Fare il sociologo: un mestiere difficile. In memoria di G. Piscitelli

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Di

del prof. Everardo Minardi

Premessa

Lo scorso 11 agosto, su questa testata, per fare conoscere meglio ai lettori appassionati di scienze sociali la Sociologia clinica e il ruolo che ha assunto negli anni nel nostro Paese, è stato pubblicato un  articolo di approfondimento, dal titolo: “Per una breve storia della Sociologia clinica in Italia”,  su gentile concessione degli autori, Everardo Minardi [i] e Gianluca Piscitelli [ii], in quanto maggiori artefici del sito: https://sociologiaclinica.it/ e del correlato Laboratorio di Sociologia Pratica: Applicata e Clinica (in acronimo LAB.-S.P.A.C)  [iii].

Con immenso dolore e profonda commozione, abbiamo qualche giorno fa ricevuto la tremenda notizia della prematura scomparsa, a Roma, di Gianluca Piscitelli. Nel ricordare la sua figura di amico fraterno e collega, per il suo impegno permanente come promotore e coordinatore del LAB.-S.P.A.C e per l’ intenso lavoro di studio e ricerca riconducibile ai suoi testi pubblicati nelle collane Quaderni di Sociologia Clinica e On The Road, scaricabili e leggibili presso www.homelessbook.it, il prof. Minardi ulteriormente ci concede ulteriormente la possibilità di proporre al nostro pubblico un suo articolo autobiografico, intitolato “Fare il sociologo: un mestiere difficile“, dal quale emergono osservazioni e riflessioni sviluppate nel corso del suo lungo percorso accademico e professionale nell’ambito della sociologia.

Gianluca Piscitelli

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FARE IL SOCIOLOGO: UN MESTIERE DIFFICILE

Quasi una piccola autobiografia professionale.

Osservazioni e riflessioni di Everardo Minardi

Chi sono?

Un sociologo di periferia; ha fatto parte di una scuola, ma non è stato un capo scuola; ha lavorato in gruppi di ricerca nazionali, ma anche internazionali; si è riconosciuto nella scuola bolognese, ma ha curiosato anche all’interno di altre scuole, coltivando rapporti e relazioni non sempre ben interpretate; ha fatto didattica dentro e fuori l’Università, non disdegnando i corsi di formazione presso organizzazioni di volontariato, centri sanitari, cooperative sociali.

Un “lavoratore del sociale”, che ha sviluppato la sua attività presso la Università e presso organizzazioni cooperative e volontarie operanti nel sociale, con la ricerca di una forte connessione tra le due dimensioni, anche e soprattutto nel campo della ricerca sociologica applicata alla definizione dei problemi ed al cambiamento sociale.

Da dove sono partito?

Dalla Facoltà di scienze politiche della Università di Bologna, dove si è laureato nell’indirizzo politico sociale della Laurea in scienze politiche, con una tesi di ricerca sul rapporto tra i giovani e gli operai in alcune imprese metalmeccaniche bolognesi.

Poi, con impegno nella didattica e nella ricerca (dentro e fuori l’Università), ha preso contatto con le molteplici espressioni del mondo sociale, a cominciare dal mondo associativo e del volontariato, per giungere alle istituzioni locali, impegnate negli 70-90 nella costruzione dei comprensori territoriali, dei consorzi sociali e quindi delle Usl (quando non erano ancora illusorie aziende sanitarie).

Da ciò l’origine di una attenzione per una sociologia che si va a fare non solo e non tanto nei mondi accademici, quanto nel lavoro associativo-volontario, nel lavoro sociale presso i servizi sanitari e sociali, nel lavoro pratico di conoscenza e di gestione dei problemi presso le organizzazioni e le cooperative sociali.

Di che cosa mi sono occupato?

Con l’impostazione propria della sociologia del lavoro, di matrice francese, l’attenzione della ricerca si è incentrata su una attività di ricerca incentrata non sui temi dell’ordine e della conservazione dell’equilibrio dei sistemi sociali, ma sul “conflitto” che nelle tante espressioni del mondo sociale non si riduce solo alla dimensione del conflitto di classe, ma ad un insieme di attività, di relazioni, di comunicazioni anche simboliche che si focalizzano sulla prospettiva del “cambiamento sociale”. I conflitti sociali sono i fattori energetici che generano cambiamento sociale; e il lavoro del sociologo non consiste nell’assistere e nel teorizzare, ma nel fare una attività di ricerca che si traduce nel cambiamento.

