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Il Soccombente,  un itinerario di morte

Arte, Cultura & Società

di Rossella Cerniglia  

  Il soccombente, una delle opere più eminentemente drammatiche e conosciute di Thomas Bernhard, affronta un tema, intimamente connesso al mondo dell’arte, quello del confronto con la genialità, mostrandone un’angolazione particolare: quella che sembrerebbe legare, in unità di senso, genio, morte e follia. Questa triade trova concretezza e realizzazione nel dramma esistenziale di tre personaggi, la cui vicenda occupa le pagine di questa sua originale opera.

   Più che di un racconto, si tratta di una spietata analisi della vita di questi personaggi – tre giovani promettenti musicisti – che prende il via dal loro incontro al Mozarteum di Salisburgo, dopo avere con entusiasmo accettato di seguire il corso di pianoforte tenuto dal grande Horowitz.

   L’assidua frequentazione induce i tre a stringere un’amicizia che li porterà a condividere un appartamento per tutta la durata del corso. 

   Uno dei tre è Glenn Gould – a quei tempi solamente una promessa di quel radioso futuro che ne avrebbe poi consacrato la fama e la memoria. Gli altri due sono Wertheimer, colui che lo stesso Gould definisce, una volta per tutte, il soccombente,  e che nel romanzo rivestirà perciò il ruolo principale; ed infine Bernhard, che della storia sarà il Narratore.

   In quell’intera piovosa estate, trascorsa insieme, si imporrà sin dalle prime battute l’indiscutibile superiorità di Glenn che offuscherà anche la maestria del grande Horowitz.

   La sua grandezza apparirà incontestabile agli altri due compagni, anch’essi ottimi pianisti. Ma Glenn, non è solamente  bravissimo, è infinitamente di più: e presto sarà riconosciuto dagli altri due come un vero e proprio genio.

   È nell’assunzione di tale abbagliante scoperta – che diviene inequivocabile certezza in seguito all’esecuzione  delle Variazioni Goldemberg di Bach, ad opera di Gould – che nell’animo degli altri due giovani pianisti si apre il baratro e la frattura che sarà all’origine dell’impossibilità della vita così come l’avevano fin qui concepita, vissuta e programmata.

   Dall’assunzione di quella certezza, infatti, un’implacabile ferita li tormenterà, e una frattura incolmabile li separerà definitivamente dai desideri e dai progetti che la vita teneva in serbo per loro. Il dissidio interiore sconvolgerà i loro assetti più intimi e porterà al deragliamento le loro esistenze, e in ultimo ad una lenta estenuazione e al suicidio del soccombente Wertheimer.

   Dopo quella fatidica estate, Glenn tornerà in Canada e continuerà a vivere della sua arte con una passione e una dedizione totale, divorante e dimentica del mondo che gli ruota intorno. Preso solo da quella dimensione maniacale che era rapimento e follia, volontà di fondersi con lo strumento e con la stessa musica. I suoi amici, infatti, prevedono da subito la sua fine prematura, consapevoli della portata dirompente e inesorabilmente distruttiva che l’esasperata tensione aveva assunto in lui.

   Questo evento, questa folgorante scoperta è dunque all’origine della catastrofe delle loro vite. Bernhard, il narratore deciderà di non suonare mai più, privandosi del suo insostituibile strumento,  il suo Steinway, che regalerà a una ragazzina incompetente, figlia di un suo antico mastro di piano. E finirà col dedicarsi, ma senza reale convinzione, allo studio della filosofia e di alcuni filosofi in particolare. 

   Anche Wertheimer attuerà una tale rinuncia e continuerà ad intristire sempre più la sua vita, dedicandosi a quelle che egli definisce “Scienze dello spirito” senza aver del tutto chiaro in cosa consistano. E in un continuo rovello di pensieri smarrirà il senso delle cose e del mondo, e soprattutto la volontà di vivere, che cesserà del tutto, quando anche la sorella, alla quale era morbosamente attaccato, lo abbandonerà per sposare un imprenditore svizzero.

   Insomma, una catastrofe generale, travolgente, che si annuncia da subito, con l’apparizione di Glenn e della sua arte,  nella vita degli altri due.

