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Dossier//160 anni di unità d’Italia: uno stato laico e “occidentale”

Politica

Ma com’è l’Italia d’oggi? Più unita? Più disunita? Più o meno europea di quando essa nacque 160 anni addietro? Senza pretese di enunciare il verbo dal monte, per un bilancio sereno rimettiamo in linea gli eventi. Per la storiografia la cronologia primeggia sulla “fantasia”.

Serata Tricolore a Firenze (17 marzo 2011) | I, Sailko, CC BY-SA 3.0 , via Wikimedia Commons

14 marzo 1861: silenzio sul 160° dell’Unità nazionale?

E così arriviamo al 160° anniversario dell’unificazione nazionale o, meglio, della proclamazione del Regno d’Italia, approvata dal Senato e confermata dai deputati il 14 marzo 1861 su perorazione di Camillo Cavour, presidente del Consiglio di quello che era ancora il Regno di Sardegna, anche se già andava dalle Alpi a Capo Passero e a Patù, presso Santa Maria di Leuca, borgo nativo di Liborio Romano, protagonista un po’ dimenticato dell’unificazione nei giorni decisivi della “congiunzione astrale” (una sua bella biografia si deve a Nico Perrone, ed. Rubbettino).

Questo anniversario purtroppo è più scialbo di una sagra di paese svolta “da remoto”. Nessuno lo ha promosso né proposto all’attenzione pubblica. Un abisso rispetto a dieci anni orsono, quando il tricolore sventolò ovunque, persino con tanto di scudo sabaudo, per rispetto alla storia. Oggi dominano la cantilena dei vaccini e i primi piani di aghi conficcati qui e là. Dopo il fiasco delle primule di Arcuri, le mascherine volgono al viola quaresimale.

Ma com’è l’Italia d’oggi? Più unita? Più disunita? Più o meno europea di quando essa nacque 160 anni addietro? Senza pretese di enunciare il verbo dal monte, per un bilancio sereno  rimettiamo in linea gli eventi. Per la storiografia la cronologia primeggia  sulla “fantasia”.

Il peso del passato

Sino al 1859 lo spazio geografico detto Italia era frantumato in otto diversi Stati, in massima parte dominati da potenze o interessi stranieri. Gli Asburgo d’Austria, prevalenti, erano la propaggine dei Sacri Romani Imperatori: mille anni di dominio al di qua delle Alpi. Oltre al Lombardo-Veneto avevano direttamente o indirettamente il ducato di Modena e la Toscana, cioè il meglio dell’Italia per numero di abitanti e organizzazione economica. Ma non vi avevano la forza militare “nazionale” né quella delle idee. Queste ultime, anzi, erano nettamente contrarie al dominio di Vienna sull’Italia. Erano federaliste, confederali, neo-guelfe, repubblicane, filosabaude, tutto tranne che amiche dell’Austria. Come insegnò Giuseppe Giusti in Sant’Ambrogio,gli austriaciusavano truppe tratte da popoli diversi per giocare a scacchi sulla pelle dei soggiogati, strumentalizzando l’odio etnico, che è una tragica realtà e non si elimina sbianchettando il passato. I Borbone, espulsi dalla Francia da Napoleone III come già dal suo Grande Zio, ancora dominavano il Regno delle Due Sicilie e il ducato di Parma e Piacenza, con la fragile stampella della Spagna di Isabella II, esempio non preclaro di virtù. Il resto (Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Lazio…) era del Papa. Un reliquato della storia, più volte abbattuto, altrettante restaurato. Fuori tempo massimo (come ha bene documentato Francesco Margiotta Broglio in “Nuova Antologia”), ma tenuto in vita dalle grandi potenze che azzannavano lembi d’Italia, come fosse terra di nessuno.

In diciotto mesi avvenne il “miracolo”: dall’annessione della Lombardia (con l’appoggio di Napoleone III), dei Ducati padani e della Toscana (grazie a cospiratori carbonari e massoni), delle Due Sicilie, invase da Giuseppe Garibaldi con protezione inglese e ammirazione universale, e di Marche e Umbria, annesse dal “Piemonte” con la benedizione data da Napoleone III agli emissari di Vittorio Emanuele II: “Fate, ma fate in fretta”.

