Festival di Sanremo 2023: trionfa Mengoni ma la classifica generale delude

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Siamo giunti all’ultimo tassello di questa settimana straripante di nazional-popolare, una serie Rai a tratti interminabile e a tratti trash, con pochi momenti artistici ma soprattutto guardata nonostante i numerosi spoiler. Ha vinto l’edizione un fuoriclasse annunciato: dieci anni fa avremmo potuto già prevedere che qualora Mengoni si fosse ripresentato al Festival di Sanremo lo avrebbe vinto ancora. E così è stato anche se, ammettiamolo, vedere la scalata di Ultimo nelle classifiche dei giorni scorsi un po’ di strizza ce l’ha messa. Siamo però salvi e meritatamente oggi acclamiamo una delle voci attuali della musica italiana che più fa sognare e che coniuga in modo magistrale vocalità, emozione e contenuto. Insomma, la nostra tradizione. Mi chiedo cosa penseranno all’Eurovision. Forse: “L’Italia è tornata al pre Maneskin, ancora una volta” e mettiamo pure in conto che l’intonazione usata non sarà lusinghiera. Va bene lo steeeeesssoooo, per dirla alla Lundini con un’energica pigiata di clacson. Noi siamo contenti così, siamo i porta bandiera di questo genere musicale e lo faremo facendoci rappresentare nuovamente da un uomo. Ma sarà pure arrivato il momento di togliere a Francesca Michielin il primato di ultima donna a calcare quel palco nel 2016, no? Di cantanti talentuose, contemporanee e che bucano lo schermo con un messaggio chiaro ne abbiamo da vendere e l’Ariston lo ha dimostrato durante tutta la settimana. Lo stesso Mengoni, subito dopo la sua proclamazione, ha sentito l’esigenza di rimarcarlo: “Siamo arrivati in finale in cinque ragazzi e quindi credo sia giusto dedicare la mia vittoria a tutte le artiste che hanno partecipato al Festival portando su questo palco dei pezzi meravigliosi”.

Allora è d’obbligo innanzitutto una riflessione sulla cinquina– che poi questa scelta di allargare le maglie e farli ricantare per la quarta volta uno ad uno alle 2 di notte non si è capita, o meglio non è proprio condivisibile. Il secondo posto di Lazza lo comprendo per via del televoto imperante di questa edizione, ma la sua “Cenere” non gli rende minimamente giustizia. Sulla carta d’identità ha scritto “rapper” ma di rap, quello vero che elogia e critica, quello che in modo crudo ti racconta la realtà e la strada, quello che è la massima espressione di un’urgenza comunicativa, in questo caso neanche l’ombra. Il pezzo è decisamente pop contaminato, così come richiede il contesto a lui antitetico in cui è voluto approdare. L’ascesa rapidissima del suo progetto nelle classifiche di questi ultimi anni indica un dato importante sul suo gradimento e chi conosce la sua storia sa che ne è iper degno, ma astraendoci dalla discografia e concentrandoci solo sul pezzo di Sanremo, è legittimo pensare che in nome del genere che rappresenta avrebbe dovuto sceglierne uno differente per il suo debutto nella società televisiva.    

Mr.Rain è l’incarnazione dell’effetto sorpresa che al Festival tanto piace riproporre. Nessuno aveva puntato su di lui e tutti – nonostante le lacrime agli occhi – avevano sottovalutato la presenza del coro antonianesco. L’ultima performance, infatti, ha evidenziato come in loro mancanza “Supereroi” non è poi così incredibile. Ha un bel messaggio senz’altro, un messaggio che ricorda l’importanza di chiedere aiuto quando si attraversa un periodo complicato della propria vita, ma presentato in maniera un po’ sempliciotta che ti risuona nella mente durante le cinque puntate e poi cade nel dimenticatoio. Nonostante ciò lui ha un cuore d’oro e in fin dei conti una gioia se la meritava, ma il terzo posto no.

Quarto, grazie al cielo, Ultimo. La sua musica tremendamente noiosa e il suo modo esagerato di tenere il palco, non permettono neanche di poter apprezzare la buona parte testuale di “Alba” perché dopo i primi 20 secondi hai voglia di cambiare canale per disperazione – cosa davvero accaduta stanotte alla sua ennesima performance. Nell’aria c’era il pericolo di soffiare la prima posizione a Mengoni ma il confronto è impari e insostenibile per lui. Gli italiani lo acclamano comunque per fedeltà, senza pensiero critico. Contenti voi. Tananai era lì in fila per tutti, per raccontarci coi fatti la sua rivincita. Il brano non è un capolavoro, ma è sincero, devastante e mette in luce un lato della sua personalità inedito al grande pubblico della tv generalista. Quindi, giustamente nella cinquina. 

