Fare rete fra associazioni per essere più forti

Arte, Cultura & Società

Di

Pubblichiamo di seguito la prima parte di un testo pervenutoci da Rosapia Farese Ideatrice Creatrice Co-Fondatrice Presidente di “Associazione FareRete – Innovazione Il Bene Comune – Il Benessere e la Salute in un Mondo Aperto a Tutti – Michele Corsaro” – Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale.

————–

Roma, 09-09- 2022

Prima parte

FareRete Innovazione BeneComune APS-Onlus: FARE RETE TRA ASSOCIAZIONI PER ESSERE PIÙ FORTI
“Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli.” (Tonino Cantelmi)
• COSA SIGNIFICA FARE RETE
• IL SEGRETO DELLA RETE STA NELLA PARTECIPAZIONE
• COME SI COSTRUISCE LA RETE
• WELFARE COMMUNITY
• LE NOVITA’ NEL SETTORE SALUTE: IL MODELLO DELLA CASA DELLA SALUTE
Sempre più spesso sentiamo utilizzare l’espressione FARE RETE nei contesti più diversi, da quelli economici, a quelli sociali, a quelli banalmente informali tra persone.
Ma per Fare Rete bisogna prima di tutto mettersi in gioco, come persona e come gruppo, condividere un obiettivo (una Mission), darci una rappresentanza e ambire ad acquisire una rappresentatività formale e sostanziale.
Nonostante questo interesse a creare e/o mettersi in rete, il lavoro e l’esperienza di questi anni ci dicono che tra le associazioni:
• il numero dei soggetti coinvolto in reti stabili è basso;
• gli obiettivi sono prevalentemente occasionali, così come le forme organizzative di tale collaborazione;
• la struttura delle reti presenta un basso livello di connessione e di reciprocità e un alto livello di centralizzazione
; • tale asimmetria produce una sostanziale diseguaglianza tra le associazioni del territorio, poiché le organizzazioni più “forti” tendono a collaborare sempre più frequentemente con organizzazioni altrettanto “forti”.
DA DOVE PARTIAMO…
Per la scelta del logo cercavamo un simbolo che rappresentasse l’effetto delle nostre azioni, o meglio come il modo in cui decidiamo di agire possa avere degli effetti su chi ci circonda e magari influenzarne (positivamente) il comportamento, ispirandoli ad agire di conseguenza. Le azioni svolte avendo come obiettivo il BeneComune e non il proprio interesse individuale, hanno sempre un impatto positivo sugli altri e spesso questo conduce ad una rete di azioni collettive volte al bene comune. Pensiamo alle onde prodotte dal lancio di un sassolino in un lago che formano dei cerchi concentrici in espansione, che incontrano a loro volta altri cerchi prodotti dai sassolini di altre persone. Nell’epoca della telecomunicazione poi, guidata da internet, ci è sembrato quasi naturale tagliare una sezione di quelle onde concentriche e far somigliare il nostro logo al simbolo del wi-fi. Perché in questo simbolo ciascuno di noi ritrova non solo il significato intrinseco della rete, ma anche quello della diffusione; cioè ognuno di noi è parte di una rete in cui recepisce delle comunicazioni ma a sua volta può anche essere un emittente. Bisogna solo decidere quali valori trasmettere! Ed è così che nasce il nostro logo, pensando a come ognuno di noi individualmente può agire per il Bene Comune fornendo nuove soluzioni a problemi collettivi ed avere un impatto maggiore se coadiuvato da una rete di persone mosse dai medesimi valori. Per questo nel nostro logo sono presenti le tre parole: BeneComune, InnovAzione e FareRete. Concetti ispirati dall’agire, dal pensiero e dai valori di Michele Corsaro e miei che ho deciso di tramutarli in qualcosa di concreto come oggi è l’associazione.
In effetti, lo sviluppo dell’associazionismo oggi non sembra favorire la diffusione della cultura e della pratica del lavoro collaborativo: la frammentazione delle associazioni, il numero crescente di piccole associazioni e la specializzazione della mission e delle attività sono fenomeni che non facilitano certo l’individuazione di spazi e occasioni di collaborazione.
