Bitetto e la  sua storia straordinaria

Puglia

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Bitetto sorta sul luogo di un insediamento apulo, come testimoniano le tombe rinvenute nella zona, è stata sede vescovile dal IX secolo ai primi decenni del XIX. Il toponimo deriva dal latino Vitectum, non manca però chi lo riporta al latino Vitetum,‘vigneto’.

Nel Medioevo subì ripetute distruzioni, dapprima a opera dei saraceni, poi del normanno Guglielmo il Malo e infine dell’imperatore svevo Corrado IV che, a metà del Duecento, la devastò per essersi schierata dalla parte del pontefice Innocenzo IV. La storia successiva, non si discosta da quella del resto della Puglia, assoggettata, dopo gli svevi, agli angioini, agli aragonesi e dall’inizio del XVI secolo, agli spagnoli, il cui malgoverno causò una generale decadenza.

La ripresa vi fu soltanto con le riforme borboniche e napoleoniche, che sancirono la fine del feudalesimo. Annessa al regno d’Italia, nel 1861, partecipò alle successive vicende nazionali e internazionali. Il suo notevole patrimonio storico-architettonico annovera alcuni edifici di culto, tra cui spicca la cattedrale, in stile Bitetto  romanico pugliese; fondata intorno al secolo XI, ricostruita nella prima metà del Trecento.

Degne di nota come abbiamo già posto in evidenza sono anche: la chiesetta di Santa Maria Veterana o della Santissima Annunziata, del XIV secolo, contenente pregevoli dipinti, e, in località Balsignano, la chiesa di San Felice, risalente al 1100.

Sempre alla ricerca del toponimo che più d’ogni altro ci aiuti a identificare l’origine del nome di Bitetto riportiamo tra le altre interpretazioni le seguenti: Vitetum (Terra ricca di viti), dovuto all’importanza per l’economia locale di questa pianta, ancora oggi coltivata e presente anche nello stemma comunale; a supporto di questa teoria vi è l’assonanza in dialetto tra il termine “v’tet” (vigneto) e “vetétte” (Bitetto); Bis Tectum (due volte il tetto), città ricostruita due volte oppure secondo tetto per gli abitanti di Bari fuggiti dopo la distruzione della città da parte dei Saraceni ed infine Beth Hetium (villaggio arido), termine forse di origine greca che indica la struttura del paese, costituito da piccoli raggruppamenti agricoli situati in territorio privo di sorgenti o acque stagnanti.

Tra il secondo e il primo millennio a. C. i nomadi  Iapigi, provenienti dalle coste dalmate, si insediarono sul territorio dell’odierna Puglia, dividendosi in Dauni a nord, Peucezi al centro e Messapi al sud. Le antiche popolazioni costruivano casupole con muri a secco o capanne, delle quali alcuni resti sono stati ritrovati in territorio bitettese, nei pressi della Chiesa di Santa Maria la Veterana.

Con l’arrivo di coloni greci sulle coste messapiche e la fondazione di importanti città come Taranto, l’antica Iapigia entrò a far parte della Magna Grecia. Al periodo compreso tra il IV e il III secolo a.C. risalgono le due tombe monoblocco ritrovate ancora intatte, sempre nella zona di Santa Maria la Veterana, con corredo ceramico di epoca greca. In particolare nel maggio 1993, durante dei lavori di scavo effettuati per costruire civili abitazioni, è stato ritrovato un sarcofago monolitico di forma rettangolare coperto da una lastra in pietra; al suo interno il defunto era stato deposto in posizione fetale, assieme a un corredo costituito da ciottolini, piattini e lucerne.

A partire dal III secolo a.C., con l’espansione di Roma, si costruirono ville rustiche e masse tra i campi coltivati, mentre si formavano municipi lungo tre direttrici viarie. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente e la sconfitta di Goti e Longobardi, la Puglia fu riconquistata dall’Impero bizantino. In questo periodo la regione sopportò un gravoso carico fiscale, ma si arricchì dal punto di vista culturale: il patrimonio artistico dell’epoca, infatti, fu profondamente influenzato dai nuovi elementi bizantini.

In quegli anni Bitetto iniziò a unificarsi, andando a costituire un unico villaggio la cui popolazione era in crescita. Esso si stringeva intorno a un cenobio istituito dai monaci basiliani in contrada San Marco, tra Bitetto e Bitritto. Conventi di questo tipo erano edificati per volere dei Bizantini: in questo modo, infatti, riuscivano a esercitare un maggior controllo sul territorio e la popolazione, sfruttando l’influenza religiosa e politica dei monaci sulle famiglie contadine, asservite ai gasindi per dissodare la gleba.

In questa località sono state ritrovate tombe, medaglie, monete e alcuni ruderi risalenti per forma, iscrizioni e stile all’epoca bizantina. Dopo la cacciata dei Bizantini da Bari a opera del duca normanno, Roberto il Guiscardo, avvenuta il 1071, il cenobio, abbandonato dai basiliani, andò lentamente in rovina, riducendosi a un cumulo di pietre coperte di erbe.

