L’odio, le altre «male piante» e le ferite da curare

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Odio, arroganza, invettive, pregiudizi, manipolazioni, sopraffazioni, emarginazioni ed esclusioni… Conosciamo sin troppo bene le «male piante» che infestano il giardino del mondo e intossicano sia le vite di chi le coltiva o le tollera sia le vicende di quanti – concittadini o stranieri, sconosciuti o arcinoti – sono da esse assediati e insidiati.

Non ci sfugge neanche il fatto che uno dei ritornelli di questi anni è stato (ed è) che un concime ideale per quelle odiose «male piante» sarebbero i pensieri forti e lunghi, le visioni salde, le appartenenze consapevoli e anche appassionate, le fedi profonde. È una grande bugia. Le «male piante» si diffondono indisturbate quando, idealmente e moralmente, ci si chiude in casa o in un proprio piccolo circolo e da lì si spia e si giudica con sospetto e disprezzo la vita degli altri e i tanti versi del mondo degli uomini e delle donne. Quando si svuotano di contenuto il principio di solidarietà e il senso di comunità e si stringe sempre di più quel cerchio esclusivo e le «male piante» arrivano a occupare tutto ciò che i nostri occhi riescono a scorgere e i nostri pensieri a concepire.

Anni di cronaca e di ascolto della realtà e di persone sagge, assieme a qualche buona lettura, mi hanno portato a concludere che si finisce in questo immenso vicolo cieco e triste non perché si hanno idee chiare e valori solidi, ma perché ci si sente “i” soli a essere buoni e giusti e così si finisce per essere sempre più soli e arrabbiati o scorati e comunque schierati, schierati contro. Pronti, in un modo o nell’altro, alla guerra con le parole, le azioni e… le omissioni. Omissioni di fraternità, di soccorso e di accoglienza, che non dovrebbero lasciarci in pace, in una piccola e finta e amara pace. Eppure è possibile avere idee chiare, nutrire un pensiero forte e una fede autentica e incarnata, astenendosi dal formulare giudizi precipitosi e, soprattutto, compiendo anche la sacrosanta fatica del riconoscimento e dell’immedesimazione nell’altro e, per questa via, resistendo alla tentazione dell’odio e all’intossicazione di tutte le altre «male piante». Di più, penso che avere orizzonte e bussola sia una condizione per costruire comprensione e dialogo e in, termini cristiani, vita buona e salvezza.

E penso anch’io che ogni uomo e ogni donna, quale che sia la sua condizione personale, meriti attenzione e rispetto in ciò che è e che ricerca nelle relazioni con gli altri e con Dio. È ciò che papa Francesco ci ricorda e ci dimostra con il suo limpido magistero di parole e gesti. Un messaggio diretto e mobilitante non soltanto per coloro che, da cattolici, provano a formare e ad ascoltare la loro coscienza, ma anche per tutti quelli che condividono le basi dell’umanesimo concreto e personalista che anima la nostra civiltà. Per questo convincono ed anzi  preoccupano e spesso indispongono quegli “esternatori” che, soprattutto se esercitano un potere concreto, la forza delle idee la usano per dividere il mondo in un “noi” e “loro” senza scampo.

La subitanea fortuna editoriale-politica del generale Vannacci e delle sue provocatorie intemerate contro ambientalisti, stranieri e persone omosessuali allarma e fa riflettere, e per un po’ mi ha rafforzato nella convinzione che da chi veste la divisa bisogna aspettarsi e pretendere un senso del limite e del rispetto molto pronunciato (e grazie a Dio nel nostro Paese di buoni esempi ne abbiamo tanti, anche se non fanno notizia). Dai parlamentari e dai ministri delle Repubblica non ci si può aspettare di meno. Credo che l’Italia non sia più irreggimentabile da governi nemici della libertà e del pluralismo e che nessuno da noi coltivi simili progetti, ma è anche vero che proliferano le «male piante» e, dunque, non si può smettere di essere vigilanti e resistenti, anzi si deve esserlo di più.

Credo pure che non si debba tacere e accettare al cospetto dell’inaccettabile. E allora dico chiaro che mi ha ferito e indignato sentir liquidare da Matteo Salvini in modo sprezzante ed “espulsivo” le sacrosante preoccupazioni espresse da don Luigi Ciotti sull’affare del Ponte sullo Stretto e, insieme, un po’ tutta la storia di questo prete coraggioso e buono, capace di una testimonianza che s’è fatta anche per tanti e tante scuola di eroismo civile e antimafia.

A distanza di settimane la ferita è ancora aperta. Consiglio, per quel che vale, al ministro Salvini che in passato, ha prima duramente battagliato e poi rispettosamente dialogato pure con me di prendere sul serio e di curare la ferita che ha procurato, e di farlo alla prima occasione utile, con tutta l’umiltà e la verità necessarie.

Marcario Giacomo

Editorialista de Il Corriere Nazionale

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