Albanese sotto sanzioni: l’indagine della relatrice ONU rivela legami tra industria, finanza e operazioni militari nei territori palestinesi
Francesca Albanese, giurista italiana specializzata in diritti umani e Medio Oriente, ricopre dal maggio 2022 il ruolo di Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi occupati. Laureata in giurisprudenza all’Università di Pisa, ha conseguito un master in diritti umani presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra.
Il 3 luglio 2025 ha pubblicato un report che ha scatenato una reazione immediata da parte dell’amministrazione Trump.
Il documento, intitolato “From economy of occupation to economy of genocide” (“Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”), analizza il sistema economico e industriale che sostiene l’occupazione israeliana e le operazioni militari nei territori palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza. Il rapporto identifica decine di aziende internazionali che avrebbero tratto beneficio economico, diretto o indiretto, da questa realtà, contribuendo alla perdurante violazioni dei diritti umani.
Le sanzioni americane
La reazione degli Stati Uniti non si è fatta attendere. Il Segretario di Stato Marco Rubio, in una dichiarazione ufficiale, ha accusato Albanese di condurre una “guerra politica ed economica contro gli Stati Uniti” e ha annunciato sanzioni personali contro di lei. È la prima volta che un esperto delle Nazioni Unite viene sanzionato mentre è in carica, una decisione che ha sollevato perplessità anche tra alcuni diplomatici europei.
Secondo Washington, il report costituirebbe un attacco politico ai partner strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente. Albanese ha respinto ogni accusa, ribadendo l’indipendenza del suo mandato e la solidità delle fonti su cui si basa il rapporto.
Il contenuto del report e i dati
Il documento, lungo oltre 40 pagine, si concentra su tre direttrici: il bilancio umanitario dell’offensiva israeliana, la rete internazionale di aziende e governi che forniscono supporto materiale, le implicazioni legali delle azioni documentate. La metodologia si basa su fonti ufficiali, rapporti ONU, indagini indipendenti e dichiarazioni pubbliche di attori istituzionali.
Gaza, dal 2023 devastata dai bombardamenti: oltre 57.000 civili uccisi (ph web)
Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, dal 7 ottobre 2023 sono state uccise oltre 57.000 persone, più della metà donne e bambini. Nel solo West Bank si contano più di 5.500 raid, centinaia di morti civili e almeno 169 bambini uccisi, molti con ferite “alla testa o al torso”.
La dimensione industriale del conflitto emerge dai volumi degli armamenti impiegati: 85.000 tonnellate di esplosivi sarebbero state utilizzate nei bombardamenti su Gaza, una quantità pari a sei volte la potenza distruttiva della bomba atomica di Hiroshima. La spesa militare israeliana, inoltre, è cresciuta del 65%, attestandosi a circa 46,5 miliardi di dollari.
Le forniture militari internazionali
Il rapporto ricostruisce la rete di forniture estere che sostiene lo sforzo bellico israeliano. Tra il 2019 e il 2023, gli Stati Uniti hanno rappresentato il 69% delle importazioni convenzionali di armi verso Israele. Seguono la Germania, con circa il 30%, e l’Italia, che copre circa l’1%, pari a 13,7 milioni di euro in forniture militari nel solo 2023.
Le aziende coinvolte
Il rapporto individua oltre sessanta aziende internazionali operanti in settori chiave. Tra i fornitori di armamenti e tecnologie militari figurano Lockheed Martin, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI), RTX (ex Raytheon) e Boeing. Per quanto riguarda la sorveglianza digitale e l’intelligenza artificiale, vengono citate Microsoft, Amazon Web Services, Google, IBM e Palantir, indicate per il loro contributo allo sviluppo di sistemi di controllo utilizzati nei territori occupati.
Nel settore dei macchinari pesanti, Caterpillar, Hyundai e Volvo sono segnalate per la fornitura di mezzi impiegati in demolizioni di edifici palestinesi in Cisgiordania. In ambito finanziario, il rapporto evidenzia il ruolo di fondi e istituti come BlackRock, Vanguard, PIMCO, BNP Paribas e Barclays, azionisti o finanziatori di società attive nel comparto della difesa.
Infine, vengono menzionate anche Airbnb e Booking.com, per aver promosso e gestito alloggi situati all’interno di insediamenti israeliani nei territori occupati.

Industria militare e fornitori internazionali a sostegno all’occupazione israeliana (ph web)
Le richieste e le implicazioni legali
Albanese chiede un embargo totale sulle forniture militari a Israele e la sospensione degli accordi commerciali e finanziari con soggetti coinvolti nel sostegno diretto all’occupazione. Invoca inoltre la responsabilità penale internazionale per aziende, dirigenti e Stati, con riferimento alla giurisprudenza post-Olocausto e alle sanzioni imposte al Sudafrica durante l’apartheid.
Il documento denuncia anche l’utilizzo di Gaza come “laboratorio militare a cielo aperto”, in cui vengono testate armi e tecnologie successivamente esportate.
Il precedente del marzo 2024
Il nuovo rapporto si inserisce nel solco già tracciato dal documento pubblicato da Albanese il 25 marzo 2024, Anatomia di un genocidio, nel quale si affermava l’esistenza di “fondati motivi per ritenere che Israele abbia commesso atti di genocidio” nella Striscia di Gaza. Quel report aveva già suscitato proteste diplomatiche e minacce personali nei confronti della relatrice.
Albanese ha dichiarato di aver ricevuto pressioni, tentativi di delegittimazione e minacce personali fin dall’inizio del suo mandato, in particolare durante la preparazione dei rapporti sulle operazioni militari nella Striscia di Gaza.
Il sostegno internazionale e le critiche
A sostegno del suo lavoro si sono espressi diversi studiosi ed economisti, tra cui Thomas Piketty e Yanis Varoufakis, che hanno firmato una lettera aperta definendo l’analisi di Albanese “fondamentale per ristabilire il primato del diritto internazionale”. Il documento ha raccolto adesioni anche da parte di organizzazioni della società civile, accademici e giuristi.
Sul fronte opposto, l’organizzazione UN Watch ha accusato Albanese di “pregiudizio ideologico” e di “linguaggio antisemita”, senza però confutare nel merito i dati o le fonti citate.















