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Gli echi agostiniani in Dante

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

La fisionomia del rapporto tra Dante e Agostino è stata, e continua a essere, oggetto di analisi da parte di molti studiosi che hanno tentato di delinearne le specifiche nella sua complessità. Le attenzioni si sono orientate per lo più in direzione di una individuazione di quali potessero essere i punti in comune. Fondamentale, per un attento esame della questione, è non solo la specifica collocazione di Sant’Agostino nella Commedia, che suggerisce quale concezione il sommo poeta potesse avere del santo, ma anche l’individuazione dei testi agostiniani che Dante poteva conoscere (oltre a quelli espressamente citati) e sui quali potesse averne costruito l’immagine.

A ciò si deve aggiungere l’indagine di quei passi della Commedia in cui Dante personaggio parla direttamente con Sant’Agostino e di quelli in cui si intuisce soltanto un loro colloquiare.

È opportuno sottolineare che l’immagine che emerge di Sant’Agostino dalla Commedia corrisponde alla visione che Dante aveva del santo. Noi conosciamo Sant’Agostino dal punto di vista di Dante e tramite lo stesso Dante.

Molti approfondimenti sono stati effettuati circa i vari luoghi della Divina Commedia in cui si percepisce la presenza di Agostino. Tuttavia, si avverte la necessità di uno studio unitario che chiarisca passaggi che risultano ancora immersi nell’oscurità. Altro aspetto da cui partire, nell’indagine di questo rapporto, sono le citazioni di Agostino che fa Dante. A detta di alcuni studiosi, tra cui Edward Moore, non sono così numerose come ci si sarebbe potuto aspettare. Il che rende ancora più difficile riuscire a delineare le specifiche di un rapporto tra queste due grandi personalità.

Nella Divina Commedia sarebbero stati individuati tredici riferimenti che si rifanno alle seguenti opere agostiniane: De civitate Dei, Confessiones, De doctrina Christiana, Sermones e De Trinitate. 

Nel terzo libro del De Monarchia  Dante riprende il pensiero di Agostino, espresso nel De civitate Dei, sostenendo che: “Non si debbe credere, che tutte le cose che si narrano significhino alcuno effetto; ma per cagione di quelle cose che significano, si pigliano ancora di quelle che nulla significano. Solo il vomere dividere la terra: ma per potere far questo, ancora l’altre parti dello aratro sono necessarie”.

Agostino sostiene che non tutti gli episodi narrati nella Scrittura hanno un valore allegorico, ma che sono comunque legati a quei fatti che lo hanno; così anche nell’aratro solo il vomere solca la terra, ma sono necessarie tutte le altre parti dell’aratro affinché il solco sia tracciato.

Nel XXIV canto del Paradiso (vv. 106-108) Dante sembra, invece, riferirsi alle Confessioni di Sant’Agostino dichiarando che il solo fatto che il mondo si sia convertito al cristianesimo è un miracolo sufficiente per aderire alla fede e, rivolgendosi direttamente a San Pietro, riprende un passo del De Civitade Dei in cui Agostino spiega quando sia lecito a un autore parlare in prima persona. Altro riferimento tangibile di Dante alle Confessioni di Sant’Agostino è la ripresa dell’immagine agostiniana del “dare la schiena alla luce” che viene applicata a Virgilio quando, in maniera inconsapevole, volge la schiena a Stazio nel XXII canto del Purgatorio (vv. 67-9). Nelle Confessioni, Agostino si rammarica del fatto che in giovane età fosse stato attirato dai “desideri malvagi”, ignorando la loro vera natura e di aver voltato le spalle e il viso alla “luce”. Dante deve aver mutuato dal santo il significato divino attribuito alla luce, scegliendo di basare la rappresentazione della realtà ultraterrena del suo poema proprio sulla contrapposizione tra luce e tenebre. Il suo viaggio, infatti, è caratterizzato da una progressiva intensificazione della luce. Il cammino dantesco inizia con lo smarrimento “morale” di Dante in una selva oscura, e dopo aver attraversato i neri gironi infernali, il sommo poeta approda con Virgilio ai piedi della montagna del Purgatorio. È nel Purgatorio che il sole diventa il simbolo di Dio. Rappresentazione che troverà nel Paradiso il suo massimo apogeo.

 


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