Se i nov vax si organizzano per darsi un passaggio

Attualità & Cronaca

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di Michele Mezza

I soviet del trasporto no vax. O, per restare ai nostri tempi, una Uber solidale fra chi si sente fuori dal servizio pubblico. In tutta Italia stanno nascendo gruppi e comunità di mutua assistenza fra gli irriducibili nel rifiuto del green pass per sostituire i trasporti pubblici che dal 6 dicembre richiederanno implacabilmente l’esibizione del documento che attesta l’immunizzazione. Su Telegram o Whatsapp in pochi giorni si è costituita un’intelaiatura di sussidiarietà sociale, che scambia tempo per identità. Ci sono realtà che arrivano ormai a superare i 10 mila iscritti, in altri casi , come a Parma, Roma, Milano, Firenze, sono gruppi di poche decine di aderenti, che si scambiano orari e passaggi, per aggirare l’obbligo del green pass.


Manuel Castells nella sua monumentale opera sulla “Società in Rete” ( Bocconi editore) spiegava all’inizio del millennio che la peculiarità dell’epoca digitale è proprio quella di valorizzare la caratteristica che distingue la specie umana, ossia quella di scambiarsi segni e simboli. In realtà oggi, dopo circa 50 anni di rete e almeno 15 di social , la vera tipicità dell’intero genere umano è quello di costituirsi in comunità di azione.
Una caratteristica che attraversa culture, etnie, obbiettivi e identità: a destra come a sinistra quella che una volta era solo opinione pubblica, oggi è moltitudine auto organizzata, stormi, come li descrive il nuovo premio Nobel della Fisica Giorgio Parisi, che osservando le geometrie dei grandi gruppi di uccelli che vagano sulle nostre città all’imbrunire, giunge alla conclusione che “il caos si autorganizza”.

Una legge che ancora sembra del tutto inafferrabile per le culture politiche organiche, che ancora si stupiscono di come il corpo sociale incalzi, e si contrapponga al tradizionale gioco istituzionale dei partiti.


Ancora Parisi in una sorta di sociologia della fisica, richiama la teoria del bootstrap elaborata dall’americano Geoffrey Chew nel lontano 1962, per cui ogni particella elementare è composta da tutte le altre particelle in una specie di democrazia dello spazio fisico. Siamo negli anni che incubavano le prime sperimentazioni di un ambiente virtuale dove collegarsi e dialogare. La rete nasce con un pensiero sociale lungo e denso.

Oggi ne vediamo le conseguenze: l’autorganizzazione del caos disintermedia le istituzioni, così come gli utenti dei siti web hanno disintermediato i giornali, e i no vax stanno disintermediando autobus e tram.


La sfida degli oltranzisti che si oppongono alla strategia pubblica del green pass esprime una visione meno superficiale o grezza di quanto oggi si continua a pensare. La base del loro pensiero è proprio la disarticolazione dello stato come spazio pubblico, come luogo di incontro e compensazione sociale. Da una parte la pulsione più reazionaria, si richiama alla vulgata del tea party americano che ha prodotto poi il trumpismo, al grido di ognuno per sè e Dio per tutti, dall’altra vi sono anche visioni che nascono a sinistra, come le posizioni che si stanno organizzando in partito di Cacciari, Agamben e del teorico dei beni comuni Ugo Mattei, che respingono qualsiasi logica dirigista da parte di un’entità come appunto lo stato a cui non riconoscono di fatto la rappresentanza della popolazione. Linguaggio e strumento di questa eversione anti pubblica è appunto l’autorganizzazione che la rete materializza nelle sue pulviscolari esperienze.

Un tessuto sociale che tende a sostituire l’infrastruttura pubblica, creando squarci di contro azione più che di contro potere, per riecheggiare la teoria delle case matte di Gramsci.
I gruppi che stanno agendo in questi giorni nei quartieri delle città italiane per aggirare e annullare la strategia del contrasto al contagio basata sul green pass non sono folclore, ma un sintomo evidente di una crisi di credibilità ed efficacia della teoria dello stato liberale basata sulla semplice logica dell’efficienza. Oggi entra in campo una voglia di identità, di affinità, e , questo è il vero rischio, di separazione, di distinzione.
Così come si frantuma la cultura di massa lungo la pista che Bauman profeticamente ci aveva descritto, ossia il passaggio dalla triade lavoro di massa/media di massa/ consumi di massa, alla nuova spirale basata su lavoro individualizzato/ consumi personalizzati/ media on demand.

Non bisogna essere ossessionati dal materialismo storico per capire che se muta radicalmente la pancia e la testa della società ne mutano conseguentemente le forme e i contenuti del suo governo. Da qui si dovrebbe partire per ricomporre un quadro sociale condiviso ma non più unitario.

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