Di complessione minuta, carina, occhi molto belli, chiari, belle gambe messe in evidenza dai pantaloni corti, ti saluta, ti sorride, come fai ad immaginare? Mette per terra un bicchiere di plastica pieno d’acqua per il cane. Beve, il bravo cane, con la lunga lingua rossa, senza far cadere il bicchiere. Glielo dico che è bravo il suo cane a bere senza sfiorare il bicchiere, senza farlo cadere, senza versare una goccia. E lei mi sorride e mi parla del suo cane. «Col senno di poi – mi dice – dovevo chiamarlo Ombra, per di più che è nero. È la mia ombra, mi segue dappertutto, non mi lascia un istante. Sono andata al bagno, e lui dietro, tic tic tic, su per le scale è venuto con me». E poi, seduta al tavolo vicino al mio, mi racconta che è sveglia dalla mattina presto, che ha riordinato casa, che ha fatto la spesa, adesso è lì per fare colazione, poi andrà a casa a cucinare. Non so se ho fatto bene a chiederle se viveva sola. Mi ha risposto che viveva sola. Non so se ho fatto bene, ho questo brutto vizio di fare complimenti, forse non avrei dovuto, ma come fai ad immaginare? «Sola, possibile, così carina?». Come fai ad immaginare? Certe cose le leggi sui giornali, ne senti parlare in televisione. Poi te la trovi davanti la donna maltrattata, una delle tante donne maltrattate dagli uomini. Si alza la maglietta e mi mostra una lunga cicatrice lungo il fianco: «Dopo questa, non mi sono più fidanzata». Come facevo ad immaginare? Ho visto la cicatrice, ho visto, ho parlato con una donna maltrattata. Ho visto la lunga cicatrice sulla pelle bianca, delicata. La cicatrice.
Renato Pierri















