Calcio senza gloria? Intervista al direttore di BeneventoNews24.it: Gerardo De Ioanni

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Intervista a cura del Co-direttore Daniela Piesco 

La vestizione di Messi durante la premiazione dei mondiali 2022 in Qatar, è la fotografia di una propaganda di regime che cambia epoca e paese ma in fondo resta la stessa.Inoltre ha costretto tutti a vedere una grande differenza tra Maradona e Messi, che oggi erano finalmente appaiati per il bene della poesia: il primo contro la Fifa e contro il potere ci si è spesso messo ,appunto, contro, pagando carissima la propria direzione ostinata e contraria. Il secondo, invece, quel potere lo ha spesso assecondato.

Ma è possibile che il calcio, nato come sport, è tutt’oggi una specie di “fiera”, dove conta solo la vittoria, per la quale alcune persone sono disposte a fare qualsiasi cosa?

Insomma, ormai in campo si vede di tutto, tranne che la strategia e l’organizzazione delle squadre, e, tanto meno dei tifosi, i quali, in quanto a insulti razzisti e scorrettezze, fanno del loro meglio.

Di questo e di tanto altro ne ho parlato con Gerardo De Ioanni ( classe 1988) direttore ed editore di BeneventoNews24.it, un quotidiano di informazione online, da lui stesso fondato nel 2021.

Laureato in Giurisprudenza, De Ioanni ha conseguito anche l’abilitazione all’esercizio della professione forense.

La sua passione per il giornalismo, che coltiva da decenni, l’ha portato negli anni a instaurare diverse collaborazioni, tra le quali quella con il Mattino.

De Ioanni si occupa di comunicazione a 360 gradi: svolgendo anche ruoli come Addetto Stampa, moderatore e social media manager.

L’ intervista

Il ritorno dei tifosi dopo la pandemia ha riaperto il dibattito: le punizioni per chi discrimina sono troppo morbide? E come viene gestito il problema nelle altre leghe, non soltanto calcistiche? Stiamo facendo abbastanza contro il razzismo nello sport?

Parliamo di un argomento, spesso divenuto problema, ormai atavico. E’ chiaro che, per tanti motivi, la gestione delle intemperanze dei tifosi insiste soprattutto nel mondo calcistico. Dire che bisogna seguire il modello Thatcher adottato in Inghilterra per fermare il fenomeno Hooligans che ha imperversato a lungo in Premier League sarebbe, forse, troppo banale in quanto è ciò che si ripete da anni. Qualcosa, con l’installazione delle telecamere negli stadi e negli impianti sportivi, ultimamente è stata fatta. A mio modesto avviso, sarebbe già un bel passo in avanti eliminare quella sensazione che lo stadio (e gli impianti sportivi in generale) possano rappresentare delle zone franche. Alle volte, la soluzione più “semplice” è la migliore: chi commette un reato in uno stadio, deve pagare come chi lo commette al dì fuori. Sta di fatto che la soluzione, in questi casi così come in gran parte dei problemi che attanagliano la nostra società, passa da un cambiamento culturale. Fin quando non si doteranno le persone, in questo caso i tifosi, dei giusti strumenti per comprendere il contesto che li circonda e riconoscere il “bene dal male”, si potrà solo intervenire ex post.

Ancor di più la soluzione al problema va ricercata in un progresso culturale quando parliamo di razzismo. Se si sta facendo abbastanza contro il razzismo nello sport? Non lo so. La mia sensazione è che, logicamente, debba farsi sempre il massimo per combattere un abominio come la discriminazione razziale (e ogni altra discriminazione, chiaramente) ma che non si debba lasciare allo sport questa incombenza. Devono essere le Istituzioni, su tutti i livelli, a farsi carico di un tema così importante. Ogni contributo del singolo è apprezzabile ma non si può chiedere a dei ragazzi di sostituirsi a chi ha il dovere morale e giuridico di rendere effettivi principi che nel 2022 dovrebbero essere considerati scontati ma che tali non sono per tutti, altrimenti non staremmo qui a parlarne.

