Albanese: “Nei Territori palestinesi occupazione e apartheid devono finire”

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La relatrice speciale dell’Onu si dice “molto preoccupata” tanto per i palestinesi che per gli israeliani. “Credo che la situazione peggiorerà. Mi dispiace che l’Occidente non lo veda”

di Cecilia Scaldaferri

© AGF – Scontri nei territori palestinesi

 

AGI – Con l’insediamento del nuovo governo israeliano, la situazione nel Paese si è fatta “più grave”: questo “rischia di nuocere e di diventare liberticida nei confronti degli israeliani stessi, che siano palestinesi con cittadinanza israeliana o critici delle politiche di Israele”. Non usa mezzi termini Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967.

Parlando con AGI a Roma, a margine di un evento di Amnesty International organizzato presso la rappresentanza del Parlamento europeo, l’esperta si dice “molto preoccupata tanto per i palestinesi che per gli israeliani e mi dispiace che l’Occidente non lo veda. Credo che la situazione peggiorerà”. Come sottolinea Albanese, con la presenza nell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu di “membri del movimento kahanista che influenzano la politica, diventa impossibile scindere l’elemento coloniale dalle politiche di governo”.

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Francesca Albanese

Il suo incarico riguarda la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi con l’indagine di tutte le violazioni che vi si compiono. Nel mirino, ci sono le politiche israeliane ma anche le azioni delle autorità palestinesi. Nei Territori palestinesi “ci sono forti elementi di criticità, c’è proprio un deficit democratico” e “sono intenzionata a condurre inchieste anche su crimini e violazioni del diritto internazionale commesse dalle autorità palestinesi, come previsto dal mio mandato”, assicura. “L’Autorità nazionale palestinese (Anp) non è più eletta – ricorda l’esperta – Gaza è amministrata da un partito che non è più eletto e la popolazione palestinese di Gerusalemme è tagliata totalmente fuori e non è rappresentata da nessuno”.

Tra i casi che hanno suscitato forti proteste da parte della società civile palestinese contro le autorità di Ramallah, c’è quello di Nizar Barat, oppositore del leader Abu Mzen, morto nel giugno 2021 mentre era in custodia delle forze di sicurezza palestinesi, dopo essere stato arrestato nella sua abitazione vicino Hebron. Per la famiglia è stato picchiato a morte e i presunti responsabili sono stati rilasciati in attesa del processo.

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© AGF

“È gravissimo che ci sia stato l’omicidio di Barat ed è gravissimo che i responsabili siano a piede libero oggi. È una cosa sulla quale ho espresso una critica feroce nei confronti dell’Anp e continuo a lavorarci”, sottolinea l’esperta, denunciando la “persecuzione in atto nei confronti di studenti, giornalisti” nei Territori. “Sono cose sulle quali sto indagando, non ho ancora un’analisi conclusiva ma ce le avrò nei prossimi due mesi perché è su questo che sto scrivendo il mio rapporto, in particolare sulle politiche di carcerialità nei Territori palestinesi, che riguardano sia Israele che l’Autorità palestinese”.

Guardando al futuro, “non credo che una soluzione” al conflitto israelo-palestinese “verrà dalla politica, non immediatamente. Quello che deve succedere, e già lo vedo in fieri, è una mobilitazione della società civile. Penso che oggi sia fondamentale che la parte ebraica della società israeliana, quella critica, che si è già dissociata dalle politiche dei vari governi, si faccia sentire”, anche se “è molto difficile”. Per Albanese, “è necessario che siano insieme per farcela. Non abbiamo il lusso di pensare altrimenti, va sostenuta la mobilitazione per i diritti umani”.

Quanto alla “soluzione migliore – prosegue l’esperta – non so quale sia, se due Stati o uno Stato, ma so che non sarebbe giusto riconoscere automaticamente la sovranità israeliana sui Territori occupati, non ce l’hanno. Dovranno essere i palestinesi a decidere in quale forma di Stato vogliono vivere e chiaramente pure gli israeliani. Innanzitutto, però deve essere smantellata l’occupazione militare e il sostegno alle colonie”.

Da quando ha assunto l’incarico di relatrice speciale, nell’aprile scorso, Albanese ha deciso di adottare una linea ben precisa, quella delle organizzazioni internazionali, palestinesi e israeliane: “Allontanare il punto prospettico dall’analisi delle violazioni individuali ma di vederle in un’ottica di sistema, così facendo non si può analizzare la situazione se non attraverso il prisma giuridico dell’apartheid”.

Elemento centrale in questo scenario, sottolinea, è “l’intento”. “L’occupazione è illegale perché non è più temporanea, è condotta in violazione di tutte le norme internazionali che regolano il regime di occupazione, ed è diventata uno strumento per attuare discriminazione razziale, conquista e annessione e trasformarsi in un regime di apartheid. L’apartheid è una conseguenza naturale di questo sistema e io spiego nel rapporto che l’intento è quello di mantenere un colonialismo di insediamento”.

Quest’ultimo, riconosce Albanese, “è un termine fortissimo che ha scosso la comunità internazionale e irritato profondamente le autorità israeliane. Ma come si può definere se non così la violazione del diritto all’autodeterminazione palestinese nel suo elemento territoriale, economico, socio-politico e culturale dei palestinesi di Gaza Cisgiordania e Gerusalemme?”.

“Questo poi porta a mettere in discussione la ragione della sicurezza nazionale addotta da Israele nella continuazione dell’occupazione: non si può ricorrere all’autodifesa quando si occupa un altro popolo, quando lo si aggredisce. La conseguenza naturale per me è l’applicazione del diritto internazionale, smettere di trattare Israele come uno Stato normale. Non lo è, è uno Stato che occupa dal 1967 e questa occupazione e il regime di apartheid devono finire”.

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