Tra polvere e poesia: il cantiere dell’anima secondo Mario Ferraro

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di Daniela Piesco

C’è una letteratura che accarezza e una che scava. Costruire per Decostruirsi appartiene senza dubbio alla seconda. Non accompagna: strattona. Non consola: interroga. Ti getta dentro un cantiere esistenziale fatto di ferri contorti, anime in bilico e cemento che non asciuga mai del tutto. Mario Ferraro non scrive un romanzo: versa sangue, calce e memoria su ogni pagina. E tu, lettore, se vuoi restare, devi sporcarti.

Mario, il protagonista, è il filo teso tra arte e fatica, un costruttore che cerca redenzione tra le impalcature dell’anima. È un uomo che ha visto crollare più di quanto abbia costruito, eppure continua a saldare sogni come fossero travi. Attorno a lui, una costellazione di personaggi che sembrano usciti da una ballata operaia scritta con il cuore spezzato: Patrizia, la camionista che scrive versi col rossetto sullo specchietto retrovisore; Lavinia, che ha confuso il potere con la salvezza; Amedeo e Fabrizio, amici legati da un sentimento che neppure la morte riesce a scalfire del tutto.

Ferraro non rincorre la redenzione, né le soluzioni facili. I suoi personaggi inciampano, bestemmiano, amano male. Sono corpi che crollano e si rialzano senza gloria, ma con una dignità feroce. La narrazione procede come una betoniera impazzita: lenta, pesante, necessaria. Ogni capitolo è una colata di vissuto, ogni dialogo una fessura da cui filtra luce sporca, ma autentica.

A rendere ancora più denso il tessuto narrativo sono i disegni dell’autore, che aprono ogni capitolo: visioni grafiche essenziali, ma potenti, intitolate Giorno Alpha, Giorno Beta, Giorno Delta, Zeta Epsilon, Giorno Thai, Kappa, X, Omega. Queste immagini, realizzate dallo stesso Ferraro, non sono semplici illustrazioni, ma vere e proprie soglie simboliche: introducono il lettore nei diversi stadi di un percorso interiore che, come un ciclo liturgico laico, scandisce il tempo della costruzione e della decostruzione di sé.

Ci sono scene che restano incise come cicatrici: la pioggia che batte sulle lamiere mentre Mario stringe i pugni per non urlare; Patrizia che recita una poesia davanti a una gru in movimento; Claudio che si inginocchia in un cantiere vuoto come in una cattedrale sconsacrata. In questi momenti, Ferraro tocca la poesia più alta: quella che nasce nel fango e sa di pelle, fiato, silenzio.

La lingua dell’autore è ruvida, tagliente, eppure attraversata da una grazia antica, come di chi ha imparato a parlare con le mani. Non c’è retorica, ma verità. E la verità, in questo libro, pesa come un sacco di sabbia sulle spalle di chi ha amato troppo, sbagliato tanto, resistito sempre. Ferraro non racconta l’eroismo: racconta la fatica. E nel farlo, compie un atto politico e poetico insieme.

Il finale non risolve, non consola. Ma apre. È come un muro abbattuto da cui entra finalmente aria nuova. E tu, lettore, ti ritrovi lì, pieno di polvere e stupore, a chiederti dove potresti piantare il primo chiodo della tua prossima rinascita.

Costruire per Decostruirsi è un romanzo che si legge con le vene aperte e gli occhi stretti. È un gesto d’amore verso chi lotta, ogni giorno, nel cantiere disordinato della propria vita. Un’opera che non si dimentica, perché non ti accarezza: ti marchia.

Daniela Piesco

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