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“Cristo si è fermato ad Eboli” – Analisi di un’esperienza vissuta

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

Nel “Cristo si è fermato a Eboli” la narrativa distesa coabita con la riflessione saggistica, il trasognamento memoriale si converte in fermezza polemica, la curiosità etnologica si allea all’acume psicologico mentre il pathos esistenziale appare sempre sorretto dalla sensibilità estetica. Al centro dell’opera si staglia la figura di un protagonista intento a misurarsi con le contraddizioni del mondo alieno in cui ha dovuto sprofondare.

“Cristo si è fermato a Eboli” si propone come una sorta di libro totale, a resoconto di una esperienza intera, come suona l’espressione usata da Levi nella Prefazione del 1963 alla ristampa del testo. In questa sede l’autore sottolinea l’età giovanile in cui visse la sua annata di confino in Lucania. Il punto di arrivo è costituito dalla presa di coscienza dell’importanza prioritaria da assegnare a un’impresa di rigenerazione politico-sociale del Mezzogiorno italiano. L’intellettuale torinese 23enne che nel ‘35 viene “gettato” dal fascismo in un paesino del Sud, di là da Eboli, non può non sentire la sua superiorità infinita sulla popolazione che vi abita: di qui il suo criticismo straniato, e anche la sua reazione di autodifesa egocentrica. Da un lato una piccola borghesia improduttiva, ottusa; dall’altro un contadiname immerso in una indigenza bruta, eppure dotato di una dignità severa. Ecco allora il giovane Levi sogguardare dall’alto, con disprezzo ironico, gli appartenenti alla classe degenerata ma al contempo immedesimarsi con animo sempre più partecipe nella mentalità, il primitivismo arcano dei dannati dell’inferno, come i contadini gli appaiono.

Nel Cristo la scoperta del problema meridionale si configura come una sorta di discesa agli inferi. Proprio qui l’eroe protagonista riceve una lezione illuminante di vita. Morte e rinascita. Don Carlo supera vittoriosamente la prova iniziatica e riemerge dall’arcaismo alla modernità, pronto a una battaglia che ai suoi occhi assume un valore esemplarmente universale.

A questo acquisto di consapevolezza hanno collaborato entrambi i poli di una personalità duplice. Il confinato gaglianese è medico, uomo di scienza; ma è anche pittore, volto a ricreare  immaginosamente le parvenze di realtà meno pittoresche, che gli accada di percepire. Questa scissura fra ingegno pragmatico e intelligenza intuitiva viene ricomposta. Del rasserenamento interiore così raggiunto dà testimonianza il suo libro. Da ciò discende l’aura di nitidezza sovrana da cui il libro è improntato. Il controllo delle emozioni non potrebbe essere più sorvegliato. Nella coloritura impressionistica delle descrizione d’ambiente, biancore abbagliante e nerezza spenta si rinviano l’un l’altra; ma colui che narra è sempre attento a ristabilire il giusto rapporto fra luce e ombra, come tra integrità vitale e corruzione morbosa.

La solidità d’impianto del Cristo poggia tutta sulla costituzione di un personaggio che, nella sua doppia funzione di protagonista e narratore, presenta una fisionomia tanto complessa quanto equilibrata. La stesura del testo avviene a pochi anni di distanza dai fatti, nel 1943-44. Ma l’Io narrante rivive il proprio passato alla luce della consapevolezza nuova raggiunta, appunto, per effetto dell’esperienza che sta ora riferendo. La materialità delle circostanze fattuali appare quindi trasvalutata, nel compiacimento pacato per la prova di sé che il narratore autobiografico ha saputo offrire.

Il tempo della scrittura coincide con la fase culminante dalla Seconda Guerra Mondiale. A fronte degli eventi terribili che insanguinavano la terra, come avrebbe potuto Levi esaltare le sofferenze che pure aveva patito durante il confino? Nessuna delle sue traversie viene sottaciuta, ma di nessuna viene mai ingigantita la portata. Più di quello che ha compiuto o subito, contano per lui le conseguenze mentali che ne ha tratto. Il suo problema era di assicurare la massima efficacia d’impatto sull’opinione pubblica a un resoconto di vicissitudini private, in sé poco clamorose ma dalle implicazioni sconvolgenti. Il punto è che il concepimento del Cristo risponde alla certezza di avere una missione urgente da compiere; appena la guerra fosse finita è alla nuova classe dirigente antifascista che Levi intende rivolgersi. Borghesi colti e illuminati come lui, i suoi lettori dovevano immedesimarsi facilmente nella sua vicenda, condividere i suoi accoramenti e i suoi sdegni, lasciarsi invadere assieme a lui dal fascino dell’arcaismo contadino e, infine, sentirsi persuasi ad accogliere la proposta politico-istituzionale su cui il libro si conclude.

Nel dibattito delle idee di quegli anni, l’azionista Levi assume una posizione del tutto divergente rispetto alla maggioranza dei gruppi e movimenti partitici orientati a ripristinare l’autorità di uno Stato democratizzato sì, ma pur sempre organizzato centralisticamente. Il Cristo, invece, prospetta la genesi di uno Stato federativo, fondato su un sistema capillare di autonomie. Questa sorta di comunitarismo organicistico avrebbe comportato il superamento del dissidio secolare tra città e campagna, Nord sviluppato e Sud premoderno, consentendo alle plebi meridionali di riconoscersi in un ordinamento dei poteri pubblici finalmente non più estraneo, inefficiente, oppressivo.

Un disegno di così ampio respiro non era facile da far passare. Per questo Levi lo espone solo nelle pagine finali dell’opera, dopo aver preparato il terreno. Essenziale allo scopo è l’articolazione del punto di vista narrativo. L’autobiografo dà per scontato l’orientamento antifascista, suo come di coloro cui si rivolge. Scarsissimi sono gli accenni alla sua vita precedente l’arresto, giacché ciò avrebbe drammatizzato troppo il contrasto tra la civiltà urbana di provenienza e la sottociviltà agraria dove è stato sbalzato. La difficoltà preliminare per lui è di calarsi all’interno di un microcosmo radicalmente alieno, adoperandosi in modo da intendere con esattezza il significato dei comportamenti di coloro che vi abitano.

Riuscirvi sino in fondo gli sarà sempre impossibile. Lo sforzo cui si applica è volto essenzialmente a saggiare l’umanità degli interlocutori. Egli capisce l’opportunità di intrattenere un rapporto corretto con le autorità locali, ma al podestà don Luigino, ai suoi parenti, nega dentro di sé ogni benevolenza. Tutti incarnano la tipologia del “galantuomo” meridionale, versione peggiorativa di quella piccola borghesia che Levi esacra al massimo grado.

 


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