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Il valore illuminante della Tirannide alfieriana

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

Vittorio Alfieri affermava che “base e molla” della tirannia è la paura (in polemica col Montesquieu che vi poneva invece l’onore). La tirannide da lui descritta non coincide con una forma particolare di governo (anche se il riferimento alla sua epoca è evidente), ma con un atteggiamento individuale di distruzione che conduce all’annientamento dell’avversario e, in ultima istanza, anche di se stessi, come le tragedie mettono in luce.

La nobiltà (ambiziosa e amante del lusso), l’esercito (che col pretesto della difesa da un nemico esterno viene impiegato per reprimere il dissenso interno) e la religione (che educa all’obbedienza e impedisce la libertà di pensiero) sono, oltre alla paura, le armi del tiranno. Ma il tiranno è schiavo della paura non meno che il suddito, poiché per restare sul trono, ha bisogno di esercitarla quotidianamente temendo sempre d’essere rovesciato.

Sugli oppressi il giudizio dell’Alfieri è pessimista. Chi è abituato alla sottomissione difficilmente riesce a liberarsene, anzi, arriva ad acquisire sentimenti di servilismo e di fatalismo. C’è solo una speranza secondo il poeta: che l’autoritarismo sia così duro e insopportabile da indurre il popolo a ribellarsi. Nel frattempo l’intellettuale, che secondo lui deve essere più poeta che filosofo, deve avere il coraggio di criticare il tiranno mediante le sue opere letterarie. Ma perché lo possa fare deve essere libero da problemi economici, altrimenti sarà costretto a compromettersi, come l’intellettuale “cortigiano”.

Il tirannicidio, quindi, viene escluso solo fino a quando non è lo stesso popolo a insorgere. In casi estremamente sfavorevoli all’individuo Alfieri consiglia il suicidio.

Alfieri ebbe una certa fortuna risorgimentale grazie al Foscolo, infatti i temi dell’inquietudine esistenziale, della ricerca di una identità storico-politica, di una patria ideale sono affini a quelli del Romanticismo italiano. Non per nulla venne considerato l’anti-Monti e l’anti-Metastasio per eccellenza. La sua visione antidogmatica della cultura, antigerarchica della politica e anticonformista del costume sociale lo rendono, in un certo senso, ancora attuale.

 

 


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