L’universo maschile raccontato dal giornalista Marco Pontoni

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Intervista a cura di Mariangela Cutrone

L’universo maschile è un mondo tutto da scoprire e dalle mille sottili sfaccettature di cui poco si parla. Anche gli uomini possono vantare un’introspezione invidiabile, una spiccata sensibilità e tanto altro ancora. Il giornalista Marco Pontoni nel suo romanzo “Tra noi uomini” edito da Nutrimenti ci invita ad esplorare questo universo ricco di ideali, sentimenti, legami e contraddizioni. In questa scoperta ci accompagna grazie al vissuto di tre personaggi ai quali il lettore non potrà fare a meno di affezionarsi, Enzo, Andrea e Antonio.

Questi tre uomini sono legati da un’amicizia che si dimostrerà indissolubile e che resisterà nel tempo nonostante le distanze, i conflitti, le divergenze. Particolarmente centrale è il rapporto che si instaura tra Enzo, padre di Andrea e Antonio. Questo rapporto accompagnerà diverse fasi della vita di Enzo, giornalista e voce narrante del libro di Pontoni, un giovane idealista e sognatore che nonostante le batoste e le disillusioni non smetterà mai di credere di potere cambiare il mondo. Per Enzo, Antonio, ex operaio e sindacalista e artista resterà sempre un modello di riferimento nonostante il divario generazionale.

“Tra noi uomini”, delinea un mondo ricco di legami indissolubili in cui le controversie e le contraddizioni non mancano. In esso le porte del passato sembrano sempre spalancarsi nei momenti meno previsti per generare un costante conflitto interiore. Pontoni si conferma un grande conoscitore dell’animo umano perché la sua scrittura così profonda e intimistica invita il lettore a scavare nel profondo della propria anima dove sono custodite le emozioni più vere, la propria natura istintiva e creativa che nonostante le batoste e le illusioni Enzo non smetterà mai di non assecondare.
Questo libro risulta affascinante e intrigante. Durante la sua lettura il lettore si ritroverà spesso con l’amaro in bocca quando si immedesimerà in situazioni scomode o” poco corrette” vissute dai protagonisti ma nonostante ciò, come Enzo, si ritroverà ancora a sperare e desiderare un cambiamento, un modo per riemergere e credere ancora in un mondo migliore segnato dall’amore.

In questa ispiratoria intervista, Marco Pontoni ci parla dei personaggi del suo libro e del ruolo del passato nelle nostre esistenze.

Partiamo dall’origine, come è nata l’idea di scrivere questa storia che mette in evidenza le emozioni contrastanti e l’amicizia tra tre uomini?

Credo sia nata sulla spinta di due elementi. Da un lato una fotografia, presa quando ero molto piccolo, nella quale sono ritratto in un grande prato e con una palla. Ricordo che mi spiegavano che poco dopo lo scatto, disubbidendo a mio padre, ho dato un calcio alla palla mandandola in un fosso. È la situazione con cui si apre il romanzo. Più in generale, all’epoca in cui è stato scritto “Tra noi uomini” venivo da una serie di letture “al femminile”, tutte molto interessanti. Annie Ernaux (prima del Nobel, siamo fra il primo e il secondo lockdown), la trilogia di Rachel Cusk, Teresa Ciabatti… Mi sono detto che volevo scrivere qualcosa che mettesse al centro l’universo maschile, ma stando lontano da un tema che viene molto rappresentato, quello della cosiddetta mascolinità tossica. Non perché non esista, ovviamente, ma perché penso che nella sfera del maschile ci sia anche altro.

Il divario generazionale come quello tra Enzo e Antonio secondo te si può rivelare un limite o un’opportunità?

In questo caso rappresenta un elemento di seduzione di Antonio nei confronti di Enzo. Antonio sa molte cose, ha vissuto molte vite. Enzo ha fame di esperienze e di conoscenza, e ne è affascinato.

Il passato gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra Enzo, Andrea e Antonio. Secondo te il passato quanto è importante nel corso della nostra esistenza?

