fbpx

Regioni e covid-19: il fallimento conclamato del regionalismo

Politica

Regioni che chiudono, altre che vogliono aprire, alcune che si attribuiscono competenze legislative e amministrative delle quali sono prive. É questa la foto del regionalismo italiano ai tempi del Covid-19.

L’introduzione, con legge costituzionale n. 1/1999, dell’elezione a suffragio universale e diretto dei Presidenti delle Giunte regionali, salvo che lo Statuto non disponga diversamente, e le richieste di “maggiori forme e condizioni particolari di autonomia” ai sensi dell’art. 116, comma 3, della Costituzione repubblicana vigente (è il caso di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) dimostrano come le Regioni siano divenute “laboratori” per fini elettoralistici o per il soddisfacimento di questa o quella lobby.

L’autonomia, che prima di essere giuridica e quantitativa (quanto si è sottolineato il numero di materie negoziabili con lo Stato) è “cultura dell’autogoverno responsabile” e richiede una classe politica meno “teatrale” e “teatrante”, ha subito una profonda degenerazione, trasformandosi in egoismo territoriale (basti solo pensare alla vicenda dei vaccini con alcune Regioni pronte a fare da sè senza poi riuscire nell’impresa).

Certo, il Governo della Repubblica, con il decreto-legge n. 19/2020 e il n. 33/2020, ci ha messo del suo, attribuendo alle Regioni un potere di ordinanza, sia pure a certe condizioni, che ha provocato un cortocircuito tra centro e periferia a causa dell’iperattivismo normativo dei Presidenti “sovrani” a difesa dei loro “feudi”. Quanto, però, accaduto con l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione dell’agente virale Sars-Cov2 non deve stupire. Fin dagli anni ’70 del secolo scorso, con l’avvio del regionalismo ordinario, gli ordinamenti delle Regioni hanno perduto la loro funzione di programmazione, così com’era stata pensata dalla Costituzione, per assumerne una meramente gestionale. Il sistema sanitario è, da questo punto di vista, paradigmatico.

Le difficoltà incontrate, soprattutto nella prima fase della pandemia, in Regioni considerate come modelli, si prenda la Lombardia, hanno evidenziato che prioritari non erano tanto i valori costituzionali, la salute in primis, quanto le rivendicazioni delle competenze in materia di sanità, esercizi commerciali (aperti la domenica in una Regione, ma chiusi in quella contermine) e la gestione del territorio. Abbiamo visto ed in parte lo vediamo anche ora un servizio sanitario quasi ovunque al collasso, incapace di garantire i servizi di diagnostica extra Covid risultati fortemente rallentati se non addirittura limitati e tutto incentrato su un’emergenza che fa fatica a contenere. Qui non stiamo discutendo del cattivo funzionamento del sistema sanitario (che è già un enorme problema), ma dell’impossibilità di accesso al servizio sanitario (che lo è ancor più).

E di questo molte Regioni sono responsabili dal momento che esercitano una competenza legislativa e amministrativa in materia di tutela della salute ex art. 117, comma 3, del Testo fondamentale non irrilevante. Come scrive acutamente uno storico del calibro del prof. Giuseppe Galasso: “a furia di reclamare autonomia non resterà niente da chiedere e l’opinione pubblica comprenderà che è improvvido costruire zone di caccia e di influenza”. Da qui la necessità di rivedere l’articolazione territoriale della Repubblica attraverso un modello di autonomia comunale e consortile più consono alla storia d’Italia.

Matteo Pio Impagnatiello

Daniele Trabucco


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE