Laddove la politica sembra aver perso il contatto con la strada e le parole rischiano di svuotarsi del loro peso, c’è chi sceglie di restituire senso all’impegno civile. Teresa Meccariello, penna affilata e coscienza inquieta, ci porta dentro “Generazione inAttesa”, un’opera che è insieme denuncia, manifesto e grido collettivo.
Tra passione e disobbedienza civile, Meccariello affronta il cuore pulsante delle contraddizioni italiane: la distanza tra cittadini e istituzioni, la deriva di una democrazia che a volte sa di imposizione, il ruolo dimenticato della partecipazione attiva. La incontriamo per capire cosa significa oggi resistere, scrivere e agire senza compromessi.
Teresa, nel vostro romanzo “Generazione inAttesa” il lettore avverte fin da subito un’urgenza politica e umana. Quando è nata l’idea di scriverlo e quanto ha influito il vostro vissuto personale nella sua struttura narrativa?
Premetto che conosco Nazzareno Orlando, il mio coautore, da circa venti anni. Abbiamo condiviso l’ultima Alleanza Nazionale, anche con posizioni di partito spesso opposte, e la nascita del Pdl. Fu allora che prendemmo strade diverse perché io decisi di non aderire. Come accaduto per i personaggi del libro, anche noi ci siamo reincontrati per caso. Qualche anno fà uscivo dal Tribunale e lui era fermo al semaforo: fu come rivederlo all’indomani di una riunione in federazione. Da quel giorno i caffè al bar sono diventati sempre più frequenti. Ad un certo punto ci siamo resi conto che quella necessità di confrontarci e di ri-parlare di politica, della nostra esperienza, dei bei tempi e dei sogni che in quell’impegno avevamo riposto, non era affatto nostalgia ma necessità. Bisogno di confrontarci su temi che la politica di oggi non affronta più. È stato proprio durante uno di quei caffè che ci è venuta l’idea di scrivere. Non avevamo ancora le idee ben chiare ma non volevamo scrivere il solito saggio di parte o un sermone. L’obiettivo era uscire da quel limbo in cui tanti, come noi, sono rimasti imbrigliati all’indomani della rottura tra Fini e Berlusconi. Quel dito puntato creò una frattura, in parte ancora aperta, nel mondo missino. Quel mondo si divise tra “condannasti” e “non”. Dopo il fallimento di Futuro e Libertà alle politiche del 2013, chi come noi aveva vissuto l’epoca della politica pura si è sentito un orfano. La fuoriuscita di Fini dall’agone politico ha creato un vuoto ancora percepibile sebbene la Meloni sia riuscita, con qualche virata per me discutibile, a portare l’Italia a destra. Fu di Nazzareno, ad ogni buon conto, l’idea folle di chiamare Fini per raccogliere la sua testimonianza e confrontarci con lui rispetto alle nostre perplessità. Contro ogni pronostico il Presidente rispose al messaggio con una telefonata e il pranzo a Roma fu l’occasione che ci diede la giusta motivazione. Capimmo che non volevamo scrivere solo di destra. Il problema non era l’una o l’altra parte della barricata ma la politica nel suo complesso e il vuoto lasciato dalla crisi dei partiti. Ci siamo resi conto, interfacciandoci con diverse voci, tra cui ambienti vicini a Bertinotti e Veltroni, che anche per chi era stato a sinistra i dubbi, oggi, erano gli stessi così come le contraddizioni. In questo senso posso dire che il racconto segue due traiettorie: da un lato, è la testimonianza di un vissuto; dall’altro, la necessità di riscoprire la politica del cuore, quella che ha orientato scelte e generazioni: la passione.

Lei parla di “maschilismo strisciante”, definendolo una violenza sorda e negatrice. Ritiene che oggi questa forma di patriarcato sia più pericolosa proprio perché mimetizzata e, a tratti, culturalmente legittimata anche da alcune donne?
