Nel campo della base militare di Bengasi (Seconda puntata)

Arte, Cultura & Società

Di

di Raphael Luzon

Premessa:

Questo articolo e la seconda parte del precedente articolo che narrava i disordini anti ebraici ed anti italiani avvenuti in Libia nel giugno 1967.
A queste vicende ha fatto seguito, due anni dopo, l’espulsione in massa di circa 25.000 italiani dopo decenni di vita in Libia ed aver costruito le maggiori infrastrutture e sviluppato le maggiori citta`.
L’espulsione venne voluta da Gheddafi come vendetta per la colonizzazione della Libia da parte degli “imperialisti italiani” …

Nel campo della base militare di Bengasi (Seconda puntata)

Quella notte pernottammo là. Nessuno chiuse occhio. Tutti volevano sapere cosa fosse successo, cosa ci aspettava e fino a quando tale situazione sarebbe proseguita. Eravamo in trecento circa, per lo choc e la paura, regnava il silenzio. Poi si diffusero molte voci, incontrollate, tra cui quelle che ci avevano concentrati in un unico posto per liquidarci tutti.

La mattina, giunsero degli alti ufficiali i quali ci dissero che il ritorno a Bengasi era praticamente impossibile, e ci annunciarono che per il momento dovevamo restare in quel campo finché la situazione non si fosse chiarita. Tentarono di aiutarci nel limite del possibile. Ci dettero tutto il necessario per la notte: brandine e coperte. Due ore dopo ci diedero del cibo da cucinare: riso, farina, pane.
Il comportamento nei nostri confronti, dunque, fu buono, e la situazione cominciò pian piano a calmarsi. Le donne si organizzarono ed iniziarono a preparare da mangiare, ma in realtà confusione e paura regnavano nel cuore di tutti.
Alla domanda se volessimo mangiare carne, rispondemmo che la carne doveva essere kasher, macellata secondo il rito ebraico. Allora gli ufficiali chiesero se ci fosse un rabbino tra noi che potesse effettuare la macellazione rituale. La risposta fu affermativa. Allora portarono galline vive e il rabbino Madar cominciò a macellare i polli.
Nonostante gli adulti fossero molto preoccupati, per noi bambini era un’esperienza davvero particolare. Ci sentivamo come in una specie di “gita” o in un’avventura di quelle che si leggono nei libri.
Rimanemmo nel campo venti giorni circa.
Nel frattempo alcuni coraggiosi, sfidando il pericolo dei poliziotti e dei soldati, riuscirono a sintonizzarsi sulle radio estere, come la BBC e vennero a sapere che Israele non era stato sconfitto, come avevano trionfalmente annunciato le radio arabe nei primi giorni della guerra, ma al contrario, che Egitto, Giordania e Siria erano stati sonoramente sconfitti e che Gerusalemme era stata riconquistata. Queste notizie, ovviamente, causarono un’euforia da parte dei giovani mentre gli anziani richiamarono ad un self control per evitare ritorsioni da parte dei militari.
Alcuni ufficiali ci riunirono e ci dissero che il ritorno a Bengasi era difficile, perché non v’ era dubbio che con il nostro ritorno si sarebbero rinnovate le manifestazioni e se i manifestanti ci avessero assalito questa volta le forze dell’ordine non ci avrebbero difeso. Per la nostra sicurezza ci “consigliarono” di abbandonare la Libia. Non avendo scelta, la maggioranza delle persone acconsentì ad emigrare in Italia. Ognuno di noi ebbe il permesso di portare con sé solamente una valigia e venti sterline libiche, circa 50.000 lire italiane.


Una notte condussero a Bengasi due rappresentanti di ogni famiglia per raccogliere il minimo necessario: vestiti ed effetti personali. Fecero ritorno al mattino. Un mattino estremamente triste e doloroso per tutta la comunità. Chi parlava dei suoi libri sacri, chi di ricordi, chi di foto. Chi pensava al proprio business, alle proprietà, ai soldi in banca… Gran parte della loro vita lasciata lì senza sapere se mai più ne sarebbero tornati in possesso…Dopo quasi 2.000 anni stavamo assistendo all’estirpamento forzato della Comunità ebraica dalla Libia!