Perciò, al di là delle scuole di metodologia essenzialmente quantitativa della ricerca sociologica, anche di molti aspetti della metodologia qualitativa, l’interesse si è rapidamente concentrato sulla dimensione teorica, metodologica, pratica della recherche action, come delineata nella scuola francese e canadese, e nella action research, nelle diverse formulazioni che si sono delineate dall’America del Nord a quella del Sud.

La mia storia accademica?

La formazione di base a Bologna all’Istituto e poi al Dipartimento di sociologia, con le prime attività didattiche e di ricerca, fino al riconoscimento della posizione di professore associato in sociologia generale.

Con esperienze temporanee alle Università di Verona, Parma e Cagliari, (e altre esperienze anche un poco estemporanee in Chile, alla Università di Concepcion e in Catalogna, alla Università di Girona) si è avviato un lungo periodo come professore ordinario di sociologia generale e dello sviluppo all’Università di Teramo, dove si sono sviluppate attività in un corso triennale di scienze sociologiche per lo sviluppo locale e la governance, in un dottorato in sviluppo locale e politiche sociali, e in un dottorato internazionale con la Università di Zadar (HR) in Sociology of Regional and Local Development, insieme al primo Master di II livello in sociologia clinica, non ancora avviato in Italia.

Il periodo trascorso per 17 anni in una Università di periferia (tale era considerata la piccola Università abruzzese) è stato caratterizzato da un lavoro di ricerca sempre costantemente finalizzato al lavoro congiunto con istituzioni locali, associazioni di imprese, agenzie locali di sviluppo e di promozione sociale, enti ed organizzazioni interessati alla promozione della memoria, dell’Heritage e dei saperi pratici dell’artigianato tradizionale; non senza dimenticare i legami tra la realtà regionale abruzzese e le molteplici espressioni dell’emigrazione di popolazione abruzzese che ha animato i paesi del nord Europa, del Canada, nonché dell’Australia.

In che cosa è cambiato il mio approccio alla conoscenza del sociale?

Il primato dell’azione di ricerca finalizzata al cambiamento sociale – da ciò il nesso tra la ricerca e l’azione sociale (action research) – è il perno di una vision delle scienze sociali e della sociologia che, se ha trovato negli autori dei due secoli trascorsi coloro che hanno legittimato un sapere capace di fondarsi anche sui paradigmi della conoscenza scientifica, deve darsi oggi uno status che non si riconduce solo alla formazione accademica e alla sua legittimazione di un profilo di operatore intellettuale, qualificato per l’esercizio di una professione, ma anche e soprattutto al riconoscimento che il profilo professionale del sociologo si definisce e si costruisce nel rapporto di tale figura con i “problemi sociali”, e nella capacità di coniugare conoscenze e competenze in quelle azioni di cambiamento sociale che si risolvono nella risoluzione dei problemi sociali, in rafforzamento dei sistemi di Welfare e di Wellbeing, in risoluzione di fattori di crisi in effetti di sviluppo sia economico sia sociale e culturale, con il pieno coinvolgimento delle comunità e dei territori a cui si fa riferimento.

Da ciò non lo studio del sociale in sé e per sé, ma il lavoro nel sociale e per il sociale: da ciò l’inevitabile interesse per le tante manifestazioni di una sociologia non teorica, ma “applicata”, oppure “pratica”. L’interesse si è in particolare espresso nei confronti delle diverse e diffuse manifestazioni della “sociologia clinica”; ad essa si è dedicato un particolare impegno con l’attivazione della collana dei Quaderni di sociologia clinica, unica in Italia (www.homelessbook.it).

Alcune domande che mi vengono rivolte

  1. Come studioso dello sviluppo e della governance locale, quale pensa sia il ruolo del “territorio” nell’attuale contesto definito dalla globalizzazione? Non pensa che possa tradursi in una forma di dipendenza rischiosa per il futuro dello stesso territorio?

Proveniamo da una formazione in cui l’approccio ai fenomeni sociali è stato prima causale, poi organicistico, poi sistemico e funzionale (la società come corpo, organismo, sistema di funzioni regolative che si differenziano, ma non cambiano mai la natura e la struttura della società); quindi nella visione dominante del macro, non si ha la notizia viva della dimensione del micro, la cui disanima è lasciata alla psicologia e al “servizio sociale”.

