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Quando l’Altro è la parte buia di se stessi. Intervista a Gianmarco Perale

Arte, Cultura & Società

Può un’amicizia tramutarsi in una vera e propria ossessione? Esiste una giusta distanza tra il proprio Io e l’Altro?  Troverete la giusta risposta a queste domande leggendo il romanzo d’esordio “Le cose di Benni” (Rizzoli) di Gianmarco Perale, uno dei più promettenti alunni dello scrittore e critico letterario Walter Siti.

Protagonisti di questa storia avvincente sono Drago e Benni due amici d’infanzia che hanno condiviso tante esperienze di vita ed emozioni. Improvvisamente qualcosa cambia nel loro rapporto. A cambiare è soprattutto Benni che agli occhi di Drago diventa letteralmente un’altra persona con i suoi silenzi e le sue bugie che stenta a credere e comprendere.  Non arrendendosi di fronte alle distanze e ai muri che eleva Benni tra lei e l’amicizia con il suo amico d’infanzia, Drago non si arrende e cerca di indagare sulle motivazioni di questo cambiamento.

Ossessionato dalla voglia di sapere e salvare la sua amica non potrà fare a meno di entrare in una “spirale” che non gli risparmierà dolore e sofferenza e che non servirà a salvare Benni dal suo “male di vivere”. Con questo romanzo Gianmarco Perale ci fa riflettere sul concetto di amicizia e ci insegna che a volte bisogna lasciare andare le persone senza ostinarci a volerle salvare se non sono quest’ultime a voler cambiare. Una storia che si legge tutta d’un fiato, merito anche dello stile narrativo minimalista ricco di dialoghi.

Di relazioni umane, empatia e scrittura conversiamo piacevolmente con Gianmarco Perale in questa intervista

Quando e com’è nata l’ispirazione per creare il personaggio di Benni?

Per quanto mi riguarda, perdonandoci la retorica e la banalità, i personaggi principali di un mio testo, un racconto o un dialogo, sono associabili agli Horcrux di Voldemord, nella saga di Harry Potter. L’Horcrux è un oggetto o un essere vivente che contiene un frammento dell’anima di chi lo crea. Nel caso di Voldemord, l’anima viene divisa in otto parti, una delle quali involontariamente. Nel mio caso, a oggi, nella creazione di un personaggio questo processo avviene sempre, ogni volta, volontariamente e involontariamente, proprio come succede a Voldemord. Per intenderci, Drago è un Horcrux volontario e Benni è un Horcrux involontario. Non c’è quindi ispirazione, spunti dalla realtà, niente di vero e allo stesso tempo niente di falso. Il carattere di Benni, è anche il mio carattere. Tanto quanto lo è quello di Drago e quello di Carlo, Rebecca e tutti gli altri. Nel caso di Benni, mi interessava tentare e portare avanti un’ossessione, e anche con Drago.

 

Il tuo romanzo parla di un’amicizia tra un ragazzo e una ragazza che crescono insieme condividendo tante esperienze. Tu ci credi in un’amicizia tra due sessi opposti?

Sì, ci credo.

Nel tuo romanzo affronti la tematica del dolore. Quanto ci cambia nel profondo?

Nella vita, da umano, da animale, riconosco una nuova e amplificata percezione delle cose tutte le volte che riemergo, poco prima di affogare. Riemergo e mi sento diverso, ogni tanto, e a volte no. A volte non so come sono riemerso, come non lo sanno i personaggi del testo. Quello che sanno, che credono di sapere, che sentono, è che esistono cose che li avvicinano alla vita e cose che li avvicinano alla morte. E reagiscono.

 Esiste una giusta distanza tra il proprio Io e gli Altri?

Esiste, finché che ci ricordiamo di noi. Un grande maestro diceva: “Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli.”.

Colpisce del tuo stile narrativo l’assenza di sovrastrutture e l’utilizzo di molti dialoghi. Come mai questa scelta stilistica?

Domanda difficile. Ho una scrittura minimalista, povera, un po’ sporca, centrata sui dialoghi e sul ritmo. Quando scrivo, racconto le cose come se avessi di fronte un amico. Cerco di ascoltarmi, sperimentare l’onestà. Mi piacerebbe, e molto, scrivere come Siti, Mari, Gadda, ma devo fare i conti con chi sono io. Con quello che ho a disposizione. È importante, direi fondamentale, renderci conto di quali siano i nostri strumenti. Accettarli, migliorarli e usarli al meglio.

Quanto di Gianmarco Perale possiamo rintracciare in questa storia?

Niente, dal punto di vista degli eventi. Tutto, nel carattere dei personaggi.

Cosa si prova ad essere considerato uno degli alunni più promettenti di Walter Siti?

È il mio primo lettore. Ho pochi, precisi lettori, e lui è il primo. Se ho scritto qualcosa, gliela mando e ne parliamo. È un’anima sensibile. Una sera ero a cena da lui. Parlavamo di scrittura, e un certo punto ha detto: “Liberati dalle catene.”. Suonava evocativo, mitologico, mi aveva capito. Ci vogliamo bene. Ce lo siamo detti: lui è il nonno e io il nipote. Lo ascolto, ragiono, registro tutto, ne seguo i consigli, faccio di testa mia, sbaglio, correggo.

A chi consiglieresti la lettura di questo libro?

A chi piace leggere. Dai sedici anni, circa, in su.

Mariangela Cutrone

 


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