Le università Usa e i ricercatori formati in Italia: storia di una beffa

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Un articolo pubblicato su Nature dal titolo, che tradotto “Le migliori università americane raccolgono i benefici di scienziati formati in Italia “.

Un articolo che riporta una ricerca statistica rigorosa, che dovrebbe essere oggetto di discussione per una politica seria e responsabile.

Ogni anno vengono riportati i ranking delle Università che sono classifiche ordinate, dove il punteggio finale che determina la posizione in classifica è attribuito a seguito di una comparazione tra le università mediante parametri detti anche indicatori.

Sono quindicimila le università esistenti nel mondo, ma nelle classifiche considerate ne entrano soltanto mille.
I ranking sono elaborati da società private e le più famose sono: Quacquarelli Symonds (QS), Times Higher Education (THE), GreenMetric, Arwu, U-Multirank, QS-Employability.

L’analisi statistica si fonda su: a) assunzione docenti nelle università degli Stati Uniti; b) informazioni sulla formazione dei professori tenure track, assunti nelle università USA nel periodo 2011/2020.
“Tenure-track” tradotto alla buona corrisponde a, “in attesa di conferma in ruolo a tempo Indeterminato”. Una procedura attraverso la quale un ricercatore universitario inizialmente con contratto “a termine” può essere confermato, a tempo indeterminato solo se in grado di dimostrare un’adeguata attività di ricerca, qualità nella propria docenza, mole di pubblicazioni ed efficienza amministrativa.
La ricerca statistica con i risultati conseguiti, confuta le classifiche accademiche che appaiono “ingiuste e poco obiettive” nel classificare le Università italiane.
Giorgio Paris Nobel per la fisica, insegna alla Sapienza che è la più grande università italiana, classificata al 171 esimo posto da QS, e al 220 posto da THE, e 130 posto da ARWU.

Altre università italiane “massacrate” nei ranking!

L’Università degli Studi di Milano classificata da QS al 324esimo posto da QS, nel gruppo 301-350 secondo THE, nel gruppo 151-200 secondo ARWU. L’Università Federico II di Napoli al 416esima posto da QS, nel gruppo 351-400 da THE e nel gruppo 201-300 da ARWU.
Addirittura la prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa non è entrata nella top 1000 delle università selezionate da QS, è 183esima secondo THE e nel gruppo 550-600 per ARWU.

La scoperta nello studio statistico confligge con i ranking? Si!

Circa 3.000 docenti assunti negli Stati Uniti nei 9 anni considerati hanno conseguito il dottorato in Italia.

Lo studio statistico ha analizzato le università italiane in cui si sono formati i docenti assunti negli Stati Uniti, La Sapienza al primo posto con più di 400 docenti, poi all’università di Milano con 300., la Federico II di Napoli ha fornito 143 docenti alle università statunitensi e la Scuola Normale Superiore 115.

Altro rilevante dato sempre fornito dallo studio è che le università USA che hanno assunto docenti italiani ha al primo posto la prestigiosa Columbia University, la Harvard University e la Weill Cornell. Altro dato è che il 35% dei docenti formati in Italia è stato assunto da Università USA appartenenti al primo quarto di università prestigiose.
In quali università si sono formati questi docenti assunti in Usa? 35% alla Sapienza, 32% all’Università di Milano, 36% alla Federico II di Napoli e il 54% alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Numeri questi che confliggono con la posizione basse nelle classifiche internazionali!
Lo studio statistico identifica alcune cause, ma io vorrei citare invece il Rapporto CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) dove uno dei motivi, è che “il contingente di docenti universitari italiani è sottodimensionato rispetto a quello degli altri sistemi universitari presi in esame”. Pochi professori rispetto agli alunni presenti, infatti. 32 su 34 università sono oltre la cinquecentesima posizione nella classifica del rapporto docenti-studenti.

 

Continua il Rapporto “Si tratta sicuramente del peggior risultato fra i sistemi universitari presi in esame”. 17 atenei italiani nella top 300 di QS per l’indicatore citazionale, con un risultato superiore a quello dei sistemi universitari di Germania, Francia e Spagna.

La ricerca universitaria italiana si trova in ottima salute e continua a rendere il Paese competitivo nel quadro internazionale, ma “la formazione universitaria invece soffre per un corpo docenti ridotto nei numeri e avanti nell’età, una progressiva riduzione di investimenti pubblici nella formazione e, in definitiva, un alto costo sociale in termini di Neet (giovani che non studiano né lavorano) ed economico in termini di perdita di Prodotto interno lordo”.

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