La domanda è molto complessa e bisognerebbe partire da molto lontano. In ogni caso, posso solo dire che, nonostante gli sforzi, non siamo ancora riusciti a elaborare un concetto di genere in termini di rispetto e onestà intellettuale. In questo senso sì, esiste ancora un maschilismo strisciante latente che si manifesta con atteggiamenti misogini che in politica si amplificano. Lo stiamo vedendo con la Meloni verso la quale è stato utilizzato più di un termine offensivo e, qualche governatore, si è addirittura spinto oltre definendola “stronza”. Ferma la libertà di credo, il fatto che una donna impegnata in politica possa più o meno piacere non legittima nessuno, uomo o donna che sia, a utilizzare certi epiteti. Purtroppo, il fenomeno è indizio di degrado culturale. Ci tengo a precisare, tuttavia, che il concetto va preso con le pinze. V’è da fare innanzitutto un ragionamento sul contesto. È soprattutto nei piccoli centri di provincia che si percepisce ancora un certo sarcasmo verso il gentil sesso. Scatta il cosiddetto senso di “ommitaggine” (per usare un eufemismo di mio conio) perché è ancora indigeribile il fatto che una donna possa affrontare un uomo in campi che si ritengono tuttora alla stessa preclusi o quantomeno accessibili solo se e nella misura in cui la donna è subalterna o longa manus del padrone. Non voglio generalizzare perché io stessa porto addosso tanto i segni di un maschilismo subdolo di matrice rodrighiana quanto la capacità del mondo maschile di essere più femminista delle femministe. Ho quasi tutti amici maschi e con loro mi sono sempre trovata a mio agio. Non a caso ho scritto un libro con un uomo che stimo tantissimo. Quando si parla di patriarcato, a ogni buon conto, va scandagliato il perimetro socio-culturale-politico di riferimento. Di sicuro, mi scandalizzo di più quando a pensare in un certo modo sono i giovani. Parlo di giovani pure acculturati che, nonostante gli studi, non riescono ad andare oltre certe strutture e sovrastrutture di paese. È a loro che rivolgo il mio appello, indipendentemente dal sesso. La storia ci insegna che a essere ribelle è sempre stato il mondo giovanile e che le più importanti riforme sono partite dalle Università e dai centri di aggregazione giovanili. Oggi paghiamo lo scotto della scomparsa di quegli ammortizzatori morali che, un tempo, erano argine e spinta futurista insieme ma questo non significa che si possa ricreare lo stesso entusiasmo.
A proposito di solidarietà femminile: nel libro si percepisce una denuncia, ma anche una proposta. Cosa dovrebbe cambiare, secondo lei, nel modo in cui le donne si guardano e si supportano, soprattutto nei contesti più chiusi e provinciali?
Lo specchio. Le donne dovrebbero guardarsi meglio allo specchio. L’ immagine che vedranno non è solo il riflesso di loro stesse ma quello dei loro figli. Questo dovrebbe essere sufficiente per far capire loro che solo avendo il coraggio di fare delle scelte si possono rompere gli schemi. Scegliere non è mai semplice perché significa scoprire le carte. Siamo obbligati a dire a noi stessi chi siamo e se stiamo agendo in funzione di quello che potrebbe pensare la gente o in ragione di quello che vogliamo fare veramente. Inutile parlare di parità se non ci crediamo per prima noi stesse. La differenza sta nell’agire in libertà anche contro l’opinione degli altri. Spesso essere fuori dal coro è l’unico modo per fare di quel coro una eccellenza.
Nella pagina che ci ha gentilmente fatto leggere in anteprima , si cita con grande rispetto la figura di Nilde Iotti, ma si evidenzia anche quanto la sua carriera sia stata letta, a volte, come derivata dal legame con Togliatti. Il romanzo si fa quindi anche gesto riparatore della memoria politica?
Come ho già detto, il romanzo parla della Politica e della passione che ha animato la politica di una volta. In questo senso Fabio, Eleonora e Vittorio, i tre personaggi del racconto, personificano le diverse generazioni che hanno interpretato la storia politica italiana. Un parallelismo tra esperienze diverse; tra parti politiche e partitiche diverse rispetto alle quali, nell’ambito della nostra indagine preliminare, abbiamo rintracciato problematiche comuni sia a destra che a sinistra. In questi termini lo scritto si pone come atto di resistenza e strumento di rivoluzione permanente. Con questa chiave di lettura è possibile anche interpretare il romanzo come gesto riparatore. Abbiamo cercato di essere obiettivi nel giudizio e, in questo senso, non si poteva negare a Nilde Iotti ciò che la memoria politica le ha già riconosciuto. Per cui confermo che è stata una donna straordinaria anche se il pettegolezzo sessista di bassa lega l’ha voluta sminuire. Un po’ come per la Meloni oggi. In ogni caso, sarà il tempo, come sempre, il miglior tribunale .
“Brillava di luce propria”, scrive riferendosi a Iotti. Una frase che suona come un manifesto contro la narrazione tossica del merito femminile subordinato. Quanto è difficile, oggi, brillare di luce propria in una società ancora così maschilista?
