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All’orlo della storia

Arte, Cultura & Società

Intervista, di Fedele Eugenio Boffoli, a Luca Siniscalco 

“All’orlo della storia” è il libro di William Irwin Thompson, pensatore statunitense (1938-2020), di recente uscita (Iduna Edizioni, pp. 332, euro 24,00), introdotto dal valido Luca Siniscalco, filosofo e docente, a cui chiediamo informazioni sull’opera…

In breve, si tratta di una nuova edizione di un saggio del 1971 in cui l’eccentrico (nel senso di Geminello Alvi) ricercatore statunitense W.I. Thompson indaga la società statunitense del suo tempo mediante le lenti della filosofia della storia e della storia delle idee. Ne emerge un quadro complesso e stratificato, in cui a finire sul banco degli imputati è la modernità della mondializzazione liberale occidentalista. Essa, stando a Thompson, mira a condurre il mondo all’orlo della storia, sino a segnarne, come proclamato dal filosofo Francis Fukuyama, la fine. Il fatto che tale tendenza, a cinquant’anni dalla pubblicazione del saggio, continui a caratterizzare molteplici vettori del paradigma politico-culturale oggi dominante testimonia tutta l’attualità della ricerca.

William Irwin Thompson, un “Ercole antimoderno” che agisce, con le mirabili imprese dell’intelletto, il discernimento sulla Modernità e gli attuali tempi…

Così l’ho definito simbolicamente nella mia Introduzione al volume, riconoscendo nella sua operazione intellettuale un’impresa mostruosa, nel senso latino del termine: colossale, perturbante e al contempo mirabile. Come Ercole dovette condurre a termine, secondo il mito, dodici fatiche per realizzare il proprio destino, così Thompson sfida con la sua opera dieci pilastri speculativi (dai risvolti, tuttavia, spesso pratici e concreti, che impattano sulla nostra vita quotidiana). Dieci e non dodici perché, si sa, il mito è eterno, ma si dà nella storia in forme sempre rinnovate.

Ultra, trans, oltre, post… siamo, secondo l’autore, sul limite, invalicabile, di un pericoloso baratro…

La dimensione dell’“oltre”, dell’alterità radicale, è uno dei protagonisti occulti dell’opera di Thompson. Il tema si qualifica per il tentativo, da parte dell’autore, di non limitarsi a constatare il carattere transitorio dell’epoca che stiamo vivendo, ma di gettare lo sguardo al di là dei suoi confini immediati. In questa fase, spiega Thompson, «sembra che gli eventi prorompano con apocalittico effetto liberatorio (eros) o si chiudano in una collettivizzazione totalitaria (thanatos), e l’informe consueto della realtà storica si perde in nuove forme cinematiche in cui l’evento stesso si riveste del gaudio del sacramento e del terrore del sacrificio». Qui, insomma, l’interregno (Jünger parlava, sulla scorta di Nietzsche, di Zwischenreich) s’incanala in un destino. Qui la crisi si fa opportunità, nell’attimo estatico della decisione. All’orlo della storia prospetta così anche le irradiazioni di un avvenire “altro”, possibile oltre la desertificazione del nichilismo pervasivo delle tecnocrazie distopiche della postmodernità.

Viviamo, dunque, secondo Thompson, un mondo sempre più indefinito, liquido, gassoso, senza più radici e identità archetipiche?

Thompson parlerebbe, più semplicemente, di un mondo in cui vi è sempre meno posto per l’umano, messo in crisi dalla ragion tecnica (splendido e recente conio di Luigi Iannone) e dal riduzionismo materialista e determinista proprio della cultura scientifica novecentesca. Il nostro non è un pensatore tradizionale né un identitario, quindi la sua ricerca, spesso declinata in termini sincretistici, non mostra alcuna nostalgia per i princìpi immutabili dei “conservatori”. Palese è però, al contempo, la presa di distanza nei confronti della tendenza prevalente della modernità occidentale, cui Thompson propone un’alternativa volta a riappropriarci della potenza simultaneamente ludica e spirituale (spirituale proprio in quanto ludica) del dominio archetipico.

Acuto osservatore della Modernità, l’Autore si cimenta nei paradigmi di un pensiero complesso e articolato, senza però restarne facile preda…

E questo, fondamentalmente, grazie a uno scetticismo metodologico rigoroso, su cui è opportuno spendere qualche parola. Proprio perché di futurologi visionari e autoreferenziali ve ne sono anche troppi, Thompson invita, nella discussione di temi tanto complessi, a una metodologia pacata, equilibrata, scettica e anti-dogmatica su un piano filosofico. «Fra la credulità degli entusiasti pronti a bere di tutto – dalle tribù disperse ai continenti perduti, ai dischi volanti – e la chiusura mentale degli accademici, è molto difficile poter usare la propria testa», spiega Thompson. Eppure, bisogna provarci. E la sua opera ne è un esempio pragmatico. Al suo interno si mostra come immaginazione creatrice e rigore scientifico non si escludono a vicenda. Thompson propone una “terza via”, con l’obiettivo di apprendere un «relativismo nel contesto di un universale assoluto». Un pensiero forte ma prospettico, in ultima analisi.

