comprende le eredità mediterranee e degli Orienti. Ma come fa a non prevedere l’esilio essendo anche un uomo politico dalle forti capacità intuitive, proprio nello scontro tra Guelfi e Ghibellini. Lo stesso, comunque, potrebbe dirsi dello stesso Kadaré, il quale è stato un forte assertore del comunismo prima e successivamente un eretico molto critico tanto che è stato costretto a fuggire in Francia.

Riferendosi ai versi che Dante scrisse su Maometto. Kadaré ebbe a sottolineare: “Il divieto della scrittura che avrebbe accompagnato Dante fino ai Balcani è stato la barriera più sicura che potesse essere eretta contro di lui”. Dante oggi è amato nei Balcani e soprattutto in Albania. Uno dei maggiori studiosi albanesi di Dante resta chiaramente Ernest Koliqi, anche lui subì l’esilio e visse a Roma dove morì. Non solo portò Dante in Albania con una forza spirituale impressionante, ma lo tradusse anche e lo commentò in diverse occasioni.

Ernest Koliqi (1903 – 1975) portò  la grande letteratura italiana in Albania: “L’anima popolare si nutre ancora della poesia conservata viva nella memoria collettiva del Fishta e di Naim Frasheri, di quella poesia che s’impernia sui temi immortali: Dio, santità del focolare, vita sul solco delle tipiche usanze schipetare, al ritmo delle quali è bello vivere e per cui vale la pena di morire” .Koliqi tradusse la grande poesia italiana da Dante a Manzoni in due tomi: “Poetet e nëdhej t’Italis” (“I grandi poeti d’Italia”), I tomo, Tirana 1932, II tomo, 1936.

È sempre un Dante identitario come riferimento. Ebbe a dire che per gli albanesi Dante fu molto familiare anche sul piano linguistico e le analogie di Koliqi diventano così fondanti per la letteratura del nuovo Rinascimento albanese. Ponendolo come un anticipatore della metafora del viaggio tra Pound e Joyce,  in un attraversamento che vede Eliot al centro. In una sola battuta, crea un arco che va da Dante alla modernità.


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