Non è difficile, è solo pericoloso. Parliamoci chiaro: se uno vale, non c’è sesso che tenga. Ho conosciuto donne capre così come uomini brillanti e viceversa. Però, come ho già detto prima, un conto è vivere a Milano e un altro vivere, per esempio, a Moiano, nel mio paese. Nel secondo caso, rischi il marchio della lettera scarlatta ed Eleonora nel libro ne è un esempio. In questi contesti, ove l’opinione pubblica è ancora manipolabile a causa di tabù non superati, essere se stessi significa essere controvento. Essere diversi è pericoloso perché ti costringe a scegliere tra chi vuoi essere veramente e cosa gli altri vogliono che tu sia. Non tutti riescono a far cadere il velo della omologazione, anche perché questo significa, nella maggior parte dei casi, restare soli, Ammetto, però, che è proprio nei piccoli centri come Moiano che si può ancora sperimentare la rivoluzione dolce. Se la gente decide di cambiare rotta lo fa in silenzio ma lasciando il segno. Per cui non è tanto la difficoltà quanto il coraggio di provarci il punto. Quanto coraggio abbiamo veramente noi donne per sfidare il muro del patriarcato? Siamo pronte a far cadere quel burqa invisibile che ci portiamo addosso da secoli? Dico questo perché si può brillare solo se, per usare le parole di Papa Giovanni Paolo II, si è in grado di prendere in mano la nostra vita per farne un capolavoro.
Lei è stata pubblicamente definita “sciacquina” per aver espresso dissenso politico. In che modo questo episodio ha influenzato la sua scrittura? La letteratura diventa una forma di resistenza, un’arma contro l’invisibilizzazione del dissenso?
Preciso che il romanzo era già finito quando si è verificato questo fatto che, quindi, non ha avuto ripercussioni sulla scrittura. Ricordare l’episodio, però, mi suscita ilarità. Se solo penso a chi lo ha detto e al perché mi viene anche da ridere. Poveraccio, mi fa quasi pena. Il problema vero non è tanto averlo detto ma il perché di quell’atteggiamento. Torniamo sempre allo stesso discorso di prima solo che, in questo caso, c’è l’aggravante del metodo politico di quartiere. Il classico squadrismo da piazza che un certo tipo di politica paesana ancora utilizza per controllare e spegnere sul nascere ogni forma di dissenso. Metodologia medievale che, nel caso in cui il dissenso provenga da parte femminile, vuole che si colpisca e si leda l’immagine della persona in quanto donna. Da qui l’utilizzo del termine “sciacquina” con l’intento di ferire la dignità e il decoro della persona. Tentativo, però, da quattro soldi perché chi ne esce veramente leso è solo chi ha pronunciato l’offesa. Anzi, potrei quasi farmene vanto perché, volendo guardare alla radice del termine, significa che sto “sciacquando per bene” le teste di chi pensa di poter imporre solo la sua verità e imbavagliare la critica politica. Ben venga allora il romanzo e questa intervista perché in entrambi i casi lo scritto diventa una forma di resistenza e, aggiungo, di denuncia contro un certo potere di nicchia rimasto ancora all’età della pietra. Sul punto ci sarebbe da opinare parecchio rispetto all’ultima riforma che ha fatto cadere il limite dei mandati consecutivi per i Sindaci dei comuni medio-piccoli. Il legislatore non ha considerato che ciò crea stratificazioni di potere inaudite. I Sindaci a vita sono diventati dei Faraoni: complice l’ assenza di contrappesi e di un valido sistema di controlli. Ma questo è un altro discorso. Mi limito solo a osservare come l’invisibilizzazione del dissenso è inversamente proporzionale all’interesse e al radicamento del potere.
Generazione inAttesa è anche un titolo fortemente evocativo: di che generazione si parla? E cosa sta aspettando, davvero? Un ritorno alla passione, come dite nel vostro lancio, o una rottura definitiva con l’indifferenza?
Non si tratta di una ma di diverse generazioni; di quelle che, pur essendo passati gli anni, sono ancora in attesa del loro traguardo. Non c’è stata mai la quadratura del cerchio e ogni epoca non ha mai chiuso veramente trovato la sua soluzione. Per cui ci sono nodi irrisolti che, negli anni, si sono stratificati e che, in parte, sono la causa dell’astensionismo. Molte persone, che un tempo sono stati anche attivisti e militanti, oggi sono in difficoltà a esprimere il voto, a riconoscersi in un’area e in un partito. È dai non tesserati che siamo partiti cercando di capire il motivo della loro resa. Ci siamo resi conto che l’apatia e l’indifferenza verso la politica è dipesa da alcune storture del sistema che, man mano, hanno creato il paese degli elettori e l’Olimpo degli eletti. Anche noi, in parte, siamo stati la causa di tale deriva nella misura in cui ci siamo, troppo spesso, turati il naso e voltati dalla parte opposta. Ciò che faceva la differenza un tempo era la passione: ha mosso giovani e scosso le masse. Oggi la democrazia si è chiusa su se stessa e non c’è, a nostro avviso, altro modo per scuoterla se non attraverso una presa di coscienza e un mea culpa da parte della società civile.