Solo ultimamente si sono registrati i casi di Paola Egonu ,Zaynab Dosso, vincitrice di un bronzo agli Europei di atletica leggera e Bruno Ondo Mengue, giocatore di basket, che è stato apostrofato in malo modo durante un incontro.Tutti fortunatamente hanno deciso di denunciare agli organi competenti la discriminazione subita ma molti casi restano invisibili. Come mai secondo lei?

Probabilmente perché molte persone non hanno gli strumenti per “denunciare”, fosse anche all’opinione pubblica, di aver subito simili atti. Per queste ragioni, è importante che gli sportivi o chi ha una certa visibilità denunci; in tal modo si aiuta e si dà coraggio anche alle tantissime persone comuni che vengono vessate.

Nel 2017 Giorgia Meloni chiese la chiusura dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) tramite un’interrogazione parlamentare. Pensa che la sopravvivenza dell’Ufficio sia in pericolo?

Se la domanda è: “ora che Giorgia Meloni è Presidente del Consiglio, è in pericolo la sopravvivenza dell’UNAR”, allora tenderei a dire di no perché ho l’impressione che la Meloni abbia ben inteso che fare propaganda elettorale è una cosa, governare un’altra.

Qual è il ruolo del giornalista sportivo in questo ambito? C’è da ammettere che spesso menano il can per l’aia invece di prendere chiaramente posizione contro il razzismo quotidiano. Del resto se l’argomento non vende, sono pochi i giornali sportivi ad affrontarlo.

Non credo che si tenda a soprassedere alle notizie sull’argomento, anche perché bene o male fa “vendere” o, comunque, se parliamo dei giornali online, crea discussione e, di conseguenza, click e letture. Il punto è, secondo me, decidere da che parte stare e mi riferisco alla categoria nella sua generalità e non solo ai giornalisti sportivi, anzi. Mi spiego: nel momento in cui si decide che l’obiettivo e il fine da raggiungere è quello delle vendite/letture, allora in ragione di ciò è chiaro che si sacrifichino altre situazioni. Diversamente, se ci si pone l’obiettivo di contribuire a un miglioramento del livello culturale della società civile o, quantomeno, ci si rifiuta di prendere parte a certe dinamiche finalizzate alla vendita/lettura, è chiaro che si assumono altre decisioni e si detta una linea editoriale diversa. Il discorso è facilmente sintetizzabile: poniamo il caso di un evento di cronaca che vede un uomo o una donna di colore nelle panni del carnefice. Chi sceglie, legittimamente sia chiaro, di dar precedenza all’aspetto della vendita delle copie o delle letture, punterà nel titolo del suo articolo sul nazionalità (africana o araba) della persona di colore, sfruttando il forte sentimento discriminatorio che cova in buona parte della popolazione come succede in tutte le crisi economiche da che è nato l’uomo. Quando si è in difficoltà, si finisce sempre per trovare il colpevole in quello che viene proposto come il “diverso”. Invece, qualora si scelga di non prestarsi a questo giochino, nel titolo non si farà menzione alcuna della nazionalità o del colore della pelle dell’omicida; dato che il fatto di cronaca è l’uccisione di una persona ad opera di un’altra. Si può indagare e scrivere del movente, delle modalità e di tutto quanto riguardi il fatto ma la nazionalità e il colore della pelle della persona che l’ha commesso non dovrebbe rilevare. Già arrivare a questo punto, credo sarebbe una buona base di partenza e si andrebbe così a non incrementare quel sentimento di odio che a volte si percepisce in parte della società.

Quanto è condizionato dai club e dalle pressioni politiche esterne un giornalista sportivo?

Beh, dipende da tanti fattori. Personalmente essendo, oltre che direttore, anche editore del mio giornale, sono assolutamente libero da ogni eventuale condizionamento. Ad essere onesto nessuno mai si è mai permesso di provare a condizionare il mio lavoro. Se parliamo in generale, è chiaro ed evidente che ci siano in alcuni casi dei “conflitti di interessi” enormi. Purtroppo, quando nel mondo dell’editoria entrano imprenditori che fanno impresa anche in altri settori e tra questi nello sport, è facilmente immaginabile che si possa creare un corto circuito. Di esempi ce ne sono tanti e noti che non c’è nemmeno bisogno di farli. In tal senso, se lo Stato volesse una stampa libera e indipendente dovrebbe aiutare economicamente gli editori, sia quelli grandi che quelli piccoli. Solo così tutti avremmo la forza di essere liberi.

