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Nient’altro che la verità – Il nostro Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita

Arte, Cultura & Società

di Pierfranco Bruni 


Leonardo Sciascia è la sua isola. È il racconto di una terra e di un mare tra i venti e le alture delle acque e delle sabbie che restano nell’incaglio della roccia, delle tonnare, degli scogli. È l’isola che ha la lingua mediterranea nei linguaggi che il vento custodisce da epoche distanti e mai lontane. È quel mare che Omero ha recitato con il colore del vino. È il mare della favola che porta tra le onde e nel profondo il fuoco. È ciò che Pirandello ha disegnato con le sue parole e Vitaliano Brancati con la sua ironia strappata ai personaggi. Sciascia è, appunto, tra Pirandello e Brancati in un mondo in cui si vive il teatro e la solitudine tra Gogol e Manzoni. 

Su Sciascia ho appena pubblicato con Mauro Mazza il testo “Nient’altro che la verità”, edito, in una veste elegante, nelle collane della Nemapress con prefazione di Neria De Giovanni.
Sciascia è la poesia di un tempo che non scompare perché nella sua memoria ci sono le culture arabe, i suoi vocalizzi normanni, i suoi accenti catalani in un intreccio tra ritratti e affreschi (cfr. i racconti de “Il fuoco nel mare”). Sciascia non è solo il narrare fatti di mafia.
È la poetica dell’isola che riporta il senso arabo nella teatralità della vita in una costante dureriana che è la morte e il cavaliere sul destriero di Cervantes.
È la ragione e il mistero, il segreto e la profezia.
“Pirandello ha… scoperto il teatro in un luogo (un tempo dell’Islam) dove non c’è l’idea del teatro ma dove puntualmente, continuamente, la vita prende la forma del teatro, è teatro” (dal racconto “Una commedia siciliana”).
Nient’altro che la verità nella sua visione di scrittore profetico in una metafora che si chiama Sicilia.
Fraseggiando André Gide in una pagina del “Diario” del 13 luglio 1940: “Meno caffè nelle tazze e meno zucchero nel caffè: ecco quello a cui i più saranno sensibili”.
Ad incipit nel suo “Fuoco nel mare” si trova tale metafora per una kermesse dove lo scherzo non equivale mai al gioco, perché il gioco è molto di più.
Anzi è oltre per un beneficio di inventario che diventa sempre un viaggio a futura memoria tra spazio e tempo “con un fondo di finzione inavvertito” dove è possibile trovare “tutti gli elementi, le ragioni e i rapporti della nostra vita” (cfr. “Il mare colore del vino”).
La profezia è percezione. Nella lunghezza del tempo e nella giustezza dei secoli. L’isola ingloba la necessità di osservare oltre i colori e vedere nei colori altro. Il fuoco, il mare, la favola per Sciascia sono il cuore di un parossismo che si incentra proprio nella cerca di una recita a soggetto e che si confronta con la maschera del burattinaio e del puparo. Don Abbondio è un puparo, ma anche il maestro che conosce tutti i fili del mistero. Come il pirandelliano Ciaula o come il suo Giufà o come il vero personaggio manzoniano che resta don Abbondio. Il suo Candido che diventa, infatti, confessore e confessionile.
La Sicilia è metafora ma anche enigma. Quindi favola. Mettere insieme la favola e l’enigma non si ha soltanto il castello kafkiano. Si ha anche la favola. Quella favola che è nient’altro che la verità oltre la certezza del dubbio fino al punto che l’uomo che seppe attendere il terzo appuntamento del canto del gallo “Ritornò ad affondare tra le coltri, e nel sonno respinse le contrizioni già pronte” (da “Favole della dittatura”).
Quindi? Il paradosso del teatro che scopre la scena e diventa ribalta. Ma il suo cuore resta la Sicilia. L’isola come “nell’ultima notte del mondo” (dai versi “La Sicilia, il suo cuore”). Un impasto di terra e mare tra i frammenti della Scala dei Turchi per decifrare non più parole ma sensazioni. Il profeta vive di percezioni! Ciò è nient’altro che la verità in cui Sciascia oltrepassando la leggerezza ha scavato tra le pietre di una paziente ironia in un magico reale che è diventato   rivelante cammino nel contemporaneo antico.


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