Srebrenica, 30 anni dopo : il dovere della memoria.
Foto di Mistr Krysa ( Sarajevo)
11 luglio 1995, una data che l’Europa non può e non deve dimenticare, a Srebrenica, una piccola città a nord di Sarajevo, nella Bosnia orientale, si consumò il più efferato massacro mai avvenuto in Europa, dopo quello della Shoah, dalla seconda guerra mondiale. Dopo trent’anni, di lacerante dolore, il ricordo di quei quattro giorni, è ancora vivo e non trova nessuna spiegazione logica, se non quella della inutile crudeltà che alberga negli esseri umani, che in questo caso, di umano non hanno proprio nulla.
Ancora oggi, ci si interroga su quei drammatici giorni di dolore e sofferenza causati dall’appartenenza ad una etnia diversa. A Srebrenica, una enclave musulmana, città dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite, più di ottomila ragazzi dai 12 anni in su, e uomini bosgnacchi, bosniaci-musulmani, furono allontanati dalle loro famiglie per essere deportati e trucidati da più di duemila “macellai” un massacro senza precedenti, le donne furono vittime di violenza e stupri.
L’11 luglio del 1995, le truppe guidate dal generale Ratko Mladić, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpioni” conquistarono Srebrenica, zona protetta dall’ONU e difesa da un contingente olandese UNOPROF, di “Peacekeepers” teoricamente persona che mantiene la pace, ma così non fu. Durante i combattimenti a Srebrenica, nonostante la presenza di 600 caschi blu dell’ONU, e delle compagnie olandesi, nessuno intervenne, il perché ancora oggi non è stato chiarito.
La motivazione addotta fu che le forze ONU non fossero armate a sufficienza. Una serie di futili giustificazioni furono presentate a discolpa di un comportamento che, non aveva alcuna giustificazione. La popolazione ed i soldati olandesi erano fuggiti rifugiandosi nella base militare dell’ONU a Potočari. I soldati olandesi furono accusati, ritornati in patria, di far fatto uso di “di donne di conforto”, giovani prigioniere bosniache messe a disposizione dai reparti paramilitari serbi.
Per evitare che fatti analoghi si ripetessero, l’Olanda decise di non partecipare più ad altre operazioni di pace. Il 4 dicembre 2006, il Ministro della Difesa olandese, ha decorato, con cinquecento medaglie, i soldati che avrebbero dovuto difendere la popolazione di Srebrenica. Il 27 giugno 2017, la Corte d’Appello dell’Aja ha attribuito al governo olandese, la responsabilità della morte di 300 bosgnacchi, perché non fu permesso loro di ripararsi nella base olandese.
Il massacro di Srebrenica e l’attacco all’enclave di Žepa portò la NATO ad intensificare i bombardamenti contro il VRS, le forze militari serbo-bosniache, spingendo verso i negoziati di pace che si realizzarono a Dayton nell’Ohio, USA, il 14 dicembre 1995 per essere poi ratificati a Parigi, accordi firmati da Bill Clinton per gli Stati Uniti e da tutti gli altri personaggi coinvolti.
Si metteva fine alla guerra serbo-bosniaca che tanti morti aveva procurato, solo dall’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia, 1992-1996 ( 1425) giorni, si contano 12.000 morti e 50.000 feriti, con danni di grande valore al patrimonio umano e culturale, per esempio il ponte vecchio di Mostar, così veniva chiamato, prima che fosse distrutto, ponte ottomano del XVI secolo, era costruito con 456 pietre bianche che rappresentavano la coesistenza delle varie etnie, ora ricostruito nella sua bellezza storica, è patrimonio dell’Unesco.
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Foto di Marijo Madura ( Sarajevo)
La guerra di Sarajevo inizio il 4 aprile del 1992, nonostante le manifestazioni popolari che chiedevano la convivenza fra le varie etnie: bosniaci, musulmani, serbi ortodossi, croati cattolici, i cecchini serbi aprirono il fuoco provocando decine di vittime, era l’inizio del conflitto. Si evidenziava l’instabilità politica dovuta alla morte di Tito nel 1980, la dissoluzione della Jugoslavia era in atto, divisioni etniche, religiose e culturali che portarono al nazionalismo, si svilupparono con una serie di conflitti di varia natura, il più cruento e lungo quello serbo -bosniaco. La firma dell’accordo di Dayton mise fine al conflitto, ma non al dolore delle famiglie delle vittime della strage di Srebrenica, fu costruito un cimitero memoriale a Potočari, dove riposano i poveri resti delle vittime di una guerra, frutto di ambizione di potere che ha insanguinato la ex Jugoslavia, dalla morte del capo storico Tito. Il memoriale fu inaugurato dal Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, che fu il primo firmatario dell’accordo di Dayton, durante il suo discorso disse: “The bad people killed the good ones“ – “Le cattive persone uccidono quelle buone“ e finalmente scoppiò la pace.
















Ciao Antonello, ho letto con profondo interesse il tuo articolo “Per non dimenticare” del 11 luglio 2025. La sensibilità con cui hai trattato un tema così cruciale, sottolineando l’importanza della memoria civica e della coscienza collettiva, mi ha colpito.
Credo fermamente che articoli come questo svolgano un ruolo essenziale nel mantenere viva l’attenzione sui temi che la società tende a trascurare col passare del tempo. Grazie Antonello per aver rinnovato, anche oggi, questo impegno quotidiano verso la memoria condivisa.
Caro Antonello,
ho letto con grande attenzione il tuo articolo “Per non dimenticare” e desidero farti i miei complimenti sinceri.
Hai saputo toccare un tema delicato con la profondità e il rispetto che merita, riportando alla memoria collettiva pagine di storia che non devono mai essere archiviate nell’oblio. La tua capacità di unire il rigore giornalistico a una sensibilità autentica dà ancora più forza al messaggio.
In un tempo in cui troppo spesso si tende a dimenticare o a minimizzare, il tuo richiamo alla memoria storica è più che mai necessario.
Grazie per il tuo lavoro, la tua lucidità e il tuo impegno civile.
Grazie Mari, sono felice che tu abbia apprezzato l’articolo che vuol far ricordare quello che avvene trent’anni fa a Srebrenica, vicino Sarajevo, il massacro di 8327 persone solo perché di fede ed etnia diversa. Che sia di insegnamento a tutti quelli che le guerre le portano avanti con crudeltà. Grazie ancora Mari