Come insegna la teoria delle reti sociali, infatti, l’incremento del numero dei nodi, cioè dei soggetti che ne fanno parte, rende più difficile il mantenimento della connessione tra i suoi membri e gli sforzi che ogni soggetto deve fare per avviare relazioni con i “nuovi arrivati” non sono “sostenuti” dalle risorse disponibili: di fatto, è molto più facile e conveniente rafforzare le relazioni e la collaborazione già avviate con pochi altri soggetti che si conoscono e di cui ci si fida.
Non ultimo, è bene non sottovalutare il fattore culturale: il forte radicamento delle organizzazioni sul territorio e il retaggio della competizione ideologica hanno senz’altro rafforzato la indisponibilità e la diffidenza verso altre organizzazioni, spesso percepite come competitrici rispetto alle attività e all’accesso alle risorse. In questo, la logica dei primi bandi di finanziamento, di tipo competitivo e che non promuovevano la messa in rete delle organizzazioni, non ha di certo favorito una inversione di tendenza.
Volendo sintetizzare, questi sono alcuni fattori che ostacolano il lavoro di rete:
• il primo, di natura strutturale, si riferisce ai processi di frammentazione che ne caratterizzano l’attuale dinamica di cambiamento;
• il secondo, di natura culturale, riguarda essenzialmente la presunzione di esclusività in base al quale le organizzazioni ritengono di essere portatrici di elementi di originalità ed unicità che non si integrano facilmente con quelli delle altre organizzazioni e che devono essere conservati integri nel tempo;
• il terzo si riferisce alla assunzione di inutilità del lavoro di rete, che viene visto come un modo per investire risorse (personali e collettive) in modo non proficuo, senza ritorni che ne giustifichino l’impegno;
• il quarto si riferisce alla difficoltà, delle organizzazioni di volontariato, ad uscire da una lettura molto “settoriale” dei problemi e ad avvicinarsi a letture dei problemi più trasversali e articolate, “tenendo insieme” dimensioni specifiche e dimensioni più ampie, sociali.
IL CONTESTO DI RIFERIMENTO
La crisi del sistema di welfare che stiamo vivendo oggi nasce non soltanto da una crisi di tipo economico, quanto da una crisi di consenso sociale, di etica politico-sociale, dalla crisi del principio di solidarietà fra gli esseri umani. L’idea della solidarietà, del sostegno a chi è più debole e vulnerabile, dell’impegno a garantire servizi, oggi sempre più spesso viene sostituita da un rancore aggressivo nei confronti di intere fasce di popolazione che vengono accusate di sottrarre quote di ricchezza. Quello che è andato in crisi, dunque, è il legame sociale che ha trascinato nella sua crisi la solidarietà ed il principio etico della reciprocità che sta alla base delle relazioni sociali. È indubbio che a questa condizione di crisi abbia anche collaborato un modello di stato sociale di matrice assistenzialistica che, con interventi generici, standardizzati, raramente oggetto di valutazione, è stato incapace di sostenere le persone e i gruppi nel maturare una loro autonomia, una loro capacità di prendere in mano le proprie vite. Il welfare, lo sappiamo bene, per molti anni ha prodotto più assistenzialismo che sviluppo: come sostengono alcuni autori, paradossalmente, maggiore è stato il Welfare State, minore è stato lo sviluppo delle comunità locali. Ancora, maggiore è stato il welfare con ottica riparativa invece che promozionale, maggiore è stata la crescita incontrollabile e incontrollata della domanda di servizi, con il presentarsi di sempre nuove forme di bisogno, che hanno richiesto ulteriori investimenti senza però ottenere i benefici attesi. Il welfare che ora è in crisi è un welfare che ha sempre più pensato alle fragilità come un compito dei servizi, e non un