Nella chart degli esclusi dal giochino finale scandalosamente Colapesce Dimartino, addirittura decimi, Madame e i Coma Cose. Ma abbiamo seguito lo stesso Festival?! Il duo siculo con “Splash” ha comunque lasciato il segno, vincendo i premi che contano davvero in questa competizione e nella carriera artistica dei cantautori, ossia il Premio della Critica Mia Martini e il Premio della Sala Stampa “Lucio Dalla”, a riprova della loro unicità e della capacità evocativa di immagini e di contenuti importanti, spalmati sul palco con una sana ironia e intelligenza. Il pubblico di Sanremo la ballerà e la canterà di certo, ma continuerà a non capirne lo spessore. Grazie al parere giornalistico hanno ricevuto il riconoscimento che speravo, ma altrimenti sarebbe rimasto impresso solo su TikTok al fine di creare coreografie e gag simpatiche. Aspetto con ansia il giorno però in cui il pubblico aprirà le orecchie e andrà a farsi un po’ di cultura ai loro concerti. LA VITA È UN BACARAT.

Dispiace tanto per Madame, purtroppo penalizzata dalle vicende giudiziarie che la vedono coinvolta e dalla chiusura mentale di chi non era pronto a sentir parlare di prostituzione (o di sesso e promiscuità con Rosa Chemical). I Coma Cose, nonostante il clamoroso tredicesimo posto, vincono per il miglior testo il Premio “Sergio Bardotti” con L’addio, così potente da riuscire a spegnere le mille luci dell’Ariston e a far sparire gli spettatori, lasciando un solo faro sull’amore forte dei due ragazzi e il loro sguardo disarmante.

Levante, Articolo 31 e Leo Gassman troppo in basso, Paola&Chiara passate inosservate (ma per i social sono le regine del Festival) ed Elodie nona eppure non ne ha sbagliata una in tutte le serate con la sua grinta e il suo carisma. Non so quanti oggi possano affermare che questa classifica finale sia rappresentativa del comune sentire.

Ma indubbiamente a strariparci il cuore di emozione è stato in apertura l’omaggio all’immenso Lucio Dalla, con un medley a cura di Gianni Morandi di “Piazza grande – Futura – Caruso”. What a moment! Imbracciando la chitarra, cantando e passeggiando in platea sino ad arrivare sul palco, Morandi ha usato tutto il fiato che ancora ha e togliendolo letteralmente a noi, che con i brividi sulla pelle e le braccia verso il cielo siamo entrati in connessione con le intramontabili poesie di Dalla. La sua musica continua a creare ponti emotivi giganteschi e percorrerli regala sempre un panorama indescrivibile. Ci manchi Lucio.

E se non si fosse capito che quello che vi sto raccontando è il Festival della musica italiana, ve lo spiego così: esibizione di Gino Paoli con “Una lunga storia d’amore”, “Sapore di sale” alle quali, dopo un siparietto buffo e ricco di gaffe con i conduttori, ha accompagnato il suo grande successo “Il cielo in una stanza”. Può un cantautore a 89 anni ancora meravigliarci? Sì

Ultimo bilancio generale: record di ascolti, musica di qualità – peccato per i giovanissimi buttati nella tana del lupo e usciti grati ma feriti –, ospiti che non hanno impressionato (Maneskin esclusi), alcuni atti di ribellione molto discussi ma poco incisivi se non legalmente e monologhi affidati a donne abilissime in tutt’altro, messe in estrema difficoltà e criticate a posteriori dai media (la Fracini, l’unica perfetta da ogni punto di vista). Inopportuni e avvilenti i commenti “sei bellissima” e “sei stata brava” di Amadeus e Morandi, annessi a discorsi femministi contro l’oppressione maschile a cui di conseguenza fanno perdere valore. Le eccellenze invitate ad affiancarli nella conduzione non necessitano dei loro consensi, ne tanto meno di dimostrare qualcosa al grande pubblico. Se davvero l’obiettivo è lanciare messaggi che esortino gli italiani a cambiare, bisognerebbe partire dal far modificare il modo di porsi del direttore artistico.

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