I tatuaggi non fanno goal

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Abbiamo avuto il privilegio di non assistere alla partita tra Italia e Svizzera, disputata a Berlino sabato 29 giugno, per la qualificazione agli ottavi di finale degli europei di calcio, un rendez vuos improrogabile ci ha salvato. Ma a gara conclusa, si percepiva una catastrofe nell’aria. In questi casi, ai goal della Nazionale fanno seguito fragori esuberanti, chiassosi, in fondo mai sgradevoli perché segnali di un’azione vittoriosa. Il silenzio che s’alzava sopra i cieli d’Italia era invece funereo, come se una strisciante ecatombe avesse percorso l’intero territorio disseminando lutto. L’enigmatica attesa è durata poco; nell’etere si sono presto susseguiti comunicati, analisi, commenti, giudizi, tutti univoci nel decretare una realtà: la disfatta. Meticolosamente raccontata dalla stampa nazionale il giorno successivo, per l’onta subita di ben due goal.

Dal Corriere della Sera: L’Italia a pezzi battuta e umiliata: fuori dagli Europei; a il Fatto Quotidiano: Azzurri da vergogna, la Svizzera li umilia; passando per Il Piccolo: La Svizzera domina, segna due volte e ci elimina; poi Libero: Pippe azzurre, andate a zappare; similmente Il Giornale: Sprofondo azzurro, è un azzurro più cupo delle tenebre, calciatori a testa bassa, lo sconforto e la delusione; analogo Il Gazzettino: Umiliati dalla Svizzera, disastro Nazionale, l’Italia a testa china; per finire con Il Corriere dello Sport: A Berlino gli azzurri umiliati hanno toccato il fondo, una vergogna, disastro Italia; e con La Verità: un’Italia agghiacciante si fa umiliare dagli Svizzeri, squadra allo sbando e priva di talenti. Italia oscena a casa, la Svizzera ci irride e stravince senza un tiro in porta degli azzurri.

Abbiamo voluto soffermarci su questi brevi giudizi perché da essi emerge la descrizione di uno stato di cose netto e allarmante; l’intera Nazione pare una sorta di relitto espulso dal corpo saldo e vigoroso rappresentato dalle altre squadre, innanzitutto la Svizzera. Il sostantivo più ripetuto e inequivocabile è “umiliazione”, termine che rimanda a sottomissione, mortificazione, fino alla prostrazione del “farsi” umile. D’altronde, aver subito due goal senza reagire induce a espressioni mai casuali, i commentatori calcistici lo sanno bene.

Anni or sono, l’antropologa Ida Magli ci ha più volte ricordato che il gioco del calcio è un gioco molto strano. Esso è innanzitutto “regressivo”, poiché usare i piedi invece delle mani potrebbe significare addirittura una specie di sfida alla conquista della stazione eretta di Homo Sapiens Sapiens, sfida a qualsiasi ipotesi di ordine evoluzionistico. L’antropologa sosteneva che nonostante le prodezze calcistiche, l’uomo non è mai tanto abile come gli animali, da essere padrone dei suoi piedi, quanto delle sue mani. Proprio la “liberazione” degli arti superiori ha permesso infatti alla nostra specie di affrancarsi dallo stato di natura, oggettivandola.  Ma la geniale analisi di Magli è aver attribuito a questo gioco la raffigurazione simbolica della conquista della donna del nemico, attraverso lo stupro rappresentato dal goal. Azione che si svolge oltrepassando con il pallone la “porta/donna”; gesto che umilia il nemico attraverso il possesso, a seguito della violazione del corpo femminile. E’ questo probabilmente, il motivo principale per cui il gioco del calcio suscita una passione che non ha confronti con altri sport. Il rituale della profanazione porta/donna del nemico è una vittoria raramente percepibile in altre forme agonistiche.  L’immagine di questa teatralità “sacra” è inconfondibile, la squadra perdente è dominata, soggiogata, conquistata.

Non siamo tifosi, né fedeli ammiratori della squadra del cuore. La Nazionale però è altra cosa. Gli undici ragazzi in maglia azzurra che iniziano a giocare dopo l’Inno, provenienti da squadre spesso in competizione tra di loro, rappresentano un gruppo inesistente in altre partite e talvolta riescono a lasciarsi alle spalle quanto di più marcio e corrotto c’è in quell’ambiente. La squadra della Nazionale incarna un tempo storico preciso, la sua esibizione è un termometro che traduce abbastanza fedelmente lo stato di forza, timore, ansia, coraggio, angoscia o splendore, che in quel determinato momento il contesto sociale sta attraversando.

