Ex Ilva, Mittal resta in maggioranza, la transizione ecologica deve aspettare il 2024. Il Paese non stia a guardare

Ambiente & Salute

Di

Dario Patruno

La promessa di un nuovo vertice tra un mese e l’avvio di un tavolo permanente sul dossier dell’Ilva di Taranto. Si è conclusa così la giornata al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dopo l’incontro durato quasi quattro ore tra il ministro Adolfo Urso e le parti sociali, l’azienda, Confindustria e i rappresentanti dei territori. Cominciato alle 23 lo sciopero indetto da Fiom Cgil, Uilm e Usb e conclusosi alle 7 del 20 gennaio ha chiesto un cambio in Acciaierie d’Italiaex Ilva. Obiettivo: portare lo Stato in maggioranza (60 per cento) attraverso i 680 milioni deliberati a fine dicembre dal Consiglio dei ministri con un decreto legge. Si protesta anche contro la reintroduzione dello scudo penale, misura di carattere generale prevista dallo stesso decreto. invece l’assetto della governance in Acciaierie d’Italia, ex Ilva, resta per ora così com’è, col privato Mittal al 62 per cento e la società pubblica Invitalia al 38. Al termine del confronto del 19 gennaio con azienda, sindacati, istituzioni territoriali e Confindustria, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, é stato chiaro: la data del riassetto resta nel 2024. In sostanza, la possibilità del cambio esiste, la introduce il decreto relativo alle misure urgenti per i siti strategici nazionali, n. 2 del 2023 ora in esame al Senato, ma non è così immediata come avrebbero voluto sindacati e istituzioni.

L’ex Ilva, simbolo siderurgico di Taranto, è oggi gestita da Acciaierie d’Italia di cui fanno parte il colosso ArcelorMittal e la società pubblica Invitalia, controllata dal Ministero dell’Economia

Punto di partenza: Ex Ilva, con i 750 milioni può partire la svolta per l’acciaio di stato green»

Questo dichiarava Franco Bernabè al Corriere della Sera Economia il 3 gennaio. Un 2022 da dimenticare, a causa dei rincari energetici. Ma un 2023 che potrebbe rivelarsi l’anno della svolta per Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva che il governo ha deciso di sostenere con un finanziamento da 68o milioni, ai quali si aggiungono 70 di ArcelorMittal come previsto dai patti appena rinnovati dai soci pubblico e privato. Un prestito che darà ossigeno all’azienda messa alle corde dalla scarsezza di circolante e dai debiti verso Eni e Snam, in attesa che il completamento del piano ambientale possa permettere alla magistratura di dissequestrare gli impianti. Riportando la più grande acciaieria d’Europa a condizioni produttive di normalità.

«Tornando a finanziare il circolante con strumenti di mercato, come fanno tutte le aziende del mondo — spiega il presidente Franco Bernabè — senza essere costretta a pagare in contanti le forniture, andando evidentemente in difficoltà».

L’aumento di capitale per portare Invitalia al 6o% va fatto subito?

«La norma varata dal governo consente di erogare fondi senza il dissequestro degli impianti, anche con un aumento di capitale. E una delle novità della misura. L’altra è che dà una grande flessibilità all’azionista pubblico che può intervenire come e quando ritiene più opportuno. A questo punto, mi creda, il problema non è più delle risorse: per il piano industriale ce ne sono a sufficienza».

Cosa prevede il piano industriale?

«L’Italia non può fare a meno della produzione d’acciaio primario e l’unico produttore di acciaio da minerale è Taranto. Lo Stato da tempo si è posto questo problema di come evolvere da produzione da altoforno a produzione con tecnologie alternative e la scelta fatta è stata quella di utilizzare il Dri, il pre ridotto di ferro. Lo Stato ha anche avviato concretamente il piano di conversione, ha creato la società per il Dri che da un anno è al lavoro, è nella fase degli accertamenti tecnologici per arrivare entro giugno 2023 alla decisione industriale di investimento. Per completare il piano ci vorranno io anni e più di 5 miliardi di investimenti perché si tratta di un piano epocale, trasformare la più grande acciaieria d’Europa in stabilimento green. Ma il piano è già in atto».

L’obiettivo del Governo sarebbe quello di «siglare un accordo di programma» per un rilancio green del polo industriale «con la convinzione che la siderurgia italiana possa rappresentare un asse fondamentale dell’industria italiana ed europea».

Parole scandite ai cronisti mentre, sotto la sede del Ministero, proseguiva il presidio di sindacati e dipendenti dell’ex Ilva, in sciopero dalla sera del 18 gennaio e fino alle 7 del 20, partiti all’alba da Taranto per raggiungere Roma intorno alle 13.

«Via da Taranto!», il coro levato dai dipendenti dell’acciaieria. Il riferimento è a ArcelorMittal e alla sua gestione dell’azienda. «Ci aspettiamo che si inizi a parlare sul serio della nostra condizione lavorativa», spiega a La Svolta Giovanni Casamassima, dipendente dell’ex Ilva.

Sono circa 3.000 i lavoratori in cassa integrazione e 1.700 quelli in cassa integrazione straordinaria. «In questi anni abbiamo prodotto più cassa integrazione che acciaio», aggiunge Giovanni riferendosi a quanto denunciato dai sindacati secondo cui, a fine 2022, la produzione si è attestata a 3 milioni di tonnellate contro i 6 milioni promessi.

Acciaierie d’Italia ha annunciato l’inizio, quest’anno, del rifacimento del grande altoforno 5 e la produzione di 4 milioni di tonnellate. 5 milioni, invece, sono previsti per il 2024.