L’opera è scritta a quattro mani con Nazzareno Orlando. Come si è svolto il vostro processo creativo? E in che modo le due voci si sono intrecciate e rispettate, senza perdere forza e identità?
Non è stato facile scrivere a quattro mani. Abbiamo dovuto imparare a incastrare due stili e due registri espressivi diversi. Ma la voglia di dire la nostra, in un momento storico in cui si cerca di livellare il pensiero, ha prevalso e ci ha consentito di superare le difficoltà. Poi c’è da dire che ha inciso non poco l’incontro con Fini, che ci ha dato quella giusta carica emotiva che cercavamo. Siamo riusciti a recuperare la stessa passione che un tempo ci ha resi protagonisti di sezioni e congressi e che ci ha consentito di sviluppare quel giusto senso critico che dovrebbe essere la normalità in una società moderna. L’idea di far parlare e agire tre personaggi, personificazione di tre generazioni di politica, ci ha consentito di esprimerci anche come autonome identità. Quindi, non solo il filo rosso del racconto, che è la narratrice senza nome dichiaratasi di sinistra, ma anche le singole personalità che, del racconto, diventano i tasselli necessari. La storia è proprio questa: l’identità che si fa partecipazione e poliedricità di vedute. D’altronde, si tratta di personaggi che, anche un po’ in senso autobiografico, possono definirsi rivoluzionari permanenti per il loro essere eretici di area.
Nei piccoli centri — lo scrive lei stessa — certi retaggi sono più difficili da scardinare. Quanto il contesto sociale e geografico condiziona ancora la libertà di parola, soprattutto per una donna impegnata politicamente?
Tanto, poco e niente. Molto dipende dalle amministrazioni locali. Ci sono amministratori capaci di dare il giusto slancio sociale e culturale al proprio paese e altri che, invece, preferiscono la politica dell’asfalto. È molto facile dire di aver fatto quando tutto si riduce a cemento e a ordinaria amministrazione. Non sto dicendo che l’edilizia non serve a niente, sia chiaro. Dico solo che non si vive di solo pane. Forse, la verità è che non tutti hanno la capacità di autocritica e, spesso, chi amministra pensa di essere necessariamente dalla parte della ragione per diritto divino. Ci vuole coraggio e lungimiranza per scegliere di investire in futuro e molti preferiscono badare solo al proprio orticello. Quando accade ciò si riducono gli spazi delle libertà e si implementa il vassallaggio politico. In questo senso è chiaro che, quanto più si opacizza il confine tra diritto e dovere, tanto più la libertà di critica, e quindi di parola, viene mortificata. Anzi, accade nella maggioranza dei casi che il dissidente diventa il nemico, colui che va messo alla gogna; la strega da ardere. È il classico metodo del don Rodrigo manzoniano con l’unica differenza che oggi siamo nel 2025 e la gente dovrebbe avere gli strumenti necessari per capire che chi amministra è al servizio dei cittadini e non viceversa. Invece, assistiamo ancora a casi in cui la politica fa passare per favori ciò che , in realtà, sono obblighi.
Il vostro libro sarà al centro di una serie di incontri in tutta Italia. Cosa si aspetta dal confronto con i lettori? E quali reazioni spera di suscitare, soprattutto tra i giovani e le giovani?
Non abbiamo pretese. Per noi scrivere di politica era l’unico modo per resistere; per non cedere alla resa delle menti; l’unico strumento per continuare a combattere. Abbiamo voluto lasciare il nostro testamento e, al contempo, vogliamo essere un monito per chi verrà dopo di noi. Speriamo solo di essere riusciti a trasmettere al lettore la nostra esperienza, fatta anche di momenti difficili e dolorosi, e al contempo, di essere riusciti a inoculare anche la giusta carica di autostima. Abbiamo il dovere morale di consegnare ai nostri figli quello che ci hanno trasmesso i nostri nonni: la dignità.
La politica sembra avere smarrito il senso della passione che ha animato le grandi riforme. Generazione inAttesa è, in fondo, anche un atto d’amore per la politica vera. Crede ci sia ancora spazio per un linguaggio politico autentico, non cinico, non strumentale?