Da una prospettiva ancora macro si continua ad affrontare oggi il problema dello sviluppo; il tema lo si imposta in termini generali, sistemici, rispetto ai quali diviene risolutivo il ruolo della politica e soprattutto della economia; anzi, anche la sociologia è protagonista di una visione dello sviluppo in termini prioritariamente economici, con la recezione di approcci rilevanti di questa “scienza” (non a caso alcuni sociologi accademici hanno ritenuto di recente necessaria la configurazione della sociologia economica come distintiva e separata dalla sociologia generale e degli altri generi).

In questa prospettiva, diviene quasi del tutto irrilevante la dimensione locale dello sviluppo, dove il locale richiama direttamente e non solo simbolicamente l’insieme dei rapporti sociali che si sviluppano sui territori, attraverso le famiglie, le associazioni, le organizzazioni sociali, in sintesi le autonomie sociali che sono la premessa delle autonomie locali; da ciò la definizione della comunità come base generativa dello sviluppo locale di un territorio che si distingue e al tempo stesso si interrela con le dimensioni territoriali più ampie (dalle micro alle macro aree dello sviluppo).

Per troppo tempo la sociologia sistemica e funzionale ha ritenuto la dimensione del locale come una semplice derivazione del generale, il micro come derivazione del macro e non viceversa.

Il lavoro sociologico, se compiuto andando al di là di tale cesura intellettuale, scopre contenuti e valenze del locale e delle forze generatrici delle diverse espressioni di un capitale che non si riduce alla sua valenza economica, ma riscopre le sue diverse qualificazioni di capitale sociale, culturale, valoriale e simbolico.

È vero che antropologi di grande rilievo hanno anticipato tale prospettiva, ma non sono stati recepiti nell’ambito della teoria e della pratica sociologica; si pensi a Marcel Mauss e alla sua evidenziazione del dono, come fattore costitutivo della vita sociale, ma la sociologia si è appiattita sulla economia politica, facendo propria il format dello scambio e del rapporto di scambio; il che ha messo in ombra tutta una diversa prospettiva di osservazione e di analisi del sociale.

Il focus sul locale ha consentito di ridare centralità anche alle azioni innovative in campo politico ed economico per lo sviluppo delle aree interne di un paese come l’Italia che ha visto svilupparsi, anche in termini rovinosi, le aree di pianura e le aree costiere, con l’accentramento urbanistico, demografico e la concentrazione delle strutture della produzione industriale; tutto ciò con l’effetto della ulteriore emarginazione delle aree interne.

Queste aree, quasi sempre collocate lungo le dorsali appenniniche, dotate di risorse culturali, sociali ed anche economiche legate alla memoria storica, all’Heritage, ed a valenze tecniche e professionali marginalizzate e spesso destinate alla dispersione, sono divenute dalla fine degli anni 80 fino al primo decennio del duemila, territori di sperimentazione – non generalizzata – di logiche di rappresentazione e di azione per il loro sviluppo, di matrici assai diverse da quanto si era ormai consumato nelle aree urbanizzate: la sostenibilità dell’ambiente, la tutela delle aree di maggiore interesse naturalistico, ambientale, anche in una prospettiva di valorizzazione nei termini di un turismo non consumistico di aree spesso abbandonate da popolazioni emigrate non solo nelle aree urbanizzate italiane, ma anche europee ed extraeuropee.

Poi con la crisi economica e soprattutto finanziaria del 2007 che ha visto propagarsi dal livello internazionale a quello locale gli effetti di una distruzione progressiva delle risorse – da quelle finanziarie a quelle intellettuali – crisi che ha ora assunto il carattere della permanenza e della diffusività, le politiche dello sviluppo locale si sono rapidamente ridotte, spesso dissolte, per ridare spazio e vigore alla dimensione della globalizzazione; dal locale al globale, secondo alcuni. Come se allorquando si dava centralità al locale, si fosse perso il senso del globale.

In realtà la prospettiva in cui ci collocavamo era quella di un riconoscimento e di una valorizzazione del locale per dare più identità e riconoscibilità dello stesso nella intersezione con i processi diffusi e pervasivi della globalizzazione.

