Il nuovo boom dei fondi sovrani del Golfo

Economia & Finanza

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L’impennata dei prezzi del petrolio mette le ali ai produttori. Solo Arabia Saudita e Qatar dovrebbero raccogliere fino a 1.300 miliardi di dollari di entrate aggiuntive in quattro anni

© Marwan Naamani/ AFP – Investitori alla Borsa di Dubai

AGI – Mentre gran parte del mondo si prepara alla recessione, il boom dei prezzi del petrolio mette le ali ai piedi ai produttori di petrolio e di gas del Medio Oriente e ai loro fondi sovrani. Secondo il Fmi i Paesi di Golfo e in particolare il principale esportatore di greggio e cioè l’Arabia Saudita e il più grande esportatore di gas naturale liquefatto, il Qatar, dovrebbero raccogliere fino a 1.300 miliardi di dollari di entrate aggiuntive rispetto a quanto previsto nei prossimi 4 anni, grazie ai rincari del prezzo dell’energia dovuto alla guerra in Ucraina. Tutta la finanza mondiale, dagli Stati Uniti all’Europa, alla Cina, all’India, sta dunque correndo qui a fare roadshow, in cerca di capitali e di accordi coi fondi sovrani, proprio come era avvenuto nel 2008, quando i prezzi del petrolio erano saliti al livello record di 147 dollari al barile e gran parte del resto del mondo annaspava per colpa della crisi finanziaria globale.

La differenza rispetto al 2008 è che allora i fondi sovrani del Golfo erano ancora pochi ed inesperti, mentre ora sono più grandi e molto più esperti. “Nel 2008 – rivela Mansoor bin Ebrahim al-Mahmoud, amministratore delegato di Qia – i nostri team erano più piccoli e stavamo costruendo un portafoglio da zero, quindi eravamo più opportunisti, mentre oggi è completamente diverso. Siamo maturi, ben consolidati, con team specializzati e una solida strategia di asset allocation”.

Pif si prende la scena

Una delle principali attrattive per gli investitori questa volta è un fondo rimasto in disparte durante il boom del 2008: il Fondo per gli investimenti pubblici dell’Arabia Saudita, o Pif, diretto dal 2015 dal principe saudita Mohammed bin Salman. Pif nel 2016 ha preso una quota di 3,5 miliardi di dollari in Uber e ha pompato 45 miliardi di dollari nel vacillante Vision Fund di SoftBank. Inoltre, mentre in passato il governo saudita ha utilizzato i periodi di boom per dispensare soldi a palate alla popolazione, attraverso benefici, sussidi e aumenti salariali del settore pubblico, imbarcandosi anche in una raffica di spese statali per progetti infrastrutturali, ora esso punta a diversificare gli investimenti, usando la leva del debito e incanalandoli verso progetti basati su un potenziale ritorno economico e capaci di creare più posti di lavoro e più crescita economica.

Quali progetti? Per esempio scommette sulla logistica, puntando a sviluppare una rete ferroviaria che colleghi i porti a est e ovest e del Mar Rosso. Oppure per mira a espandere Neom, la città futuristica che è il megaprogetto di punta del principe Mohammed, il quale costerà molto piu’ dei 500 miliardi di dollari inizialmente dichiarati. Steffen Hertog, un esperto del Golfo presso la London School of Economics, parlando al Financial Times, mette in guardia dagi effetti speculativi di questi dispendiosi progetti, i quali, dice sono spesso “meno responsabili e meno trasparenti rispetto al precedente boom della spesa”. Ad Abu Dhabi, i funzionari parlano di utilizzare i fondi per aiutare ad accelerare lo sviluppo di hub tecnologici e di energia rinnovabile, nonché Adgm, il centro finanziario di private equity dell’emirato. Tuttavia Adgm non è neanche lontanamente paragonabile a ciò che Riad sta tentando di fare con Pif. “È quasi una nazionalizzazione al contrario”, spiega al Ft un banchiere d’affari senior.

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