Perché l’omosessualità resta tabù negli sport professionistici?

Molto probabilmente perché, in caso di outing, ci si vedrebbe costretti a confrontarsi con il giudizio dell’opinione pubblica, quando l’atleta è anche un personaggio pubblico, oltre che magari anche con quello dei compagni. Noto, però, che negli ultimi anni qualche piccolo passo in avanti si è compiuto. Purtroppo è un processo che va a rilento e il giorno in cui non ci sarà bisogno di parlare di certi temi è ancora lontano.

Diversi tifosi sono stati fermati fuori dall’impianto Bin Ali di Al Rayyan prima del match Galles–Iran: le autorità di polizia e gli addetti alla sicurezza hanno bloccato alcuni spettatori che portavano lo slogan di sostegno alle proteste contro il regime di Teheran. L’ennesima censura sotto gli occhi della Fifa, proprio nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ma l’organo di governo del pallone non aveva garantito che quantomeno la libertà di espressione e la difesa dei diritti sarebbero state tutelate? Qual è la sua opinione in merito?

Ritengo che la Fifa avrebbe dovuto organizzare e gestire meglio queste situazioni e trattare con più attenzione certe tematiche. La sensazione che si ha è che ci si è prostrati al Dio denaro che, questa volta, aveva le sembianze di uno sceicco. Giusto, anzi giustissimo organizzare competizioni simili anche in Qatar o in ogni altro Paese e rispettarne le tradizioni ma sempre nel rispetto dei principi fondamentali dell’Uomo. Qualora la Fifa si fosse resa conto che il Qatar non avrebbe accettato determinate condizioni avrebbe dovuto scegliere un’altra destinazione.

Ovviamente non posso esimermi dal chiederle qualche battuta sul Qatar- gate.

Le rispondo con una battuta veloce: purtroppo non mi sorprende. La risposta è nel “purtroppo”, ovviamente.

La vittoria dell’Argentina nella Coppa del Mondo è stata il trionfo della perseveranza?

E’ stato il giusto riconoscimento alla carriere di un genio del pallone come Lionel Messi. Sarebbe stato ingiusto che Messi non vincesse un Mondiale nella sua carriera. Di esempi in tal senso ce ne sarebbero tantissimi e il primo che mi viene in mente è quello di Paolo Maldini che per l’uomo che è e il professionista che è stato avrebbe strameritato di aggiungere al suo ricco palmarès la Coppa del Mondo. Quanto all’Argentina, credo sia stata la vittoria del gruppo: il ct Scaloni è stato bravissimo a creare una sintonia perfetta nella sua squadra. Non bisogna dimenticare che l’Albiceleste arriva anche dalla vittoria della Coppa America, quindi i valori erano chiari. Sebbene, l’Argentina ha vinto il Mondiale con una delle rose meno forti degli ultimi 20-25 anni. Ma la forza del gruppo, che si è cementato attorno al suo capitano ha fatto la differenza.

Qual è stato il momento sportivo che l’ha maggiormente emozionata?

Senza dubbio alcuno la vittoria del Mondiale dell’Italia, la promozione in Serie B e poi in A del Benevento e i successi del Napoli, altra squadra per cui faccio il tifo.

Considerata la sua esperienza in questo settore, cosa consiglierebbe ad un ragazzo/a che vuole intraprendere la carriera di giornalista sportivo?

Innanzitutto di intraprenderla solo se dentro di sé sente forte il fuoco della passione per il giornalismo. Purtroppo oggi c’è poca voglia di fare la gavetta, di migliorarsi e si tende a sentirsi arrivati dopo i primi anni di carriera. Per fare il giornalista – ed anche quello sportivo – bisogna avere una voglia matta di sacrificarsi per la propria passione. Se il sacrificio viene visto come un peso, allora meglio dedicarsi ad altro. Poi, chiaramente, un altro consiglio che sento di dare è quello si cercare di carpire quante più informazioni dai colleghi più esperti e più qualificati. Insomma, di “rubare” i segreti del mestiere.

 

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