Come la grinta e la determinazione possono permetterci di affrontare la vita

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“Grinta” e “determinazione”. Sono le parole chiave della storia che ha come protagonista Lamin Samateh, originario del Gambia, dove ha lasciato i genitori e le sorelle, e arrivato in Italia con un barcone ancora minorenne. Lamin, poco più di una settimana fa, si è raccontato a Il Secolo XIX, dicendo: “non avevo potuto studiare, ma, dall’età di 11 anni, avevo iniziato a lavorare a bottega come elettricista, imparando il mestiere; e, a Genova, avevo trovato un impiego per una ditta che si occupa, in subappalto, di manutenzione delle luci stradali”. Il 30 giugno 2021, però, tutto è cambiato: era a Fegino, quartiere genovese, su una scala per lavorare intorno a un lampione, quando, ad un certo punto, è caduto all’indietro. Così è finito in Rianimazione, riportando una lesione vertebrale all’altezza del collo, detta tetraparesi.

Questo significava che avrebbe dovuto trascorrere la sua vita su una sedia a rotelle, potendo muovere solo il capo. Ma, incredibilmente e ammirevolmente, Lamin non si è arreso: prima, servendosi della tecnologia, ha imparato a muoversi in autonomia con la sua carrozzina; e, oggi, all’età di 26 anni, con il sostegno del Piccolo Cottolengo di Don Orione di Genova, di cui è ospite, ha realizzato il suo sogno di conseguire la licenza media. “Proseguirò gli studi – continua nella sua intervista a Il Secolo XIX – “ padroneggio l’inglese e i computer.

“Grazie alla tecnologia posso scrivere muovendo il mento per spostare il cursore sul monitor, come una persona senza problemi farebbe normalmente con il mouse o la tastiera. E non mi arrendo: Allah ha voluto così, vado avanti così”. Dopo aver sostenuto agilmente le prove scritte di italiano, matematica e inglese, Lamin ha superato anche la prova orale, parlando, con grande sicurezza, di Ungaretti e di Churchill, del nucleare e dei vulcani, e di storia, spiegando il ruolo dei paesi coloniali, tra cui il suo, il Gambia, durante la seconda guerra mondiale. I componenti della commissione d’esame, lo hanno osservato con grande ammirazione, e alcuni di loro, come Simona Lanzu ed Emanuele Ghiglione, insegnanti dell’Ic Marassi, hanno voluto sottolineare che “ha saputo fare collegamenti tra la grande storia e le vicende del suo paese con impegno e tanta voglia di mettersi in gioco”. “Ha studiato da febbraio, con assiduità”, aggiunge Serena Cazzola, educatrice professionale del Don Orione e membro dell’equipe del reparto “San Gabriele”, i cui ospiti sono portatori di disabilità sorte improvvisamente, a seguito di episodi avversi. Paola Fontana, responsabile sanitaria e neurologa, afferma che “ricoverati così speciali come Lamin non ne abbiamo mai avuti”.

Lamin possiede anche una pagina facebook, con immagini di famiglia e di lui da ragazzino. Mostrandone una, che lo ritrae da ragazzino, con indosso un lungo tonacone colorato, abito tipico dei giorni di festa, dice che “questa è l’ultima foto fatta prima di partire”. Quando gli viene chiesto “perché emigrare?”, lui risponde che “al paese, i miei genitori stavano diventando anziani, hanno avuto quattro figli, prima tre femmine e, poi, sono nato io. Il maschio, nella nostra cultura, deve prendersi cura della mamma anziana”. Il padre è morto, mentre lui era all’ospedale dove lottava per sopravvivere. Da quel terribile incidente, l’unico mezzo che ha per vedere la mamma e gli altri parenti è collegarsi con il computer. E lui ammette, probabilmente riferendosi alla mamma: “Le ho detto qualcosa di quello che mi è successo, ma non tutto. Le farei troppo male”. “Lamin, sapeva, partendo, dei suoi tanti connazionali che muoiono, ogni giorno, nella traversata verso l’Europa?”, gli viene domandato.

Lui afferma: “Un mio amico, della mia stessa età, era partito prima di me ed era arrivata la notizia che era morto in mare. In Libia, ci sono persone del Gambia che collaborano agli imbarchi e si fanno portavoce dell’esito del viaggio. No, non ero felice di partire. Ma altri, dopo il mio amico, si erano comunque messi in viaggio e, alla fine, erano riusciti ad arrivare in Italia: era giusto provare e io, in fondo, lo devo dire, sono stato fortunato”.

Il lavoro di un giornalista è riportare la notizia in modo neutrale, però è difficile, quando si scrivono certe cose, non sentirsi trasportati emotivamente, anche solo un minimo. Ecco, io stimo molto questo ragazzo per il suo atteggiamento; perché, dopo quello che gli è successo, sarebbe stato molto comprensibile se si fosse abbattuto in modo irreversibile. Prima lontano dalla famiglia, poi l’incidente che lo ha costretto sulla sedia a rotelle. Insomma, la vita non gli ha mostrato il suo lato migliore. Eppure, lui non racconta alla madre la vicenda completa per non farla preoccupare, tenendo tutto il peso dentro di sé; e, fatto ancora più impressionante, si ritiene fortunato per essere riuscito a non morire sul barcone. Insomma, cerca di captare la parte buona che l’esistenza gli ha riservato. C’è poco da dire: complimenti.

Nicolò Caudini

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