Meno cibo stesso prezzo, si chiama “shrinkflation”

Economia & Finanza

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Per evitare di aumentare bruscamente i prezzi, ci sono pacchetti di biscotti con meno biscotti, scatole di cioccolato meno farcite, porzioni di formaggio più piccole ma allo stesso prezzo di prima, e talvolta anche superiore

di Alberto Ferrigolo

© Aleandro Biagianti / AGF – Inflazione

 

AGI –  “La riduzione delle quantità di un prodotto non è vietata dalla legge, ma l’operazione deve essere trasparente per il consumatore, che deve essere informato prima dell’acquisto”, avverte un articolo di Le Monde che mette in luce un fenomeno nuovo quanto recente, che va sottoi l nome di “shrinkflation”, dal verbo inglese “shrink”, che significa “rimpicciolire”. Ovvero, meno cibo stesso prezzo. Senza nemmeno ridurre la grandezza della confezione.

Insomma, diverse aziende stanno riducendo le quantità dei loro prodotti senza informare adeguatamente i consumatori, i quali – secondo il quotidiano – “non esitano più, poiché l’inflazione erode il loro potere d’acquisto”. Tuttavia, per evitare di aumentare bruscamente i loro prezzi  per attutire l’aumento dei loro costi di produzione, i produttori avrebbero ridotto le quantità dei loro prodotti. Il risultato è che ci sono pacchetti di biscotti con meno biscotti, scatole di cioccolato meno farcite, porzioni di formaggio più piccole ma allo stesso prezzo di prima, e talvolta anche di più.

Segnalato il problema dai consumatori e dai social, la Direzione Generale Concorrenza, Consumatori e Prevenzione Frodi (Dgccrf) ha deciso di svolgere, tra il 14 settembre e il 1° novembre 2022, 31 controlli sulle aziende che confezionano prodotti alimentari, per verificare il rispetto delle quantità indicate al momento del riempimento delle confezione. E su 5.700 diversi prodotti, sono stati visitati più di 300 punti vendita alimentari, per verificare l’esposizione del prodotto sugli scaffali.

Risultato? Secondo la ministra delegata alle piccole e medie imprese, al commercio, all’artigianato e al turismo, Olivia Grégoire, le conclusioni mostrano “la realtà di questa pratica”. “Tuttavia, non si tratta di una pratica generalizzata e massiccia volta a fuorviare deliberatamente il consumatore”, aggiunge. Ci sono infatti produttori che imbrogliano, ma non sarebbero così numerosi: una salsa di soia non conforme, perché mancavano 3,6 millilitri dei 250 millilitri previsti oppure un “problema d’imballaggio” in una fabbrica di salumi, dove il peso non era indicato sulla confezione e un problema di pesatura per carne e pesce preconfezionati nei negozi…

In definitiva, presso le aziende di confezionamento dei prodotti sono state riscontrate sette anomalie che hanno dato luogo a tre diffide, tre ingiunzioni di ottemperanza e una denuncia. Tra i distributori, “l’11% degli stabilimenti ha presentato un’anomalia, comunque relativa in ogni caso a un numero limitato di prodotti”, ha rilevato la Dgccrf. I servizi statali hanno riscontrato “meno del 10% di anomalie” per prodotti per l’igiene, yogurt, farine, caffè, zucchero, salumi, pasta, latte, patatine fritte, ma “circa l’11% dei prodotti controllati come tavolette di cioccolato e prodotti per la casa”. Per alcuni non era indicata la visualizzazione del prezzo al chilo, per altri un mancato riscontro tra il prezzo per unità di misura e il prezzo visualizzato.

La ministra Olivia Grégoire conclude che ora “è necessario migliorare la trasparenza e l’informazione dei consumatori”. E per fare pressione su produttori e distributori, i francesi si trasformeranno in informatori e segnalatori delle anomalie.

 

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