Paolo Borsellino: la cultura della legalità

Arte, Cultura & Società

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“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”

Sono passati trent’anni dalla strage di via D’Amelio quando, il 19 luglio 1992, il giudice Paolo Borsellino assieme ai cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina rimasero vittime dell’esplosione di una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre del giudice e che esplose al passaggio di quest’ultimo con la scorta.

Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, così come in un’intervista televisiva con Lamberto Sposini, Borsellino aveva parlato della sua condizione di “condannato a morte”.

Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate.

Vergogna di Stato

Vi è forse più grande sconfitta della condanna a morte di un servitore dello Stato, che esercita la sua professione, per non dire missione, con disciplina e onore, come previsto dalla stessa Costituzione?

La Costituzione, già, testo che dovrebbe essere il fondamento nell’ educazione di uno Stato sedicente di diritto e principalmente del suo futuro ossia i giovani.

Tutto parte da lì, dalla cultura che apre la mente ed eleva lo spirito dell’ uomo.

La cultura della legalità che rende l’essere umano un libero cittadino anziché un bruto.

Un bruto che, per di più, osa considerarsi “uomo d’onore”.

Ma dopotutto si sa, si decanta di essere sempre ciò che di fatto non si è.

La legalità che deve partire principalmente dalle Istituzioni.

Istituzioni che, però, sembrano più propense a ricordare i martiri anziché evitarli.

Una cultura che deve essere coltivata nelle scuole, nella famiglia e da tutto ciò che alimenta le nostre menti.

Come il campo dell’editoria, incluso il linguaggio fatto di immagini, proprio come avviene col fumetto e come ha fatto Marco Sonseri, sceneggiatore di fumetti e scrittore di libri, realizzando una graphic novel su Paolo Borsellino ma anche su altre vittime di mafia come Don. Puglisi.

 

 

Tema questo di cui parleremo nella rubrica “Cancro di Stato”

Marco, cosa l’ha spinta a occuparsi di queste tematiche, e come considera i protagonisti delle storie da lei illustrate? Sono dei martiri o degli eroi?

“Credo fermamente che il bene sia più forte del male ma altresì credo che ognuno di noi debba fare la propria parte per smascherare falsità e far crollare miti che non portano a nulla di buono.

Raccontare la storia di Paolo Borsellino a fumetti, lavoro che ho fatto grazie alle matite di Gian Luca Doretto, o di Don Puglisi, le cui pagine sono state disegnate da Riccardo Pagani, per me significa contribuire a questo processo.

Io, poi, di mio, pur amando tantissimo la figura dell’eroe, credo che queste persone debbano essere ricordate prima di tutto come uomini.

Persone come noi, fratelli maggiori, se vogliamo e da cui attingere voglia di fare, coraggio ed esperienze”.

A suo avviso, cosa dovrebbe fare il suo mondo ossia quello dell’editoria a fumetti per avvicinare i giovani alla cultura della legalità? Secondo lei, è stato fatto abbastanza o la strada è ancora lunga?

“Il concetto di legalità è importante ma lo è ancor di più quello di uomo.

Si può sbagliare, si possono fare anche errori tremendi ma c’è sempre la possibilità di risorgere e di aggiustare il tiro.

Parlare di bene, anche nei fumetti, non sarà mai abbastanza ma è prezioso al tempo stesso tutto il materiale che c’è in circolazione.

Io con ReNoir Comics, editore di Milano, ho scritto di Borsellino e Puglisi ma anche di Perlasca, per esempio.

Raccontare la vita attraverso l’editoria è un’esperienza bellissima”.

Borsellino parlava di paura ma anche di coraggio, il coraggio di saperla affrontare.

A suo avviso, il mondo dell’editoria ma altresì della cultura in generale ,hanno affrontato con abbastanza coraggio queste tematiche, o si sta agendo per mero senso civico anziché adoperarsi principalmente per dovere morale?

“Beh, intanto è importante che se ne parli.

Certo, le intenzioni sono fondamentali ma non dobbiamo dimenticare che ognuno deve fare il proprio mestiere o rispondere alla propria vocazione.

Non pretendo che un editore debba parlare di lotta alla criminalità organizzata come ne parlerebbe il Procuratore Antimafia, per esempio.

Siamo collocati tutti all’interno di un grande affresco.

Talvolta i dettagli non li cogliamo, altre volte si.

L’importante è cercare di non voltarsi dall’altra parte, di stare nel mondo e guardarlo per quello che è o che potrebbe essere.

È sempre una questione di scelta”.

Una questione di scelta, frase che tanto ricorda l’invito di Paolo Borsellino, rivolto principalmente ai giovani:

“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”

(Fonte Wikipedia)

Rita Lazzaro

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