problema delle comunità. Con una doppia ricaduta problematica. Anzitutto sulle persone assistite: il criterio della presa in carico da parte di un servizio della persona in quanto appartenente ad una categoria perché portatore di un problema (disabile, povero, tossicodipendente, ecc) lo riduce a fruitore di quel servizio specialistico e in un certo senso lo cristallizza e lo rinforza in quel ruolo, correndo spesso il rischio di renderlo dipendente dal servizio stesso. Quante volte abbiamo sentito gli operatori lamentarsi degli utenti che sfruttano i servizi? Dall’altra parte c’è una ricaduta problematica sulle comunità stesse che non si assumono la responsabilità di sé stesse, delegando un terzo (l’ente pubblico o le organizzazioni di terzo e quarto settore) a farsi carico delle fragilità, e perdendo ciò che caratterizza invece l’essere comunità: la coesione, la fiducia, il senso di responsabilità reciproco fra le persone che compongono quella comunità. La crisi del welfare, allora, può essere considerata una crisi di responsabilità sociale, cioè una crisi della presa in carico comunitaria dei problemi, ma anche della capacità di mettere in comune le risorse. Ecco allora la necessita di trovare le risposte ai problemi all’interno di una logica di welfare community, che da una parte porti ad attenuare la crisi di consenso rispetto alle politiche di tutela del benessere, dall’altra parte sia in grado di alimentare prassi sociali e educative capaci di favorire la responsabilità diffusa tra tutti i cittadini, anche quelli segnati da problemi e da difficoltà. L’ottica in cui muoversi deve allora diventare quella dell’inclusione, che crea spazi per l’autonomia progettuale, piuttosto che quella della segregazione che inibisce l’iniziativa delle persone. Alla base del modello di welfare community c’è l’idea che la possibilità di raggiungere una condizione di benessere non dipende solo dall’individuo, ma è necessario che le persone con lui in relazione si comportino in modo facilitante; tutti devono collaborare ad un benessere delle relazioni in cui sono implicati, a partire da quelle familiari, accettando l’apparente paradosso che il benessere personale non può derivare da una logica individualista. Si tratta di collocarsi nella prospettiva dei cosiddetti “beni comuni”, ossia quei beni che possono essere prodotti e utilizzati soltanto attraverso relazioni sociali piene.
Tutto questo richiama necessariamente ad un diffuso senso di responsabilità, allo sviluppo di capacità cooperative, e – non da ultimo – richiama alla necessità che tutti riconosciamo che il bene comune è, appunto, un “bene” e che dall’impegno congiunto e dalla reciproca solidarietà derivano benefici per ciascuno.
La consapevolezza di vantaggi futuri rende accettabili i costi, i sacrifici in termini di impegno. Si tratta allora di promuovere un’idea di comunità nella quale i principi della giustizia sociale, dell’uguaglianza di opportunità, della meritocrazia, della legalità, siano basati sul principio della fraternità.
È questo il pilastro della società civile, che mi sembra bene si adatti al nostro discorso sullo sviluppo di comunità: la società fraterna è quella che consentirà a ciascuno di affermare la propria personalità e la propria dignità, in un contesto di parità, cioè senza che questa diversità diventi elemento di conflitto, ma viceversa di unità e di ricchezza.
IL PRIMO PASSO: COSTRUIRE LA RETE PARTENDO DALLA PARTECIPAZIONE
Oggi più che mai, nella società attuale, è forte l’esigenza di costruire questo senso di disponibilità e responsabilità, mettendo quindi a disposizione tempo, energia, passione ed intelligenza personali per collaborare alla gestione di attività utili per sé e per gli altri, in maniera sinergica.
La “proattività” è proprio la capacità che hanno le persone di costruirsi relazioni, contesti, lavoro.