La terra di Bari, sotto la pressione longobarda, entrò a far parte della Langobardia Minor, quindi del Ducato di Benevento. In questo periodo Bitetto fu compresa nel territorio della città di Bari, come testimonia un antichissimo documento, risalente al 1021, che si trova presso l’archivio di San Nicola di Bari: in esso si nomina Bitecte come luogo compreso nella nuova Giudicaria Longobarda di Bari, sede del gastaldo.

Si ritiene che sia stata distrutta ai tempi dell’imperatore Ludovico II il Giovane, giunto in Puglia per liberare Bari dai Saraceni, senza successo, a metà del IX secolo, e nuovamente danneggiata dai Saraceni sul finire del secolo.

Al X secolo risale il primo documento scritto, una pergamena del Codice Diplomatico Barese dell’anno 959 d.C., che riporta l’esistenza di tre cappelle in loco di Bitetto o Vitecte, dedicate rispettivamente a santa Maria, san Michele Arcangelo e san Tommaso, dove due sacerdoti celebravano la messa, previo pagamento di un censo annuale all’arcivescovo di Bari, Giovanni II.

Nel documento si legge che esisteva un luogo chiamato Bitectum dove erano raggruppate delle casupole, formando appunto il locus, un villaggio esteso su un’antica contrada senza alcun recinto protettivo. Cinquant’anni dopo, Bitecte  era una solida collettività di residenti con obbiettivi comuni e comportamento solidaristico, una civitas in grado anche di partecipare con pari dignità alla lega delle città di Bari, Bitonto, Trani ribellatesi ai dominatori bizantini, contro i quali fecerunt bellum in Bitete, nell’anno 1011: è infatti qui che ebbe luogo la battaglia tra Melo di Bari e i bizantini.  

Nel corso dell’XI secolo Bitetto fu elevata a sede vescovile, in quanto nel 1089 la bolla “Quia nostris temporibus” di papa Urbano II la cita come suffraganea di Bari; sul finire del secolo la Mensa arcivescovile ricevette in feudo la vicina Bitritto. La città venne distrutta per ben due volte nel 1164 da Guglielmo il Malo, rea di essersi opposta a suo padre Ruggero II nel 1129, e venne donata nel 1176 da suo figlio Guglielmo II alla chiesa di Monreale In epoca normanna, parte del territorio comunale venne stornato da Federico II e devoluto alla nascente città di Altamura, dove si stabilirono molti bitettesi.

Il figlio Corrado IV di Svevia, tuttavia, la distrusse ancora una volta nel 1251, poiché fedele a papa Innocenzo IV. Con l’ascesa degli angioini, Bitetto ebbe nuovo splendore: sotto il regno di Carlo I cominciò la sua ricostruzione come cittadella, fortificata con torri e mura nel 1261, quindi fu tra le città più ricche della Terra di Bari e il borgo fu ingentilito da diversi edifici civili, alcuni dei quali pervenuti ad oggi. Consistente il patrimonio  storico, culturale, religioso ed architettonico di questa nostra bella città.

Ai monumenti già censiti e di cui abbiamo raccontato le vicende storiche  oggi aggiungiamo altri che per il loro valore artistico  ed architettonico continuano ad essere meta continua di turisti e studiosi  Tra queste in primis la Chiesa di San Domenico, trattasi di  un edificio situato fuori dalle mura medievali, databile tra la fine dell’XI secolo e la metà del successivo.

Sul posto  preesisteva la  Chiesetta di Santa Maria e San Giovanni Battista che  venne inglobata negli ultimi anni del 1500 nella chiesa che i Padri Predicatori costruirono a Bitetto in onore di San Domenico, diventandone il presbiterio. Sul retro si può ben notare l’abside semicilindrica contrassegnata da una cornice a denti di sega, presente anche lungo i lati scoperti del tiburio sul quale poggiava la cupola dell’edificio originario.

Le coperture delle volte e del catino absidale erano un tempo rivestite con chiancarelle, in seguito manomesse e sostituite con delle semplici tegole. Le mura che proteggevano Bitetto erano caratterizzate da imponenza e solidità, caratteristiche necessarie perché  avrebbero dovuto garantire la salvezza della città in caso di assedio. in tempi critici; le vie esterne erano vigilate da soldati posti di guardia su alcuni dei trentasei torrioni di forma rettangolare che insistevano sul perimetro della cerchia muraria, a quindici metri l’uno dall’altro, ma a due a due per custodire le porte di accesso.

Esternamente appariva compatta e ininterrotta, senza alcuna apertura per non indebolirne le difese. Una prima muraglia viene attestata già dal 1099, epoca in cui vi era una turricella a oriente e una casa vecchia. La preesistenza di una cinta fortificata è confermata da Lorenzo Giustiniani, che scrisse nel 1797: “Sotto Carlo I [Bitetto] incominciò a riedificarsi nel luogo del castello fortificato d’intorno di torri e di mura, verso il 1266 e da quel tempo è rimasta sino al presente di piccola estensione”.  

Si poteva accedere alla città attraverso tre porte, abbattute nel XIX secolo durante il processo di espansione della città al di fuori del borgo antico. Esse erano aperte di giorno, dopo che la campana della cattedrale aveva suonato il Mattutino, fino alle due di notte.

2° parte

Giacomo Marcario

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