Anzi per acquisire risorse, e al tempo stesso per dare senso al globale indifferenziato di per sé, era indispensabile dare forza e riconoscibilità al locale.

È interessante peraltro osservare come in questi ultimi anni, dopo la schiacciante enfasi data dalle politiche nazionali e europee agli interventi di governabilità dei processi della globalizzazione, si stia progressivamente ritornando alla dimensione del locale, con politiche di sviluppo non solo economiche ed infrastrutturali, che accentuano le caratteristiche di connessione tra globale e locale: il termine ormai riconosciuto è il g-locale.

Anche l’enfasi data dalla costituzione delle Macro Regioni Eu, come nel nostro caso la Macro Regione EU Adriatico Ionica, composte da paesi appartenenti o in via di adesione alla EU, ha favorito la ripresa delle azioni per lo sviluppo del locale (le aree interne etc.) nella loro necessaria connessioni con la dimensione del globale.

  1. Ha senso parlare di “welfare locale”? Si tratta di alternativa al sistema di welfare statale oppure ne deve essere considerato una integrazione?

Il Welfare è locale per definizione; come potrebbe essere diversamente? In realtà il primo approccio è stato inevitabilmente di tipo strutturale, sistemico: Welfare System come antitesi ad un sistema che non riconosceva la dimensione del benessere come la manifestazione di un diritto primario, inalienabile di ogni cittadino.

L’attenzione negli anni 70 e seguenti si incentrò primariamente sul settore sanitario; come modernizzare gli ospedali, superare il loro localismo, le differenze sostanziali di risorse e professionalità che determinavano – in un assetto di gestione degli Ospedali ancora espressione di Ipab – diseguaglianze, squilibri anche territoriali, nonché lo spostamento di popolazione da una regione all’altra, per vedere soddisfatto o risolto il problema della integrità della salute da parte di cittadini.

Quindi, di conseguenza, si determinò la “nazionalizzazione” delle strutture ospedaliere, nel quadro di Usl fortemente determinate nella loro configurazione dalle Regioni che ne assumevano la responsabilità della gestione economica, tecnologica e professionale, con ricadute significativa sull’organizzazione e il management delle funzioni ospedaliere.

Il Welfare system era, quindi, primariamente sanitario; e il mondo dei bisogni e delle domande sociali del Welfare rimanevano ai margini, con la sola presenza dei servizi di tutela sociale dei Comuni (quelli di maggiori dimensioni, che disponevano di risorse da destinare agli interventi) e delle Ipab (chiamate anche irregolarmente Opere Pie), ancora fondamentalmente estranea all’assetto di un Welfare locale.

A fronte di tale deficit strutturale, cominciarono a prendere corpo le espressioni di 3 realtà in corso di formazione e di rafforzamento: le associazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, le cooperative sociali; la legislazione prima nazionale poi regionale cominciò a dare riconoscimento a questa dimensione attiva capace di produrre effetti di Welfare locale, al punto tale da consentire di raffigurarla come componente indispensabile di un nuovo sistema di Welfare Mix, da nessuno riconosciuto formalmente, ma in sostanza generato e generalizzato nella dimensione locale, anche per effetto del riconoscimento regionale di tali entità.

Con il Welfare Mix in atto si cominciò ad avere la nozione di una terza dimensione nella produzione del Welfare locale; oltre al ruolo dello stato e delle regioni da un lato, e delle istituzioni locali (Comuni e province) dall’altro, si rendevano non solo presenti, ma in condizioni tali da produrre effetti significativi, realtà come le associazioni volontarie, le Associazioni di Promozione sociale (Aps) e le cooperative sociali.

Ci fu un effetto normativo nel 2000 allorquando a livello nazionale si approvò una legge che intendeva (o pretendeva) di dare un assetto nazionale al ruolo delle istituzioni locali e ai soggetti della terza dimensione del Welfare locale; ma la legge non ebbe il necessario riconoscimento a livello regionale, per cui solo poche regioni diedero attuazione a quanto previsto dalle norme nazionali.

L’effetto è stato di rafforzare la dimensione del Welfare locale, in cui si andò progressivamente a delineare una dimensione tra i bisogni sociali e quelli sanitari di una vera e propria configurazione di bisogni propriamente socio sanitari.

La convergenza di interventi propri della Usl (o Asl) e di Comuni o enti di terzo settore si rendeva necessaria per dare risposte ordinate a bisogni originati da una popolazione sempre più appesantita dal processo di invecchiamento e da una caduta accelerata di nuove nascite.

