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L’idealismo romantico e l’assoluto

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

Il termine “assoluto” (dal latino absolvere, sciogliere da ogni legame) indica ciò che è originario, che non dipende da nulla e non tollera restrizioni. Libero e incondizionato, senza limiti. In teologia designa un principio trascendente o più semplicemente Dio. Proprio in questo senso fu introdotto per la prima volta da Niccolò Cusano il quale affermò, nella Dotta ignoranza (1440), che solo Dio, in quanto coincidenza degli opposti, ha diritto a questo titolo.

Nel Romanticismo tedesco questo termine raggiunse la sua maggior fortuna venendo a indicare il “fondamento della realtà” (il suo principio infinito). Un concetto che fu interpretato in maniera differente dai tre principali filosofi dell’Idealismo tedesco. Fichte lo concepì come soggettività e attività. Come “Io puro” inteso come principio spirituale, infinito e incondizionato che sottostà a ogni realtà. L’assoluto crea se stesso e il suo opposto, il non-Io, il non-spirituale, il non attivo, il non soggettivo, ossia la natura (la realtà materiale e passiva). Essendo fonte sia di se stesso sia di tutto ciò che non lo è, l’Assoluto è soggettività infinita, attività dinamica e creatrice volta a superare gli ostacoli posti da se stessa. L’Io, cioè lo spirito umano, crea il non-Io, ossia la natura, solo per poterla superare e riaffermare il proprio dominio.

Diversa concezione fu quella di Shelling il quale vide nell’Assoluto l’unità indifferenziata, l’identità di natura e spirito. Nella natura materiale, che Fichte sminuiva qualificandola come non-Io, egli individuò un valore fondamentale, simmetrico allo spirito ma altrettanto necessario. Si può arrivare alla natura partendo dallo spirito, ma si può compiere anche il processo inverso, arrivare allo spirito partendo dalla natura. Ciò che sottostà a entrambi, in principio indifferenziato, è l’Assoluto.

Hegel criticò sia la concezione dell’Assoluto di Fichte (spiritualità infinita che crea la natura) sia quella di Shelling (identità di spirito e natura) affermando che l’Assoluto deve essere considerato un risultato, un processo che si svolge nel tempo e non un concetto statico. L’Assoluto è la progressiva spiritualizzazione della materia, il graduale “farsi spirito” della natura, il lento ma costante accedere della materia a livelli sempre più superiori di organizzazione. È un divenire metafisico la cui regola di sviluppo è data dalla dialettica.

Una tematica, quella dell’Assoluto, che ha acquisto un ruolo fondamentale anche nell’arte, in pittori come Friedrich legato intellettualmente a Novalis e a Goethe. Nelle sue tele è palpabile la presenza di un essere metafisico grandioso e infinito, potente e terribile, superbo artefice dell’universo, come ha dichiarato lo storico dell’arte Argan. Certo è che  Friedrich esprime l’idea di Assoluto attraverso la natura, l’orizzonte, il dirupo, i paesaggi desertici, l’arcobaleno, le montagne. L’estrema semplificazione delle forme e della composizione produce una sorta di spiritualizzazione dello scenario naturale.

Nel Viandante in un mare di nebbia, l’uomo (che in tutti i quadri di Friedrich appare sempre di spalle in modo da rappresentare non tanto l’individuo quanto piuttosto l’idea stessa di uomo) è sperduto in un assorto incanto o sgomento di fronte alla grandiosità della natura, quasi come se fosse contrapposto all’immensità del paesaggio. Un Io che sembra opporsi al non-Io di Fichte in perfetta sintonia con la concezione di Shelling (e se vogliamo, anche con quella di Hegel) di avvicinamento verso l’Assoluto in una concezione prettamente metafisica in cui la spiritualità diviene trascendenza.


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