Guerra a Biden e alla Cina. La ‘prima’ di McCarthy alla Camera

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Lo scontro al giorno numero uno era già assicurato ma, mentre lo Speaker conta il primo successo, aumentano le preoccupazioni su quanto possa essere prigioniero dei ‘ribelli’ che hanno garantito l’appoggio solo dopo aver ottenuto forti concessioni su tutto
© OLIVIER DOULIERY / AFP – Kevin McCarthy

 

AGI – Al primo giorno di lavoro effettivo con il nuovo speaker Kevin McCarthy, i Repubblicani della Camera hanno rispettato una promessa fatta agli elettori: hanno rescisso l’impegno di spesa per finanziare le assunzioni dell’Agenzia del fisco nei prossimi dieci anni, stabilito per legge dai Democratici l’anno scorso. Il testo, destinato a non passare al Senato, che è in mano ai Democratici, è stato approvato con 221 voti a favore e 210 contrari. Ma il messaggio politico più forte sono quei 221 voti, appena uno in meno di quelli che i conservatori hanno a disposizione.

Dopo la tumultuosa e confusa elezione a speaker di McCarthy, in cui il partito si era mostrato frammentato, la compattezza sulla prima promessa elettorale dovrebbe rappresentare un segnale di forza per McCarthy, destinato a compattare i Repubblicani su un nemico comune, o piu’ nemici. Ma non tutti gli analisti concordano. Intanto, è stata anche la vittoria della frangia dell’ultradestra, che ha tenuto in scacco il partito per quattro giorni, e di chi spingeva per lanciare un segnale alla parte benestante dell’America, milionari, miliardari e corporation, preoccupati dalla linea del Fisco di andare a vedere i conti dei possibili evasori.

Gli 80 miliardi di dollari stanziati in un decennio rappresentano un punto di svolta nella caccia a chi evade le tasse. I Repubblicani avevano presentato in campagna elettorale la loro battaglia al finanziamento, tratteggiando il piano come l’antipasto di uno “Stato di polizia fiscale”. In realta’ il finanziamento sarebbe andato solo in parte all’assunzione di personale addetto ai controlli, e in gran parte a finanziare la sostituzione dei 52 mila dipendenti che nei prossimi dieci anni andranno in pensione.

Ma gli americani, anche quelli della classe media, hanno recepito il messaggio e sono andati in agitazione. La promessa di togliere i fondi è stata mantenuta al primo giorno di lavoro. Al Senato, la legge non passerà, e in ogni caso la Casa Bianca ha già annunciato di essere pronta a porre il veto presidenziale, un atto forte che permette di impugnare una decisione del Congresso.

La vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris ha promesso battaglia. Lo scontro al giorno numero uno dell’era McCarthy è già assicurato, ma mentre lo Speaker conta il primo successo, aumentano le preoccupazioni su quanto possa essere prigioniero dei ‘ribelli’ che hanno garantito l’appoggio solo dopo aver ottenuto forti concessioni su tutto, dal taglio della spesa federale a una procedura più semplice per sfiduciare lo Speaker, fino alla svolta ultranazionista e isolazionistica.

Se lunedì l’obiettivo era mandare un segnale ai ricchi contribuenti americani, al secondo sarà quello di inviare un segnale al mondo: la Cina. Pechino è considerata la maggiore minaccia economica, militare e strategia. Oggi i Repubblicani chiederanno a McCarthy di stabilire una commissione sulla Competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, il cui compito e i termini evocati rimandano all’America degli anni ’50, quella della “caccia alle streghe”, quando un altro McCarthy, il senatore Repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy, alimentò l’ossessione del nemico comunista, uno, trino, ovunque, esterno e infiltrato: la commissione, sostengono i conservatori, dovrà “indagare lo status dei progressi in campo tecnologico, economico e di sicurezza da parte del Partito comunista cinese”.

Nel primo discorso da speaker McCarthy aveva detto sabato che focalizzarsi sulla Cina darà ai lavoratori americani una “possibilita’ per competere con un Paese diventato una potenza industriale negli ultimi decenni”. E anche su questo McCarthy dovrebbe trovare la compattezza dei deputati conservatori e, in teoria, l’appoggio di una parte dei Democratici, che nelle scorse settimane hanno condiviso le preoccupazioni per la penetrazione americana della piattaforma social cinese TikTok.

Settant’anni fa il maccartismo prese di mira l’Unione Sovietica, il maccartismo attuale punterà alla Cina, oltre al “nemico” interno dei conservatori: il presidente Joe Biden, per il quale chiederanno commissioni d’inchiesta e impeachment su ogni tema, dagli affari del figlio Hunter all’emergenza “fentanyl”, dalla gestione della pandemia da Covid al problema migranti.  Nel pacchetto di regolamenti approvato lunedì ci sono più fondi per le commissioni investigative. Segnale che la sfida lanciata al primo giorno della Camera maccartista sarà solo l’inizio di una lunga serie di tensioni che accompagneranno gli Stati Uniti fino allo scontro finale: le elezioni presidenziali del 2024.

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