Il periodo dai primi anni del 200 fino ad oggi non è stato tuttavia risolutivo per rafforzare il ruolo delle autonomie locali per una più chiara configurazione del Welfare locale; anzi l’indebolimento progressivo delle istituzioni locali nei servizi locali di Welfare, ha determinato l’evidenziazione più forte del ruolo delle organizzazioni sociali di terzo settore nella gestione di attività e servizi non solo assistenziali a cui le istituzioni pubbliche non sembrano più trovarsi nelle condizioni non solo economiche per farvi fronte.

Rimanendo ancora decisivo il ruolo dello stato e delle regioni nel settore del Welfare sanitario, le attività concernenti i settori degli interventi sociali e sociosanitari trovano la partnership sempre più consapevole delle organizzazioni di terzo settore; la loro risposta, peraltro, si è tradotta anche in una riflessione che ha cercato di trovare le ragioni di una risposta strutturata e continuativa alle domande di Welfare sociale, motivando le loro azioni come espressione non più di un Welfare system e/o di un Welfare State, ma piuttosto come attività generata e motivata da una logica innovativa di un Welfare di comunità.

È la comunità, almeno fino ad un certo punto, il soggetto capace di generare Welfare, mobilitando, incrociando, valorizzando risorse, energie, attenzioni che le organizzazioni del Welfare System, come Welfare di stato non sarebbero in grado di mettere in campo.

Perciò rimanendo public (finalizzato cioè all’interesse generale per tutti i cittadini) il Welfare locale, la sua realizzazione viene – ovviamente in una logica di sussidiarietà orizzontale (e per alcuni circolare) – realizzata da soggetti del terzo settore, in quanto soggetti capaci di mobilitare una risposta di Welfare di comunità.

In questo contesto, ancora debole nel profilo e poco diffuso nella organizzazione concreta, ci si può chiedere quale sia il ruolo delle professioni del lavoro sociale e dei suoi profili operativi, come quello del sociologo, in una dimensione applicata e pratica.

I tentativi di risposta in questo senso ci sono; lo testimoniano le numerose esperienze associative tra sociologi che si sono disseminate nelle diverse realtà italiane, dal sud al nord, con l’effetto di un localismo identitario esasperato a cui si aggiungono espressioni di leaderismo non sempre motivato.

Però nel suo complesso, il processo in atto non va visto in termini negativi; la prospettiva di un Welfare di comunità, a più soggetti e a più gambe, volto a dare un volto più credibile e partecipato al Welfare locale trova nelle figure diverse del Social Work gli attori che possono dare un senso più profondo al fare sociologia, intesa non solo come attività volta al problem setting ma soprattutto come attività volta al problem solving. I bisogni e le domande sociali vanno risolte, alle radici che li producono. E il sociologo, che oggi non sa che fare in concreto, deve imparare a fare la sua parte.

  1. Fra i molti libri che ha scritto il grande vecchio della sociologia contemporanea, che cosa ne pensa di quello dedicato da Bauman alla “voglia di comunità”? E’, come si direbbe enfatizzando l’espressione, un “grido di dolore” oppure l’indicazione di uno dei più complessi problemi del mondo contemporaneo?

Dice bene Bauman, quando parla di voglia di comunità, perché, radicalizzando la sua espressione, la comunità non esiste in sé, ma solo come “costruzione sociale” di domande, emozioni, spesso presunzioni, portate dai soggetti che partecipano ad esperienze comuni.

Ebbene, in termini sociologici, lo sapevamo già, allorquando abbiamo recepito non solo come elaborazione teorica il concetto di costruzione sociale. Il sociale non è un fatto biologico, ma l’espressione di relazioni sociali. Il sociale non è solo ciò che si vede all’esterno (le funzioni, le regole, le cause e gli effetti), ma ciò che si vive all’interno e dall’interno (emozioni, sentimenti, mondi vitali; il sociale anche espressione di “empatia”, scrive A. Ardigò).

Ma se ci fermassimo a questa diagnosi – non c’è comunità, ma c’è voglia di comunità, quindi la capacità di costruirci un mondo possibile, anche se non del tutto gradevole, giusto ed accettabile – la nostra analisi si esaurirebbe, anche perché la nostra capacità di azione e di cambiamento si ridurrebbe grandemente, diventerebbe anzi del tutto autoreferenziale.