La scommessa è promuovere oggi vere e proprie azioni di sostegno reciproco, in grado di generare riconoscenza e restituzione, attrarre investimenti tra cittadini e non creare nuovi servizi in capo alle Istituzioni.
In gioco c’è anche la nascita di nuovi corpi intermedi, autonomi dal pubblico ma interconnessi.
In tutto ciò, la Pubblica Amministrazione è chiamata a costruire con i cittadini e le forze sociali risposte utili e concrete ai problemi dei cittadini, far crescere buone prassi, rimettendo le Istituzioni e la Politica al Centro della comunità (vedasi i regolamenti di pubblica amministrazione condivisa).
Per questo la partita decisiva è oggi sulle spalle dei cittadini singoli o associati nel volontariato, nel associazione di promozione sociale, nell’associazionismo delle Reti Sociali e nel cd. Terzo Settore.
Qui è tutto il mondo della cittadinanza attiva e dell’economia sociale o solidale.
Bisogna favorire la crescita della competenza di autocostruzione e autogestione della comunità di cui si fa parte. La partecipazione sociale va orientata verso questa dimensione.
Stanno aumentando anche altre forme di partecipazione come quella attraverso la rete internet (un esempio il cd. clickactivism e lo Slaktivism dall’inglese lavativo della cd petizioni e campagne on line).
Purtroppo, la partecipazione nella rete internet finisce quasi sempre con l’utilizzare modalità deteriorate polemiche, insulti, offese).
Questa democrazia diretta rischia di costruire cittadini lavativi e pigri.
La democrazia non può essere un click o un like o un condivido.
Questa democrazia diretta della Rete Internet sta impoverendo moralmente il cittadino e le reti relazionali.
La democrazia, quella vera, si costruisce con il dialogo ed il confronto tra persone che si guardano in faccia.
La democrazia è dare corpo alle nostre idee ed alle nostre proposte, partendo sicuramente dalle nuove generazioni, dalle scuole: nelle scuole tutti noi, impegnati nel mondo associativo, dovremmo portare questi discorsi su partecipazione, rappresentanza e democrazia.
Oltre al cd. corpo intermedio, se analizziamo il quadro normativo regionale sulla partecipazione solo quattro regione (Umbria, Toscana, Emilia-Romagna e Puglia e solo da pochissimi giorni Lazio) hanno approvato leggi sulla partecipazione.
A livello locale ricordo la normativa sul cd. bilancio partecipato che ad oggi attivano un centinaio di Comuni.
È proprio il volontariato e le APS ad avere la partecipazione nel suo Dna, è una vera e propria Scuola di Democrazia.
I movimenti sociali delle cd. “Reti sociali” propongono dietro l’azione concreta la promozione di modelli sociali, economici, di relazione sociale, politica economica alternativi.
Il volontariato è una Scuola di Partecipazione. I cittadini si dedicano al volontariato perché hanno la sensazione di riuscire a fare e dare qualche cosa alla comunità vedendo il risultato.
Il volontariato chiede che ci si organizzi, ci si strutturi, ci si doti di competenze e si dialoghi con il governo delle cose e con i cittadini, rendendo l’impegno da personale a collettivo.
LE TRE DIMENSIONI PARTECIPATIVE DELL’ASSOCIAZIONISMO
La partecipazione sociale si regge su tre dimensioni:
1) La dimensione della vita associativa democratica interna
2) La dimensione del collaborare tra soggetti diversi del territorio
3) La dimensione della co-programmazione e co-progettazione.
Secondo i sociologi Arnstein ed Hart la dimensione della partecipazione in un’associazione si sviluppa attraverso una “Scala di partecipazione”:
1) Informazione nulla: chi decide non informa i cittadini;
2) Informazione: chi decide informa i cittadini;
3) Consultazione: che decide informa e ascolta i cittadini;
4) Coinvolgimento: chi decide coinvolge i cittadini;
5) Autogestione: chi decide, lo fa con i cittadini.
I MECCANISMI DI FUNZIONAMENTO