Sabato 29 giugno la Nazionale ha rappresentato splendidamente la propria assenza,  quasi estranea a sé stessa, frastornata, debole, impaurita, relegata a un gioco infantile, privo di ingegno, non può essere analizzata con i soli parametri di ordine calcistico. Sicuramente, come si è ampiamente detto, ci sono stati errori da parte del presidente federale e soprattutto dell’allenatore. Si è anche fatto cenno all’elevato costo per giocare in un qualsiasi club, anche di serie infima, da parte dei giovanissimi e questo non permetterebbe di avere ricchi “vivai” a cui attingere. Si è parlato dell’eccessiva presenza di calciatori stranieri molto giovani che vengono acquistati a un costo basso, ma poi, per ragioni burocratiche, non possono giocare nella nazionale. Sicuramente quest’ultimo è un aspetto destabilizzante nel quadro d’insieme e non è casuale che siamo giunti a tale problematica.   Ma quanto è emerso dai numerosi commenti e giudizi è ben diverso.

Leggendoli abbiamo colto un tratto che li accomuna, ossia la scomparsa di qualcosa che ha sempre connotato il carattere italiano, anche nel calcio: l’iniziativa individuale. Lo spirito intraprendente e talentuoso di questo popolo è come spento; serpeggia un malessere, uno sgomento che trasforma il corpo sociale in una preda e tale fenomeno è complesso quanto indecifrabile. Gli undici giocatori hanno simulato in modo esemplare una popolazione priva di riferimenti, i cui gesti goffi e incerti riconducono a comportamenti intimoriti. E’ emersa la fisionomia di un popolo che si sta frantumando e gli individui, svuotati di identità, allontanati da tradizioni gradualmente scalzate dal tessuto sociale, paiono disorientati, inebetiti, come pietrificati, incapaci di recuperare storia e memoria.

I risultati di un processo silenzioso e invisibile che da molto tempo si è messo in moto sono oggi dirompenti; la rinuncia alla sovranità nazionale, politica ed economica, alla libertà, alla democrazia, così come ai diversi diritti sociali e personali non avrebbe potuto che renderci più “poveri” e meno sicuri. Gli scopi reali del Progetto Unione Europea, tutt’altro che manifesti al momento del trattato di Maastricht, nel ’92, ci hanno reso succubi di un Potere “straniero”, oggi violentemente tangibile: la Dittatura di Bruxelles. Essa non si manifesta attraverso carri armati, squadrismi sospettosi o posti di blocco disseminati ovunque, ma con tappe graduali e inesorabili verso il declino della nostra cultura, che significa incapacità di difendere la storia, l’arte, la tradizione, le autentiche ricchezze di una Nazione, le uniche a permettere di immaginare un vero futuro.

Se nessun popolo fallisce fino a quando continua a credere in sé stesso e nella propria storia, ci sembra che l’Italia stia attraversando il drammatico momento di terra di conquistata, occupata e sottomessa per la scomparsa della propria identità. “Invasioni” chete e silenti la stanno umiliando e la più rappresentativa sconfitta, anche se relegata alla simbolica messinscena di una rappresentazione ludica, ci ha sconvolto perché ha sbattuto in faccia a noi tutti la delicata e angosciante condizione in cui il Paese versa.

L’affanno a paventare forme disparate di benessere ci rende forse ancora alla moda, ma privi di salde personalità. Come i capelli ben rasati nella parte bassa della testa dei calciatori, o i loro tatuaggi, non possono di certo bastare a rifondare una civiltà. D’altronde, i tatuaggi sono di per sé indicativi di un compiacimento verso il “primitivismo”, indice di un declassamento di gusto, stile, armonia, bellezza e coerenza con la nostra storia. Convincersi che il tatuaggio rappresenti un gesto artistico, un’espressione creativa, disarma e avvilisce il nostro itinerario culturale. Ma esso è già diventato simbolo apotropaico, come se in quanto tale dovesse svolgere funzioni addirittura magiche. Ma i tatuaggi imperiosi, invadenti, distribuiti uniformemente dai piedi al collo dei calciatori, non fanno goal.

Rosaria Impenna

ph foto tratta fb

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