Una decarbonizzazione fatta con fonti fossili. Un investimento da 13 miliardi di euro . I tre potenziali acquirenti della ex Ilva, che offrono , il Fondo Usa un euro e azeri e indiani che, vogliono risorse permanenti dallo Stato. Unica soluzione , scarsamente praticabile la nazionalizzazione dell’impianto tarantino. Un impianto killer incompatibile con la città di Taranto e con il rilevante investimento richiesto.
Le parole del presidente di Federacciai stanno assumendo i connotati della profezia ,che si realizza. Dichiarò giorni fa: “Per resuscitare un ‘morto’ non si danneggiano i vivi”.
L’ex Ilva, oggi Acciaieria per l’Italia, è in coma profondo e forse irreversibile, ed è un bene per Taranto e Statte prigioniere di questo mostro.
Il ministro del made in Italy ha preparato un nuovo bando di gara per la vendita dell’impianto siderurgico tarantino. Le indiscrezioni riportate da fonti ben informate e degne di fede, citano il fondo americano Bedrock che ha offerto un solo euro per rilevare l’ex Ilva, fissando la produzione a Taranto al 40%.
Anche gli altri due potenziali investitori interessati, gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal Steel, vogliono risorse statali permanenti per rilevare il gruppo siderurgico.
Chiaro? Nessuno comprerà l’ex Ilva.
Nessuno sborserà i 13 miliardi per adempiere alla disposizione del bando di gara sull’obbligo della “decarbonizzazione”, fatta non con idrogeno e fonti rinnovabili, ma con il gas naturale liquefatto proveniente dagli USA e dal Qatar.
Fonte comunque fossile che, a parità di energia prodotta, emette il 30% di CO2 in meno del petrolio e il 50% in meno del carbone. Differenze che si azzerano in un corretto conteggio del richiedere un forno elettrico, una grande quantità di energia, mediamente 400 kWh per tonnellata di acciaio. Non v’è dubbio che solcare oceani e mari mantenendo il gas a –163 gradi comporti costi energetici ed emissivi rilevanti e conseguentemente un costo monetario molto più alto. La svedese H2 Green Steel sta investendo oltre 5 miliardi di dollari per realizzare la prima acciaieria verde al mondo, ricorrendo a fonti rinnovabili prive di carbonio, progettando il ricorso all’idrogeno verde attraverso la costruzione di impianti di elettrolisi. Altre imprese si stanno impegnando in questa direzione, come Boston Metal e Iberdrola.
Costi del GNL rilevanti, dazi al 50%, impatto ambientale per la costruzione di una nuova centrale elettrica prevista dal piano e di cui si parla poco, impianto di cattura e stoccaggio della CO2, rendono la vendita della ex Ilva impossibile. Un investimento colossale con un prezzo del GNL per il funzionamento dei DRI (Direct Reduced Iron, cioè ferro ridotto diretto. È un semilavorato siderurgico ottenuto dalla riduzione del minerale di ferro senza passare per l’altoforno) che richiede il continuo sostegno pubblico per consentire all’impianto di avere un prezzo coerente con quello di mercato.
Infine, il grande impatto di ETS (Emissions Trading Scheme, Sistema di scambio quote di emissioni) e CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism). Infine, una banale considerazione: l’ex Ilva importa minerale di ferro e carbone da diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Africa, Indonesia, Colombia, Canada, Russia e Cina, secondo Puglia.com.
Di locale ha solo il calcare. È strategico un impianto killer che dipende dalle importazioni dall’estero? Praticabile la nazionalizzazione di Ilva con i numerosi processi di crisi industriale in atto nel paese?
Solo il passaggio allo Stato potrebbe garantire la sopravvivenza della ex Ilva, ma con costi incompatibili con i vincoli e gli impegni internazionali assunti