Nella gara tra Francia e Gran Bretagna si insinuò il “partito italiano”, il cui vessillo era stato alzato anni prima dalla Società Nazionale: “Italia e Vittorio Emanuele”. Lì fu il vero “miracolo”: la saldatura tra Legittimità e Tradizione (i Savoia avevano novecento anni di storia, erano stati Vicari dell’Imperatore, avevano dato un papa alla Chiesa cattolica e potevano guardare dall’alto tutti i sovrani d’Europa, con molti dei quali avevano legami parentali), avanguardie colte sopravvissute alla Restaurazione (che le aveva represse con tenaglie roventi, carcere duro, patiboli) e movimento popolare. Quest’ultimo non era una invenzione di ideologi (come Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Giuseppe Montanelli e un lungo eccetera di studiosi e di patrioti) ma il prodotto della crescita demografica, dell’ampliamento dei bisogni e della necessità di risposta da parte del “Potere”. I Congressi degli Scienziati Italiani insegnarono che la “politica” non può ridursi a repressione. Prima o poi il malcontento esplode e la Storia si prende i suoi diritti, che a volte vanno storti perché essa non procede su un rettilineo ma percorre un groviglio di vie e di viottoli, spesso a caso.

Fu quanto avvenne nel 1859-1860, quando d’un tratto nacque la Nuova Italia. Con tanto di parlamento, formato da un Senato di nomina regia e vitalizio e da una Camera elettiva: una scommessa enorme, che trovò il punto equilibrio il 14 marzo 1861 quando appunto fu stabilito che “Vittorio Emanuele II” assumeva il titolo di “Re d’Italia”. Il nuovo era antico. All’Italia il sovrano portò con sé lo Statuto, che era quanto di più avanzato e di prudente si potesse immaginare. Secondo il suo articolo 1 la fede cattolica apostolica romana era la religione dello Stato, però erano ammessi gli altri culti: evangelici, riformati, israeliti. Per lo Stato i cittadini erano uguali dinnanzi alle leggi. Non bastasse, il Re, il governo e tutti i loro “agenti” erano scomunicati da Pio IX, perché ne avevano annesso gran parte dello Stato. Su tutti loro incombeva il maleficio: “chi mangia del papa ne muore”.

“Dio, patria e famiglia” non era un motto di Vittorio Emanuele II né di Cavour o di Garibaldi (uomini d’ordine in pubblico ma un po’ disordinati in privato) bensì di Mazzini, che forse fu il più disordinato di tutti (non si occupò molto di Giuseppe Demostene Adolfo Aristide, il figlio avuto da Giuditta Sidoli, morto di stenti a tre anni).

Oltre la “questione meridionale”

Malgrado tutto, 160 orsono l’Italia fu.

Oggi ancora imperversa l’arcaico dibattito se sia stata bene l’unificazione o se aveva ragione Napoleone III a dire che, un passo alla volta, bisognava fare prima l’Unione (che per lui voleva dire una federazione senza Roma, riservato dominio del Papa: con i francesi a Civitavecchia e nella Città Eterna) e poi l’Unificazione. In un ottimo volume finalista del Premio Acqui Storia 2020, Carmine Pinto, ora presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano (ed. Laterza), ha sintetizzato sin dal sottotitolo i termini della sempre angosciosa disputa: “italiani, borbonici, briganti (1860-1870)”, dove è chiaro che il futuro era e non poteva essere che “gli italiani”. I quali non erano i “piemontesi”, gli invasori, il nemico piombato dal Nord per soggiogare, espropriare, estorcere, dominare. Questo, con buona pace dei neo-borbonici storiograficamente calvi, lo avevano fatto in tanti nel corso dei millenni: i bizantini di Narsete e Belisario, gli arabi, i sacri germanici imperatori, i vichinghi (o normanni che dir si voglia), gli aragonesi, gli spagnoli di Isabella e Ferdinando e i francesi di Carlo VIII e Francesco I e via continuando, con ripetuti cambi di dinastie sino agli Asburgo di Spagna e poi quelli d’Austria, i Borbone di Spagna e poi Giuseppe Bonaparte (nato in Corsica quando l’isola non era francese), Gioachino Murat e nuovamente i Borbone: una ridda scandita da massacri, patiboli, culminata nel 1799 con la strage degli illuministi meridionali, afforcati e decapitati su ordine di Ferdinando IV di Borbone, succubo della moglie Carolina d’Asburgo e con la compiacenza dell’inglese ammiraglio Horatio Nelson, al quale il re donò la Ducea di Bronte, in Sicilia, senza dimenticare le “compagnie di Santa Fede” del cardinale (non prete) Fabrizio Ruffo.