In realtà Bauman ci ha offerto un’altra chiave significativa di lettura della situazione già di per sé drammatica in cui ci troviamo (a partire da un suo libro che nessuno cita: Individualmente… insieme).

Ci troviamo certamente in una società/corpo/organismo/sistema, ma noi non le apparteniamo come questa non appartiene a noi. Perché l’individualismo è imperante, dominante, sviante da ogni altra visione o altra prospettiva. Ma per questi e tanti altri motivi, l’individualismo ci obbliga a ritenere che lo stare insieme diventa qualcosa di necessario, biologicamente indispensabile per la nostra sopravvivenza; la società, comunque la leggiamo e la interpretiamo, è sempre, comunque, il punto di arrivo e di risoluzione di esperienze individuali che, se esaurite in sé, diventano patologiche, si dissolvono, negando ogni identità.

La società e, quindi, il vivere la comunità nelle sue relazioni tra ruoli, ma anche con emozioni e sentimenti, è il modo di essere di individui che non sono in grado di negare sé stessi, ma anzi di manifestarsi, di riprodursi, di mettersi in relazione con ciò che di allargato e di generale (e anche di universale) si manifesta intorno ad essi.

Quindi, in questa prospettiva la globalizzazione non va concepita come dramma, ma come necessità, come quella dimensione allargata del vivere sociale in cui si definiscono e ridefiniscono le individualità.

Siamo individui, anzi troppo individui (direbbero altri, ci dimentichiamo di essere persone!); perciò abbiamo bisogno di un mondo esteriore sempre più ampio e allargato. Lo stare insieme non significa localismo, comunitarismo autoreferenziale, ma capacità di mettersi in relazione con tutti, anche con coloro che consideravamo estranei, addirittura nemici.

Proviamo a pensare a come, con la presenza degli immigrati e dei migranti, ritorniamo ad essere ciò che eravamo stati nella storia di qualche secolo fa: un formidabile ed esteso popolo multietnico e multiculturale. (Non dimentichiamo che siamo al centro del Mediterraneo e il centro dell’Europa non sta in Germania, ma proprio nel Mediterraneo!).

Perciò la nostra identità come base della individualità si realizza nel contesto di un insieme che è fatto, oggi come ieri, di più ethnos e di più culture; e quindi, di più identità, alla pari.

  1. L’insieme delle cooperative e delle organizzazioni di volontariato che caratterizzano il panorama delle strutture assistenzialistiche del nostro Paese può essere considerato un anticipo delle forme di lavoro che ci attende nel prossimo futuro?

Se, come affermato in precedenza, andiamo progressivamente verso un Welfare di comunità, di conseguenza a partire dalla comunità si va a leggere i bisogni e le domande sociali (che in quella comunità si sono generate e manifestate), di conseguenza la comunità è anche l’ambiente dove si definiscono e si organizzano le risposte ai bisogni e alle domande sociali di Welfare.

Nella comunità non stanno tutte le risorse e le capacità di diagnosi dei problemi e delle domande sociali; ogni comunità è in relazione con altre comunità che si muovono sullo stesso territorio o su territori contigui, e quindi risorse e conoscenze vengono trasmesse e condivise, allorquando dentro la comunità di origine non si è in grado di risolvere le domande sociali e quindi di ristabilire le condizioni essenziali di Welfare.

Da ciò il tema delle conoscenze, delle competenze, delle metodiche su cui strutturare le azioni per rispondere ai bisogni e alle domande sociali. Da ciò il tema di quell’assetto di conoscenze, competenze e metodiche che si vanno a configurare come “lavoro”, in quanto esercizio motivato e consapevole di quelle risorse ritenute necessarie per rispondere a quanto viene rilevato.

Nella comunità, quindi, si può fare assistenza, ma questa attività che quasi sempre si manifesta come una attività passiva e che quindi prolunga, alleviandoli, i bisogni senza risolverli, può essere sostituita (o per lo meno messa in relazione) con l’attività prioritaria di lavoratori sociali, che integrando l’attività assistenziale, affrontando il nodo del bisogno sociale, facendone la diagnosi e individuando la metodica della sua risoluzione.

Quindi il Welfare di comunità può generare lavoro qualificato, motivato, riconosciuto e partecipato dalla comunità stessa.