Quello di Thompson è un sano invito a far tesoro dell’esperienza dei tempi, se pur contraddittoria, al solo fine di trascenderla, per migliorare…

Assolutamente. Potremmo parlare di una sintesi archeofuturista, sebbene formulata secondo una coloritura ideologica molto distante da quella dell’intellettuale francese Guillaume Faye, cui si deve questa popolare espressione. La storia, secondo Thompson, può essere immaginata come un quadrante di un orologio: essa non procede linearmente, come ipotizzato dai progressisti, ma circolarmente. Il tempo degli dèi, dopo essersi obliato, sta per tornare. Sarà un ritorno dell’identico sotto nuove spoglie, ché l’essere è Uno ma si dice, come già proclamava Aristotele, «in molti modi». Per cogliere e interpretare attivamente la modalità futura di tale manifestazione sarà necessario conoscere il linguaggio della fisica quantistica e dei viaggi interplanetari. Il mondo della tecnica genererà una Nuova Mitologia, ma soltanto se saprà imparare ad abitare il mondo – anziché prenderne semplicemente possesso –, restituendo vigore alla potenza demonica del cuore umano e allo sguardo analogico calato sulla realtà, oltre tutti gli –ismi, il più becero e diffuso dei quali è il riduzionismo scientista. Così, spiega Thompson, un uomo animato dall’amore per la sapienza, un «Heisenberg, guardando la storia, vedrebbe che di gran lunga più importante della “tendenza multiforme” della massa è il movimento di una élite che si allontana dal materialismo per approdare a una visione sempre più platonica, nella quale la struttura dell’energia e della coscienza si rivela in forme profondamente antimaterialistiche». Qui s’incontra il mito, «che è sempre il marchio a fuoco di una nuova realtà che sta facendo un patto speciale con l’individuo».

Pragmatismo, nichilismo, scientismo, razionalismo, tecnocrazie, ingegneria sociale: una rapida via per una post-umanità? Per andar fuori e non restare nel tempo?

Hai ben squadernato i vizi del nostro tempo. Thompson ne sottolinea con maggior vigore alcuni, secondo la propria sensibilità, ma è quello che non cita apertamente – il nichilismo, concetto ben noto alla filosofia continentale – che a mio avviso meglio definisce, sul piano teoretico, gli scenari contemporanei. E questo perché il nichilismo funge da fil rouge nel passaggio dal Moderno al Postmoderno. Cosa intendo, riferendomi a tale trasformazione? Mi limito a rilevare quanto ormai un’ampia letteratura sapientemente argomenta: la civiltà moderna, entrata in crisi nel Novecento sotto gli assalti del Nulla da lei stessa evocato, ha finito col rivolgersi contro se stessa. Eterogenesi dei fini e/o «dialettica dell’illuminismo» (Adorno e Horkheimer). Così, l’insorgenza di un nuovo paradigma, gassoso, virtuale, radicalmente decostruttivo e relativista, sta abbattendo il Moderno senza sapergli sostituire null’altro che il suo simulacro – il (Post)Moderno. Thompson, in All’orlo della storia, documenta proprio, con preveggenza e senza saperlo ancora nominare, tale passaggio. Osserva con preoccupazione gli abitanti, forse ormai post-umani, di una società in cui tutti, per nascita, sono già da sempre nichilisti – ossia, per citare le qualifiche da te indicate: materialisti, scientisti, mossi dal solo criterio di utilità e soddisfazione degli impulsi soggettivi. «Se nessun uomo è un’isola, si direbbe che nella nostra èra dell’urbanizzazione ogni uomo sia automaticamente il residente di un sobborgo di Los Angeles», scrive Thompson. Il post-umano di cui parla è un regno in cui l’uomo si è sbarazzato della Storia e dell’Altro, per vivere nel costante protendersi verso un futuro destinato a tradirlo. L’antropologia messa in scena è quella dell’«ultimo uomo» descritto da Nietzsche. Eppure, l’uomo può anche trasformarsi in un senso altro, verticale, cosciente e padrone del proprio destino. È a questo mutamento, che converte la Storia non in Utopia, ma in sovra-Storia, che Thompson invita a guardare.

L’autore si augura, per concludere, una sintesi archeofuturista, un mix di cultura arcaica e moderna, si arriverà a ciò?

Dal breve dialogo sin qui intercorso, è evidente come la risposta alla tua domanda, dal suo punto di vista, sia affermativa. Thompson lo scrive apertamente: «La contrapposizione violenta della tecnologia aerospaziale e della politica neotribale contiene la tesi e l’antitesi della nuova cultura planetaria. È sperabile che la sintesi sia contenuta nel prossimo secolo XXI». La nostra epoca. La grande questione – die Frage, direbbero i filosofi tedeschi – è se questo nuovo scenario ontologico sarà o meno favorevole a un rinnovato dispiegamento dell’Essere e delle configurazioni esistenziali che da esso dipendono. Ossia, per usare una metafora: al sacrificio, tuttora in corso, della modernità seguirà un lavacro nel fiume rammemorante dell’Origine o nell’astrazione utopistica del futuro (il tempo che non esiste perché è sempre in potenza e mai in atto)? Noi, con Thompson, affiliamo armi culturali per propiziare la prima ipotesi.

Foto: fonte Web


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