– COSTRUIRE CONSENSO NEL GRUPPO OPERATIVO: AGIRE PER PASSIONE E NON REMUNERAZIONE
– CAPACITA’ ORGANIZZATIVA
– CAPACITA’ DI COMUNICAZIONE
– CAPACITA’ DI RACCOLTA FONDI
LE DIFFERENZE TRA IMPEGNO SOCIALE E POLITICO
– L’ impegno sociale agisce in maniera orizzontale sulle persone;
– L’impegno politico agisce in maniera verticale sulle Istituzioni.
COSA SUCCEDE IN ITALIA
L’Italia, in tutto ciò, è certamente un caso molto particolare.
Statisticamente per chi partecipa nelle associazioni è molto più probabile diventare attivi politicamente (cd. effetto socializzazione).
Inoltre, sempre in Italia è molto più forte la disuguaglianza sociale (nell’associazionismo c’è un alto capitale sociale ed economico), di genere (più uomini che donne) e territoriale (più al centro nord che al sud) tra chi partecipa e chi no (cd. effetto selezione).
Con la crisi dei partiti di massa la cd. socializzazione tra politica e partecipazione sociale si è indebolita. La corruzione, il clientelismo ha allontanato l’associazionismo dalla politica.
Sono nate anche nuove forme di partecipazione sociale: ambientalismo, lotta alla povertà, pacifismo, culture giovanili, questioni di genere, lotta al razzismo.
Il cd. Terzo Settore è diventato direttamente capace di interloquire con le Istituzioni.
La partecipazione politica è diventata parte della partecipazione sociale, e non una dimensione esterna delegata ai partiti.
Come affermava Tavazza, uno dei fondatori del volontariato in Italia. Il volontariato o ha una dimensione politica oppure non può neanche essere considerato volontariato, tutt’al più è assistenza e beneficienza.
Oggi il Terzo Settore si sta confrontando con l’ibridazione con il mondo dell’impresa sociale e con l’innovazione sociale in un’ottica di “welfare generativo”.
IL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’
L’ART. 118 della Costituzione sancisce il principio della sussidiarietà, ovvero i cittadini singoli o associati possono perseguire gli interessi generali con le Istituzioni anche senza passare attraverso i partiti.
PIANI DI ZONA TERZO SETTORE PROTAGONISTA.
Il protagonismo del Terzo Settore oggi è rappresentato dai Piani di Zona.
Il politico che guida la redazione del Piano di Zona è chiamato a promuovere la programmazione partecipata, attivare gruppi di lavoro, in una strategia di welfare mix a responsabilità diffusa (Terzo settore e cittadini).
Questo livello di complessità del sistema richiama precise funzioni specifiche del volontariato: educativa per promuovere la cultura della solidarietà e della partecipazione sociale responsabile
e politica con le forme di rappresentanza nella programmazione, concertazione e progettazione e valutazione delle politiche sociali del territorio.
In tutto questo va tenuto ben presente il coinvolgimento di tutti gli attori, compresi i cittadini che vivono in condizione di vulnerabilità. Per dirla con una frase di Gandhi, ripresa da Mandela “tutto ciò che fate per noi senza di noi, lo fate contro di noi”.
Tutti nella società, anche i più esclusi, hanno l’opportunità di farsi sentire ed essere ascoltati, in un’ottica di vera trasformazione sociale di un territorio.
Nella seconda parte tratteremo prospettive future e nuove forme di vita sociale, le forme di partecipazione, le condizioni efficaci, i punti essenziali per fare Rete ed altre indicazioni significative.

Troverete Bibliografia/Letture per l’approfondimento nella 2^ Parte dell’articolo

Rosapia Farese
Ideatrice Creatrice Co-Fondatrice Presidente di
“Associazione FareRete – Innovazione Il Bene Comune – Il Benessere e la Salute in un Mondo Aperto a Tutti – Michele Corsaro” – Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale
Lavoro svolto in COLLABORAZIONE con gli ASSOCIATI

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Traduci
Facebook
Twitter
Instagram
YouTube