Da lì, con quei precedenti, il Mezzogiorno entrò a far parte del regno d’Italia: grazie alla convergenza tra la dirigenza colta settentrionale e l’avanguardia meridionale di Pasquale Stanislao Mancini, Silvio e Bertrando Spaventa e il sommo Francesco De Sanctis, come ricorda Pinto sulla scia di Benedetto Croce e della grande scuola storica “napoletana”, sino a Gerardo Marotta e all’Istituto Italiano per gli studi filosofici ora presieduto da suo figlio, Massimiliano, ad Alfonso Scirocco e a Giuseppe Galasso, ideatore e direttore della poderosa “Storia d’Italia” edita dalla Utet di Torino.

L’altra data oscura: Porta Pia

Come in questo 2021 pochi ricordano il 160° della proclamazione del regno d’Italia, così l’anno scorso passò sotto silenzio il 150° dell’ingresso dell’Esercito italiano in Roma, il 20 settembre 1870. Il governicchio Conte II proprio in quel giorno fece celebrare il rinnovo di alcuni consigli regionali e il referendum che confermò il taglio dei parlamentari, preludio al prevedibile sconquasso dei partiti, ora quasi tutti in stato agonico e sempre più ridotti a “comparse”. Però Porta Pia fu il punto di arrivo del Risorgimento e divenne la ri-partenza della Terza Italia, con un re nuovamente scomunicato non per la sua condotta di onesto peccatore ma per la colpa politica di aver annientato il potere temporale del papa. Vittorio Emanuele II si fece carico delle contraddizioni del suo governo: un esecutivo talmente lacerato che – ricorda Aldo G. Ricci in un saggio di prossima pubblicazione degli Atti del convegno italo-vaticano sul 150° di Porta Pia (Libreria Editrice Vaticana) – proprio nei giorni culminanti della “crisi”, mentre Raffaele Cadorna avvicinava i cannoni alle Mura Aureliane e il masson-garibaldino Nino Bixio scalpitava alle porte della Città Eterna, non tenne sedute (il che è inverosimile) o non le verbalizzò, per calare la saracinesca sulle proprie divisioni.

In “Italiani per forza” (appena uscito  nelle edizioni Solferino) con rigore e passione Dino Messina confuta “le leggende contro l’Unità d’Italia che è l’ora di sfatare” dopo decenni di chiacchiere “neoborboniche”. Ne scrisse anche Giancristiano Desiderio in “Pontelandolfo 1861. Tutta un’altra storia” (ed. Rubbettino, a sua volta finalista dell’Acqui Storia). È doveroso ricostruire i fatti, far parlare i documenti, confutare le vere e proprie invenzioni (come la deportazione di migliaia di militari borbonici fatti morire nella fortezza di Fenestrelle), ma, come emerge dal saggio di Messina, la “questione meridionale” non può essere campeggiata solo nella cornice datata dal 1860: è plurisecolare, come lo è quella di tante aree del Settentrione, nelle quali di quando si avverte ribollire di movimenti localistici, autonomistici, separatisti e persino indipendentisti, sino a ieri dilaganti. Anni addietro furoreggiarono la “mucca Carolina” e i “forconi”.

