Giorgio Pisanò: il giornalista Investigativo che ha scosso la Prima Repubblica

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Un uomo dalla testardaggine veritiera che ha sfidato il conformismo, le ideologie e le convenzioni per scoprire e denunciare la verità nascosta.

L’intensa vita di Giorgio Pisanò (1924-1997) è stata segnata da un talento innato per l’investigazione giornalistica. Non era uno storico accademico, ma la sua abilità nel cogliere gli elementi essenziali di scenari complessi e ambigui lo ha reso un cronista-detective di prim’ordine. Nonostante il suo valore professionale, Pisanò è stato spesso osteggiato per le sue convinzioni politiche e la sua inclinazione a svelare la verità, indipendentemente dalle conseguenze.

Soldato volontario della Repubblica Sociale Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale, Pisanò rischiò di essere giustiziato alla fine del conflitto. Successivamente, nel 1947, si iscrisse al Movimento Sociale Italiano (Msi) e nel 1950 fondò l’Associazione Studentesca “Giovane Italia”. Nel 1972, venne eletto senatore e fu riconfermato per quattro volte, ma nel 1991 abbandonò il Msi per dare vita al Movimento Fascismo e Libertà, dimostrando la sua autonomia di pensiero e la sua determinazione nel seguire le proprie convinzioni.

Tuttavia, è soprattutto come giornalista che Pisanò ha lasciato il segno. Attraverso le pagine di pubblicazioni come “Meridiano d’Italia”, “Oggi”, “Gente” e “Secolo XX”, ha portato alla luce inchieste dirompenti e denunce coraggiose. Il suo lavoro più celebre fu la rinascita del giornale “Candido” di Guareschi nel 1968, che gli valse fama e riconoscimento. I suoi libri, tra cui “Sangue chiama sangue”, “La generazione che non si è arresa” e la monumentale “Storia della guerra civile in Italia”, hanno contribuito a gettare luce su avvenimenti oscurati e ad aprire il dibattito su una memoria nazionale rispettabile.

La tenacia di Pisanò nel cercare la verità ha comportato un prezzo da pagare. Non è stato accettato negli ambienti intellettuali e paludati, costringendolo a pubblicare i suoi lavori in proprio. Tuttavia, questo non gli ha impedito di guadagnarsi l’ammirazione e il rispetto di molti, anche tra i suoi avversari politici. Come sottolineato da Marco Nozza, un inviato del Giorno e capofila dei giornalisti antifascisti e democratici milanesi, Pisanò è stato definito uno dei migliori giornalisti italiani, nonostante non abbia ricevuto premi a causa della sua dichiarata affiliazione fascista. La sua abilità investigativa e il suo fiuto giornalistico sono stati riconosciuti anche da avversari politici come Giampaolo Pansa, noto giornalista e scrittore, il quale ha ammesso di essere stato ispirato dalle indagini di Pisanò per intraprendere il proprio percorso di ricerca storica.

La figura di Pisanò è stata spesso associata al suo essere fascista, ma va oltre questa etichetta politica. La sua vera missione era quella di svelare la verità, senza cedere alle pressioni o ai pregiudizi. La sua indipendenza intellettuale gli ha permesso di condurre inchieste di grande rilievo, che hanno scosso la prima repubblica italiana. Dalla difesa di Raoul Ghiani nel caso Fenaroli allo scandalo Lockheed, dalle denunce sullo scandalo Anas alla sua indagine sull’assassinio di Enrico Mattei e sulla morte del banchiere Roberto Calvi, Pisanò ha dimostrato una determinazione incrollabile nell’andare a fondo delle vicende, senza timore delle conseguenze.

Tuttavia, la sua scelta di non conformarsi al “gioco imposto dai vincitori” ha comportato delle critiche e una sorta di emarginazione nel panorama giornalistico e accademico. Nonostante ciò, il suo contributo alla ricerca storica e al dibattito pubblico è stato inestimabile. Le sue opere sono state oggetto di discussione, ma nessuno ha mai smentito i contenuti delle sue indagini, riconoscendo il suo valore come giornalista e investigatore.

L’eredità di Giorgio Pisanò è un monito costante a cercare la verità al di là delle convenzioni e delle ideologie. La sua intuizione e la sua capacità di analisi-sintesi hanno reso possibile la comprensione di scenari complessi e ambigui, lasciando un’impronta indelebile nel panorama giornalistico italiano. La sua vita intensa e il suo coraggio nel portare alla luce le verità nascoste rimarranno un esempio di integrità e dedizione per le future generazioni di giornalisti e ricercatori.

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