La richiesta dei sindacati, però, è che le risorse pubbliche siano utilizzate «per avviare un inequivocabile processo di transizione ecologica e sociale». E questo si renderebbe possibile solo con un cambio di governance, facendo in modo che Invitalia (azienda a controllo statale) detenga la maggioranza delle quote (60%) rispetto a ArcelorMittal. «Questa fabbrica ha portato negli ultimi anni solo cassa integrazione e licenziamenti – dice Cosimo Amatomaggi, segretario Uilm Taranto – Serve un intervento forte del governo che cacci via questa gestione e subentri in maggioranza da subito, senza attendere l’anno prossimo»

Sembrava, sino a poco tempo fa, che dovesse essere la novità, la svolta, la caldeggiavano sindacati e istituzioni, e invece l’assetto della governance in Acciaierie d’Italia, ex Ilva, resta per ora così com’è, col privato Mittal al 62 per cento e la società pubblica Invitalia al 38. Al termine del confronto del 19 gennaio con azienda, sindacati, istituzioni territoriali e Confindustria, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, é stato chiaro: la data del riassetto resta nel 2024. In sostanza, la possibilità del cambio esiste, la introduce il decreto relativo alle misure urgenti per i siti strategici nazionali, n. 2 del 2023 ora in esame al Senato, ma non è così immediata come avrebbero voluto sindacati e istituzioni.

Un punto negativo soprattutto per Fiom Cgil, Uilm e Usb, che sul cambio della governance nell’ex Ilva, hanno focalizzato la protesta, fatto una prima manifestazione a Roma l’11 gennaio, quando hanno incontrato parlamentari e commissione Ambiente della Camera, indetto lo sciopero del 19 gennaio a Taranto e portato nello stesso giorno alcune centinaia di lavoratori a Roma in presidio sotto il Mimit mentre era in corso il vertice da Urso.

Secondo fonti presenti al tavolo ministeriale, a frenare Urso, che per primo aveva parlato di riequilibrio della governance, sarebbe stato il fatto che se lo Stato dovesse passare ora al 60 per cento in Acciaierie d’Italia, utilizzando sul versante del capitale il miliardo dato a Invitalia, poi si sarebbe dovuto far carico, nella corrispondente quota proporzionale, anche di tutto il resto, investimenti compresi. E questo avrebbe avuto un costo notevole, per cui, dicono le fonti, anche il Mef avrebbe frenato. Cosicchè é rimasta la via del finanziamento soci. E Urso lo ha spiegato così, parlando di «finanziamento importante che dovrà servire anche a creare quel circolante necessario al rilancio produttivo del sito con una formula che ci consente in ogni momento, eventualmente, di trasformare quelle finanze in azioni».

Per l’ad Morselli, «ad inizio agosto scorso il ministro Giorgetti ha riconosciuto che l’azienda era finanziariamente fragile. Grazie al ministro Urso, arriviamo all’uscita dalla condizione di fragilità. Noi abbiamo un ciclo di cassa di sei mesi. Prima di incassare passano sei mesi e noi dobbiamo solo pagare in quel mentre. Adesso possiamo accedere ai mercati finanziari. Servirebbero due miliardi di circolante in un mondo ideale, ma possiamo farcela».

Tra un mese si saprà dell’accordo di programma

La novità che emerge, invece, è l’accordo di programma per l’area di Taranto. Urso ne specificherà i contenuti nel prossimo incontro al Mit tra un mese. Dovrebbe tenere insieme rilancio produttivo, ripresa della fabbrica e nuovi investimenti per l’area di Taranto, con un occhio rivolto a forni elettrici e preridotto che sono la prospettiva del futuro, visto che il presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè, ha annunciato nel vertice che per il Dri, il preridotto di ferro in alternativa alla carica di minerali, «a giugno si prenderà la decisione sull’investimento». «L’impianto – ha spiegato – sarà diviso in due moduli, uno fornirà Dri ad Acciaierie d’Italia e l’altro servirà al mercato interno. La costruzione dell’impianto comincerà nel secondo semestre». Inoltre, ha aggiunto Bernabè, «partirà presto l’impianto Hydra, un modello che produce acciaio verde in scala ridotta». Effettuerà «una piccola produzione per testare le peculiarità connesse alla realizzazione di un impianto vero e proprio». Invece, per la parte relativa ad Acciaierie d’Italia, assunti gli impegni di avviare, a novembre prossimo, il rifacimento dell’altoforno 5, spento dal 2015, il più grande d’Europa, investire sulla centrale elettrica, produrre 4 milioni di tonnellate di acciaio quest’anno e 5 il prossimo.

Va rilanciato il ruolo della Mission di DRI D’Italia, promuovere la transizione energetica e l’evoluzione ecologica dell’industria siderurgica italiana e tutelare l’ambiente contribuendo al processo di abbattimento delle emissioni climalteranti e dell’impronta carbonica nel Paese e, in particolare, nell’area di Taranto. Questo tramite la produzione di DRI in impianti alimentati a idrogeno e gas naturale che consentano di utilizzare forni siderurgici elettrici per la produzione di acciaio green.

E permettetemi una considerazione finale che attiene a quanto una nazione senta le problematiche in maniera diversa. Il sol fatto di aver paventato in Francia di riformare le pensioni, elevando l’età pensionabile da 62 a 64 anni, ha portato in piazza un milione di persone mentre noi da anni auspichiamo la risoluzione della questione ILVA dal 2012 e releghiamo la questione alle città di Taranto, Genova, Terni e Piombino  pensiamo sia una questione di queste città quando  l’lva di Taranto ha causato un totale di 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie. Che paese triste.

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