Le donne siriane chiedono libertà mentre una giovane cantante si esibisce, senza hijab, in Iran.

Donne islamiche coperte da un velo secondo Fotor A.I.
La donna nei paesi di tradizione islamica è vincolata a una sessualità coperta da un velo che non è un capo di vestiario sempre uguale, ma conosce fogge e usi diversi.
Dal velo vero e proprio, che lascia il viso scoperto (simile al “fazzoletto” indossato fino a non molto tempo fa dalle contadine europee), alle piccole maschere di alcuni gruppi beduini d’Arabia incluse le esagerate burqa “integrali” delle donne pashtu dell’Afghanistan e del Pakistan.
L’origine del velo nasce a Medina ove il Profeta lasciava entrare chiunque in casa, le sue mogli erano giovani e belle e qualcuno gli disse che erano oggetti di sguardi lascivi. Turbato il profeta comunicò ai credenti il versetto:
Non entrate negli appartamenti del Profeta senza permesso …e quando domandate un oggetto alle spose fatelo dietro una tenda …(Cor. XXXIII,33)
Successivamente il Profeta si rivolse alle credenti :

Donna islamica nascosta agli sguardi altrui secondo Fotor A.I.
Che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne …e si coprano il seno d’un velo
(Cor.XXIV , 31)
Le indicazioni al musulmano sono di nascondere le forme e vestirsi con una tunica che deve arrivare alle caviglie e non essere stretta o aderente . Lo sguardo va poi controllato poichè il profeta sostiene che lo sguardo è una freccia di Iblis (il diavolo).
Tra uomini e donne la parte da nascondere allo sguardo altrui va dall’ombelico alle ginocchia, solo i coniugi si possono guardare il corpo ad eccezione dei genitali.

Lo hijab è un normale foulard che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. Sebbene nel Corano la parola venga utilizzata in maniera generica, oggi è diffusa per indicare la copertura minima prevista dalla shari’a per la donna musulmana.
Il termine hejàb (letteralmente, “protezione”) dovrebbe indicare secondo i dettami religiosi una “condizione di spirito” o uno “stato mentale” che si esprime in comportamenti imperniati sull’autocontrollo, la modestia e il sottrarsi a sguardi “altri”. Tali comportamenti dovrebbero manifestarsi, tanto nella donna quanto nell’uomo, compreso il modo di vestire.
La recente caduta del regime di Assad sta producendo non poche preoccupazioni tra le donne siriane ma anche la speranza di una parità di genere ancora lontana da intravedere.
Obbligare le donne a coprirsi è una richiesta di sottomissione a cui molte musulmane cominciano a ribellarsi anche a rischio dell’incolumità personale, abbiamo visto donne che si tagliano i capelli in Iran o servizi televisivi sulla stretta “sorveglianza” delle donne da parte di gruppi religiosi integralisti, come i talebani in Afghanistan, tutto questo ci farebbe pensare che non c’è limite al peggio.
Nonostante numerose donne però ritengano il velo islamico una affermazione “volontaria” di identità, la protesta della cantante iraniana va però applaudita nella speranza di un futuro di libertà nel mondo islamico e non solo nel vestiario femminile.
Umberto Palazzo
Editorialista de IlCorriereNazionale.net
















La giovane cantante siriana compie un gesto simbolico e audace cantando a Damasco senza hijab. Questo atto rappresenta il desiderio di libertà e autodeterminazione delle donne in contesti ancora influenzati da restrizioni culturali e religiose. La sua voce si trasforma così in un messaggio di speranza, oltre a essere semplice musica.