Breve storia dell’Holodomor, lo sterminio per fame degli ucraini voluto da Stalin

Mondo

Di

Lo storico Ernst Nolte lo definì una prova generale della Shoah. Così la furia russa si abbatté sui kulaki, i contadini proprietari di fondi da loro stessi coltivati, che con la loro semplice esistenza bloccano le collettivizzazioni forzate decise dal Partito Bolscevico.

di Nicola Graziani

© AFP – Iosif Stalin

 

AGI – Papa Francesco lo ha ricordato  in udienza, tracciando inevitabilmente un parallelo con quello che accade sotto gli occhi di un mondo altrimenti distratto dai mondiali in Qatar. Ma l’Holodomor non è solo o tanto il presagio della furia russa che si scatena sull’Ucraina: è quello che lo storico Ernst Nolte, in un libro che fece polemica e scalpore, definì una sorta di prova generale della Shoah. Il prodomo e il modello, insieme alla strage turca degli armeni, del successivo genocidio pianificato e organizzato su scala globale del popolo ebraico.

La politica di adesione imposta alle collettivizzazioni, nell’Urss dove adesso comanda Stalin, inizia già sul finire degli anni Venti, ma è nell’invernata tra il 1932 ed il 1933 che il Cremlino decide il pugno duro. L’Ucraina era, era stata e continuerà anche dopo ad essere il granaio d’Europa, fonte di pane per le Repubbliche Socialiste Sovietiche e di preziosissima valuta pregiata per le casse destinate a finanziare la creazione del socialismo in un paese solo.

Dai Soviet ai Kolchoz

Impensabile che i produttori di tanta ricchezza potessero sfuggire al controllo diretto dei Padroni della Rivoluzione. Fu la condanna a morte per milioni di persone, fatta di ondata su ondata di carestie, requisizioni, espulsioni. Fu anche la fine delle promesse rivoluzionarie: se Lenin era arrivato al potere invocando “tutto il potere ai soviet” e “la terra ai contadini”, i soviet erano ormai stati da tempo svuotati di ogni potere e i contadini stavano per perdere la loro terra. La nuova macchina produttiva ora si chiamava kolchoz, una struttura prima di tutto di carattere sociale in cui il contadino non aveva più la propria terra, ma continuava a lavorarla in comunità. Chi non voleva farne parte finiva sotto la mannaia di Stalin.

Primo passo: esigere dal contadino refrattario, indicato dalla propaganda di regime come capitalista terriero, contribuzioni pari al 20 percento del prodotto calcolato precedentemente in linea teorica. Di fatto si andava sopra il 50. La carestia irruppe in ogni cascina. Chi nascondeva il grano o le bestie da stalla era dichiarato nemico del popolo, sottoposto a perquisizioni, piegato da ogni genere di pressione.

Si arrivò, vista la testardaggine di quei contadini che difendevano poderi curati da secoli, alla fucilazione sul posto. Bastava risultare in possesso di bucce di patata. L’età minima per la pena di morte fu abbassata a 12 anni, per essere sicuri di tagliare la pianta alla radice.

I campi di rieducazione in Siberia

Spuntarono in Siberia i campi di lavoro forzato e rieducazione: con le successive purghe nei confronti dell’intellighentsja e delle forze armate come anche dei quadri dissidenti dello stesso partito comunista, sarebbero divenute l’Arcipelago Gulag. Dietro, oggi, qualcuno vede l’ombra di un tentativo di russificazione dell’Ucraina.

Molto probabile, anche se sarebbe magari più corretto parlare di sovietizzazione dell’Ucraina su spinta di un Pcus guidato da un georgiano ma controllato dai russi. In altre parole, un impero multinazionale dove il collante della cultura della nazione dominate impone le scelte che contano anche a chi non ne fa parte per nascita. Chi si mette fuori da questo schema viene eliminato. Come gli armeni in Turchia.

Quattro milioni di morti

La repressione, ed ancor più la fame, fecero per lo meno quattro milioni di morti nella sola Ucraina, cui va aggiunto un altro milione per gli altri territori dell’Urss. Poi epidemie, malattie, cannibalismo come non lo si vedeva dai tempi del primo fallimento della politica economica leninista.

In particolare, le vittime erano i bambini, quasi la metà del totale. Del resto, erano i soggetti più fragili, quelli meno in grado di resistere alle deportazioni che spesso riguardavano comunità in blocco, intere famiglie. Sono queste famiglie – le ultime di loro – che Georges Simenon descrive in un bellissimo reportage sull’Europa dell’est nel 1939.

Vede, Simenon, gli ultimi kulaki scheletrici e trattati da paria, lasciati morire di stenti sui marciapiedi di Odessa, città quasi russificata da cui hanno ripreso a partire le navi cariche di grano collettivizzato. Nell’attesa che un nuovo Olocausto, una nuova guerra mondiale, tornino a sconvolgere quelle terre. Inutile soffermarsi sul valore della profezia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Traduci
Facebook
Twitter
Instagram
YouTube