La lamentazione sul Mezzogiorno postunitario lascia tra parentesi la profonda e mai sopita avversione di larga parte del Nord nei confronti dell’unificazione nazionale, in specie nell’antica Repubblica di Venezia, che arrivava sino alla “bergamasca” ove, anche su pulsione clericale, si registrava una diserzione dal voto politico sino al 60-70% del pur ristretto elettorato dell’epoca.

L’Italia? Meglio di quanto si creda… 

Una ricorrenza apparentemente banale come il 150° dell’acquisizione della capitale storica dello Stato o il 160° della sua proclamazione suggerisce di guardare al di là del “caso nazionale” e di confrontare il cammino percorso dal Paese (o Patria, come convien dire anche se sempre meno si dice) nel quadro europeo. È presto fatto, se si bada agli Stati di maggior peso geo-storico. La Gran Bretagna si ritrova a fare i conti con l’indipendentismo della Scozia ed è lontanissima dalla soluzione della “questione irlandese”. Con un governo diviso sulla questione istituzionale (cioè sulla stessa “ragione sociale” della transizione postfranchista), la Spagna odierna è sull’orlo della deflagrazione. La Catalogna è la tragica profezia di un continente che non pensa in europeo e che torna a farsi male. La Francia è incapace di sintesi tra nostalgie dell’impero coloniale, maglie larghe alla penetrazione dell”islamismo antiebraico e debole difesa della laicità dello Stato, un tempo modello per il mondo intero, molto più degli stessi USA per vari aspetti “bacchettoni”. La Germania campa nel solco del regime instaurato dal Congresso di Vienna del 1815: una quarantina di Stati uniti dalla lingua, divisi dalla storia, tentati da ricorrenti sogni di dominio continentale. Con quali altri Paesi andrebbe confrontata l’Italia? Sono “isole”, dall’Austria all’Ungheria, dalla Polonia alla Romania, alla Bulgaria, tutte etnocentriche, come quelle nate dalla deflagrazione della Jugoslavia. Lo ha scritto bene Dino Messina in “Italiani due volte. Dalle Foibe all’esodo: una ferita aperta nella storia italiana” (ed. Solferino), ripreso in “Foibe”, numero speciale del mensile “Storia in rete” (2020).

In un secolo e mezzo l’Italia non ha risanato tutte le piaghe antiche ma ha compiuto un cammino senza precedenti. Si è ripresa dalle ripercussioni demografiche, economiche e sociali dell’intervento in due guerre euro-mondiali e da un regime autoritario, mettendo alle spalle divisioni un tempo laceranti, per esempio tra clerico-reazionari e mangiapreti, tra vetero-stalinisti e americaneggianti coi paraocchi. La generalità dei suoi abitanti non è peggiore rispetto a quella degli altri Paesi europei. Anzi, lo spirito civico generalmente vi ha il sopravvento sul cinismo d’antan. Non per caso (lasciando da parte i “né-né” che sono una diffusissima piaga del malinteso e mal riuscito “progresso”, e non solo in Occidente) le richieste ricorrenti dei cittadini sono: efficienza dell’amministrazione pubblica e della giustizia, più scuola, più ricerca scientifica, più “politica”. Quella vera, però: non le congreghe di potere. È questo il frutto maturo dell’unificazione statuale e dell’ordinamento costituzionale vigente, che nei suoi pilastri portanti ricalca quello della monarchia rappresentativa instaurata da Carlo Alberto di Savoia nell’antico regno di Sardegna il 4 marzo 1848. Dal quale, nel bene e nel male, tutto ebbe inizio. Perché nella Penisola quello era l’unico Stato indipendente, forte di un esercito “nazionale”, leale e pugnace, e di una dirigenza diffusa, capillare, orgogliosa della propria storia e dei propri diritti, come ricordò Luigi Einaudi, alla vigilia del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 per spiegare perché egli avrebbe votato monarchia: non già per feticismo bensì in segno di continuità con la Nuova Italia, uno stato liberale, laico, riformatore e “occidentale”. Meritevole di memoria.

Aldo A. Mola


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