Moltissimo. Lo è nelle nostre vite e lo è anche nella creazione artistica. La nostalgia, il rancore, i traumi vissuti in gioventù sono tutti grandi motori della narrazione. Però i miei protagonisti non sono dei nostalgici. Sono invece persone capaci di vedere le cose in una prospettiva storica, sia quelle private, personali, sia quelle pubbliche. Il tema dei conflitti, che attraversa il romanzo, serve a questo, a spiegare la progressiva disillusione di Andrea. Dopo la fine della Guerra fredda si è pensato per un momento che il mondo sarebbe migliorato. Fukuyama preconizzò addirittura la “fine della storia”, intesa come un succedersi dei conflitti. Non è andata così, come sappiamo.

Enzo si ritrova in bilico tra la voglia di chiudere la porta del suo passato una volta per tutte e quella di riaprirla. Secondo te qual è il giusto atteggiamento da tenere in una situazione di questo tipo?

Enzo, o dell’indecisione. Sì, è una caratteristica che segna in maniera determinante il personaggio. Può essere vista come un limite ma anche, io credo, come la capacità di vedere le cose da punti di vista diversi. Non è una qualità molto diffusa. Io la trovo interessante, sul piano della narrazione. Ma anche su quello più personale, perché ho sempre fatto fatica a chiuderla, quella porta. Il passato può ritornare continuamente, e assumere di volta in volta una forma diversa. Non è mai concluso, mai esaurito.

Dal tuo romanzo traspare il forte attaccamento con la tua città d’origine e le Alpi. Che tipo di legame hai con Bolzano?

Forte anche se Bolzano è una città difficile: è una città di confine, in cui si parlano più lingue, una città bellissima sul piano estetico, con le Dolomiti a fare da sfondo, ma anche esigente, con standard molto elevati e un costo della vita “stellare”. È la mia città dei ricordi dell’infanzia e come tale mi ha segnato. Ci torno periodicamente, ma non vivo lì. Bolzano per me è una città che è più facile amare standoci un po’ lontano.

Quanto di Marco Pontoni possiamo rintracciare in questo romanzo?

Se Flaubert ha pronunciato la sentenza immortale “Madame Bovary c’est moi”, chi sono io per dire che non c’è niente di me nei personaggi di cui racconto, sia maschili che femminili? A parte gli scherzi, ovviamente c’è molto di me in questo libro ma non è un romanzo autobiografico, né un’autofiction. È un romanzo d’invenzione, che come molti poggia su cose che l’autore conosce. Luoghi, esperienze, professioni. Ad esempio, la voce del narratore, di Enzo, certamente mi appartiene, come il suo lavoro di giornalista, o i suoi viaggi in Africa o Medio Oriente. Ma è solo una delle voci possibili. E comunque, da un certo punto in poi, tutti loro hanno una vita propria.

Tra Enzo, Andrea e Antonio, a chi sei maggiormente affezionato e perché?
Mi sento legato a tutti e tre. Ad Antonio per la sua vitalità, che è quella degli uomini della sua generazione, che è stata anche quella di mio padre, ad esempio. Ad Andrea, per la sua ambiguità. Ad Enzo per il sentimento generale di disillusione, di scacco nei confronti dell’esistenza. Come tanti giovani intellettuali, è partito con l’idea di riuscire a cambiare almeno un po’ il mondo in meglio, ma non ci riesce, non ci arriva neanche vicino. Non riesce nemmeno a trovare pace dal punto di vista sentimentale, e al tempo stesso è schiavo dei suoi desideri.

I tuoi personaggi sono ben delineati psicologicamente. Da dove nasce questo interesse nei confronti della natura umana con tutte le sue sfaccettature e contraddizioni?

Ti ringrazio. Credo in pari misura da infinite letture e infiniti monologhi interiori. Sul piano della scrittura, credo che non basti fare agire i personaggi. Le azioni non parlano da sole. Spesso è altrettanto interessante, o forse anche più interessante, vedere perché si compiono o non si compiono.

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