Si tratta di lavoro sociale (Social Work), una dimensione applicata e pratica a cui il sociologo non è estraneo, con cui – spesso in maniera non adeguata, quasi improvvisata – si cerca di dare una risposta. Ma rispetto ai deficit che si rilevano, vanno indirizzati input alle sedi di formazione anche universitaria, affinché l’attività formativa si orienti di più agli aspetti applicativi del lavoro sociale.

  1. Di fronte al fenomeno dell’immigrazione quale ruolo possono svolgere, a suo avviso, le Amministrazioni Locali?

Dovendo dare alla domanda una risposta che nasca dalla prospettiva del lavoro sociologico, occorre mettere in evidenza alcuni aspetti (qui espressi in maniera doverosamente sintetica):

  • La città come insieme di comunità e di gruppi sociali non ha dogane e confini di nessun genere.
  • Le nostre comunità e i nostri territori sono espressione di matrici etniche e culturali da sempre diverse (si provi a pensare agli scambi di popolazione tra le due sponde dell’Adriatico! La matrice veneziana dell’Adriatico aveva presentato occasioni plurime di scambi culturali, religiosi, linguistici, commerciali etc.).
  • L’accoglienza è la forma e il contenuto del riconoscimento che si fa della identità, della cultura e dei bisogni e delle aspirazioni di chi chiede ospitalità.
  • L’amministrazione comunale non può pensare di farsi carico di tutto che si rende necessario per l’accoglienza; deve però mettere a fuoco ciò che implicano i momenti:

o della accoglienza (anche assistenziale),

o dello inserimento sociale (anche lavorativo),

o della integrazione sociale (eliminando i fattori che dividono e differenziano),

o e, infine, della vera e propria inclusione sociale.

  • L’amministrazione comunale deve favorire la mobilitazione e la organizzazione di azioni – per l’accoglienza e poi per l’inserimento, l’integrazione e l’inclusione sociale – da parte di famiglie, associazioni di famiglie, associazioni volontarie, associazioni di promozione sociale, cooperative sociali, altre organizzazioni non profit (Aziende Servizi alle Persone – Asp, Fondazioni di comunità, altre entità), coordinando azioni, tempi, reperimento di risorse anche attraverso progetti regionali, nazionali, comunitari
  • L’amministrazione comunale deve accertarsi quali competenze siano presenti nel proprio personale al fine di:

o Promuovere gli interventi (dall’accoglienza alla inclusione sociale) nell’ambito del proprio territorio, anche in collaborazione con altre amministrazioni locali limitrofe

o Coordinare gli interventi, anche al fine di individuare ambiti e  situazioni marginali o in condizioni tali da provocare problemi successivamente ai primi interventi

o Valutare – insieme ai protagonisti degli interventi sociali – i fattori di debolezza e di criticità che si riscontrano negli interventi in atto al fine di rafforzare l’efficacia degli stessi, con la rimozione dei fattori di ogni tipo che possono rallentare gli interventi

o Progettare innovazioni da realizzarsi nel periodo successivo all’attuale quadro di intervento, di intesa con i soggetti del terzo settore che operano in sintonia tra loro e con l’autorità locale.

Rispetto ai punti sopra esposti, si può ragionevolmente porre l’interrogativo su quali capacità professionali dispone il sociologo per esprimere al meglio la propria mission professionale.

In questa prospettiva diventano importanti le iniziative di alta formazione, per sociologi già in attività, che affrontano sotto il profilo analitico, ma anche e soprattutto di management sociale, i temi nodali del passaggio da una logica di programmazione sociale ad una volta a enfatizzare al massimo la logica e la pratica della progettazione sociale.

Iniziative formative di questo genere sono state effettuate (anche con la collaborazione personale) al Polo di Forlì della Università di Bologna e ora presso la Facoltà di scienze della comunicazione della Università di Teramo.

Note:

[i] Everardo Minardi, presidente del LAB, Link al profilo personale;

[ii]Gianluca Piscitelli, coordinatore/segretario del LAB, Link al profilo personale.

[iii] Laboratorio di Sociologia Pratica: Applicata e Clinica. Cfr. mio articolo su Reteluna.it Italia:  “Il LAB.-S.P.A.C: uno degli esempi concreti e più significativi di Sociologia clinica in Italia” del 24 gennaio 2022.

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