Ricordo che mio padre chiese ad alcuni amici di aiutarlo a raccogliere, nella notte, quante più medicine possibile dal suo magazzino per chi eventualmente ne avesse avuto bisogno.
Nel campo, dove eravamo ‘ospitati’, vi erano solo persone della zona di Bengasi, quindi ci conoscevamo tutti. Il problema, però, era che stavamo insieme tutte le ore del giorno e della notte. E vivere nel campo senza lavoro e senza alcuna occupazione, diventò giorno dopo giorno una vera e propria prigionia. Le persone cominciarono a perdere la pazienza e di conseguenza nacquero screzi e litigi.
Tuttavia, malgrado le tensioni e la noia, la convivenza nel campo sempre più ci insegnò ad aiutarci l’un l’altro, e sempre più si rafforzò il rapporto tra le famiglie.

A proposito di debitori mi viene in mente una storia che coinvolse la coscienza di persone che sino al giorno prima parevano essere stati nostri amici.
Mio padre era creditore nei confronti di alcuni farmacisti arabi cui aveva fornito una grande quantità di medicinali. (Mio Padre era importatore di medicinali che forniva alle farmacie)
Un mattino, con il consenso dei responsabili del campo, questi debitori vennero a discutere con mio padre su come risolvere la controversia. Alcuni di loro affermarono che, dal momento che gli ebrei stavano uscendo dalla Libia e non avevano alcun diritto ad essere risarciti, non intendevano pagare.
E come il mattino giunge dopo la notte, alcuni di loro, pochi in verità, affermarono con coraggio che avrebbero pagato.
Tutti questi impensabili fatti e quanto poi accadde in seguito a Roma, furono la causa della malattia e della morte prematura a 69 anni di mio padre.

Quando i preparativi per il nostro viaggio a Roma furono ultimati, ci annunziarono la data di partenza. Eravamo bambini, e quando sentimmo del viaggio in Italia, pensammo che non si trattasse niente di più che di una vacanza. Era come se volessimo allontanare l’idea che fosse un viaggio a senso unico, senza ritorno. Ma attorno a noi il dolore avvolgeva ogni cosa. A chi chiedeva quale fosse la sorte dei loro parenti di Tripoli, gli ufficiali rispondevano in maniera molto evasiva che in quella città erano stati uccisi alcuni ebrei, mentre la situazione a Bengasi era migliore. Mio padre aveva a Tripoli due fratelli con la loro famiglia, due sorelle e la madre.

Partimmo, lasciandoci dietro i morti. Lasciando una vita vissuta onestamente per 2000 anni. Lasciando le nostre tradizioni, le nostre usanze, gli affetti, i beni ed anche, perché no, alcuni amici. A Bengasi rimase solo una donna appartenente alla nostra comunità, la cui figlia era sposata con un musulmano.
Stavamo lasciando un mondo intero per entrare in un altro totalmente diverso.
Stavamo per sostituire al canto del Muezzin il suono delle campane.

Al momento del volo per Roma mi chiesi se sarei mai più tornato a Bengasi. Mi domandavo cosa fosse quella strana sensazione che provavo. Nella mia mente si mescolavano il timore del futuro ignoto, il dolore del distacco e l’incapacità di vedere la via di un prossimo ritorno. Ripensando, però, ai disordini, agli incendi dei nostri negozi, alle violenze, non vedevo l’ora di allontanarmi da tutto ciò.
L’aereo stava per atterrare. Ecco le prime case, i tetti rossi, il Colosseo, S. Pietro.
Quando mi chiederanno chi sono e da dove vengo mi chiedo, quale sarà la mia risposta? Che cosa racconterò`? Riusciranno a comprendere le mie risposte?

Sono nato nella bella città di Bengasi sessanta anni fa. Lì ho vissuto fino all’età di tredici anni. I ricordi mi sommergono, e contengono pagine che hanno arricchito il mio spirito, trasformando i miei tredici anni nel periodo più intenso ed indimenticabile della mia vita. E credo che tantissimi italiani, cristiani ed ebrei libici, come me conservino la nostalgia per “quella” Bengasi o “quella” Libia: il tipo di vita genuina pur con le oggettive difficoltà, essendo ebrei in un paese arabo.

Raphael Luzon ©

Corrispondente Progetto Radici Londra Inghilterra

Redazione Radici

Redazione Corriere Nazionale

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