   Ma non siamo, tuttavia, in presenza – come qualcuno ha immaginato e anche sostenuto – del più ricorrente sentimento dell’invidia. Anzi siamo lontanissimi da esso. Non è questo il tarlo che corrode e getta nello sbando queste vite, benché si tratti di  un rovello ugualmente logorante e corrosivo. L’invidia non riconosce, e anzi tende a negare la grandezza dell’altro. E non mi pare che nel romanzo emerga la figura o il sentimento di alcun detrattore. Ciò che opera qui è, invece, un sentimento ad esso opposto, venuto dal misurarsi con la smisurata dimensione del genio, con un fatto così folgorante da  annichilire le esistenze di coloro che vi si pongono a confronto, da privarle del loro senso e della loro stessa ragion d’essere.

   Quello che sconvolge la vita del soccombente, e in gran parte anche quella di Bernhard è, caso mai, la percezione dell’inferiorità del proprio essere e della propria esistenza di fronte all’incommensurabile vastità del genio, che le fa scadere di senso e valore, e le destina alla nullificazione.  

   Bernhard costruisce una narrazione complessa che si snoda come un unico flusso di pensiero dall’andamento monologante e labirintico nel quale l’autore amplia e approfondisce i nuclei fondamentali del suo discorso.

   In questo monologo fittizio, intessuto di citazioni e ricordi, la parola “pensai” chiude ossessivamente ogni frase – anche quando Bernhard,  autore/narratore, ha appena finito di citare il pensiero altrui – e comunica un senso di snervante oppressione. Ma il monologo stesso si apre in uno scenario oppressivo e senza luce. La stessa locanda nella quale esso si consuma è una realtà triste, sporca, oscura. Quasi un risvolto dell’anima.

   Da questa condizione, il filo del discorso procede, addentrandosi nel caos vorticoso di pensieri capaci di scavare nelle profondità abissali dell’animo umano, dentro i suoi nodi più inconfessabili e riposti.    

   Procede trascinando il lettore in una spirale ossessiva che tenta di far luce sui motivi, la genesi,  l’epilogo della radicale e drammatica decisione dei due amici di fronte all’inarrivabilità del genio: quella di smetterla di suonare. Una scelta angosciosa e definitiva che ha anche il senso di chiuderla con la vita.

   L’andamento verbale è quello di una confessione quasi compulsiva, una valanga di parole destrutturate con frequentissime reiterazioni, e ridondanze continue nel fraseggio. Ci si trova presto dentro a un’atmosfera soffocante, e si ha l’impressione di non avere via d’uscita. Il monologo, infatti, ruota su se stesso, si aggroviglia e a tratti tenta di dipanarsi, aggiungendo qualche nuovo elemento al già detto, in una immane costruzione senza fine.

   Le pagine si susseguono con una compattezza monolitica, senza gli “a capo” con le dovute rientranze, senza spazi lasciati in bianco a indicare una pur breve pausa o distensione per la mente e per il respiro. E questa compattezza “di muraglia” concorre anch’essa alla medesima sensazione di di prigionia e soffocamento.

   Ci troviamo, dunque, di fronte a un ingranaggio perverso e implacabile che ha del claustrofobico. Thomas Bernhard vi trasfonde quell’atmosfera spietata e irriducibile, che è innanzitutto del pensiero del Soccombente. Un pensiero angosciante che sembra aggirarsi in un vicolo cieco. Una storia senza trama e senza luce che procede sempre più addentro, avvolgendosi nelle spire della disperazione sino al delirio finale che, dopo l’abbandono da parte della sorella, conduce Wertheimer al triste epilogo della sua vicenda terrena.  

   Ma la sconfitta non è in verità solo del Soccombente. Anche il narratore vi è accomunato, e non gli rimarrà che contemplare il vuoto e il nulla di cui la vita è costituita ora che sono venute meno le attese, i desideri e le speranze che la riempivano di senso.

   La constatazione devastante di avere sprecato le loro vite nella insistente pretesa e nella ricerca del raggiungimento di una grandezza che a loro non sarà mai dato neppure di sfiorare, è all’origine della loro sventura e del loro irrimediabile tracollo.

   Ma la vita non è generosa neanche col genio Glenn Gould che, in nome della sua arte, riesce ad alienare totalmente la sua esistenza nel forsennato studio del suo strumento e nel perfezionamento maniacale del suo esasperato virtuosismo.  

  Questo è il dramma che nell’opera viene rappresentato: quello dell’incontro e del confronto con il genio, che da solo – inesorabilmente – per la sua stessa abbagliante grandezza, si isola e si scinde dalla moltitudine per rimanere nel suo olimpo, inattingibile e inviolato. E il suo destino sembra avere occulte regie, ed essere come dall’Alto governato.                                                                                


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