Se non ci credessi non avrei scritto di politica. Va recuperato il partito dei non tesserati, degli astensionisti e dei delusi. Sono questi la vera pars construens. I nostri politici dovrebbero porsi il problema dell’astensionismo che, allo stato, sembra l’unico vincitore indiscusso delle elezioni. Forse è giunto il momento di rivedere i meccanismi e i sistemi elettorali e di ripensare anche il sistema delle autonomie locali. Tra l’altro, la Consulta in più di una occasione ha ribadito che solo la preferenza è conforme a Costituzione. In questo senso, si auspica che il legislatore prenda atto del fatto che proprio il meccanismo delle liste bloccate ha acuito la frattura tra politica e società.
Una frase finale del suo romanzo o della sua esperienza che vorrebbe restasse impressa ai lettori e alle lettrici.
“Se sei la scelta, diventalo. Te lo dice uno che ha vissuto sulla sua pelle tutta la dittatura della democrazia”, è questa la frase che, a mio avviso, stigmatizza il senso del libro. È il monito di Fabio a Eleonora. È una frase che racchiude passato e presente insieme. Consegna al lettore la responsabilità delle proprie scelte; gli ricorda di non piegarsi mai al malaffare perché poi sarà difficile rialzare la schiena. Allo stesso tempo, chiede al lettore di riflettere sul labile confine tra democrazia e dittatura allorquando il sistema si orienta verso la protezione del potere, delle lobbie e della casta. È in quel momento che diventa lecito dissentire: l’unica via è la disobbedienza civile che Grozio profetizzava come diritto naturale delle genti. Fabio, nel libro, diventa l’interprete di questo diritto. Attraverso la sua esperienza si giunge a comprendere come la libertà in senso lato, spesso, è dolosamente fraintesa. Diventa la libertà dei soli vincitori. In questo senso, quanto diversi sono quei vincitori rispetto ai vinti che definivano dittatori? Dovremmo porci tutti questa domanda perché anche la libertà dei vincitori è democrazia ma essa, per i vinti, altro non è che una dittatura velata.
Teresa Meccariello
Insignita del Premio speciale “Gladiatore sannita 2003”, si laurea in Giurisprudenza nel luglio
2010 presso l’Ateneo “Federico II” di Napoli con una tesi in diritto processuale amministrativo dal
titolo “L’esecuzione delle decisioni del Capo dello Stato dietro ricorso straordinario” , relatore
Prof. Giovanni Leone. Autrice di tre pubblicazioni scientifiche di diritto amministrativo, è
attualmente un avvocato del Foro di Benevento. Ha conseguito tre perfezionamenti e,
rispettivamente, in Amministrazione e finanza degli Enti locali nel 2013 presso il medesimo ateneo
napoletano, in Scienze criminologiche, penalistiche e processual-penalistiche nel 2014 presso il
Campus universitario di Fisciano-Salerno, discutendo una tesi sulla utilizzabilità della prova
scientifica nel processo penale, e in Scienze penalistiche integrate nel 2024 presso l’Università di
Napoli Federico II, discutendo una tesi sulla legittima difesa e materia penale. È attualmente
vincitrice e titolare di un assegno di ricerca in “Cybercrime, cybersicurezza e reati informatici”
presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università Federico II nell’ambito del partenariato
esteso di dieci Università. Già candidata alla Camera dei deputati nel 2013 per il collegio Campania
II, si è sempre distinta per il suo poliedrico impegno sociale e per la partecipazione attiva alla vita
politica.
Nazzareno Orlando
Laureato in Ingegneria ha lavorato per oltre trenta anni per una importante azienda aerospaziale.
È giornalista ed ha diretto il mensile “Terra di mezzo”. Attualmente è Direttore Responsabile di
OPEN TLC che si occupa di problematiche legate al mondo di internet e di lotta al “digital divide”.
Si è diplomato in regia ed ha insegnato in diverse scuole di teatro dopo aver seguito numerosi
stage e corsi di perfezionamento sia in Italia che all’estero. Per anni si è interessato di teatro
d’avanguardia e di installazioni multimediali dando vita al gruppo dei Temperafusibili. Ha ricoperto
il ruolo di Assessore alla Cultura e Comunicazione per un decennio , nella sua città, Benevento. Per
anni ha collaborato alla realizzazione del Festival Benevento Città Spettacolo ed è stato tra gli
ideatori della Fondazione ad esso collegata. È stato Direttore della Collectanea Pensiero Lento –
Edimedia Editori. Ha all’attivo la pubblicazione di tre libri per la Casa editrice Homo Scrivens.
Attualmente è Project Manager dell’emittente televisiva Lab Tv . È stato Vice Presidente del CRTC
Circuito Regionale Teatrale Campano. Ha collaborato all’organizzazione e diffusione di numerosi
eventi insieme a Ugo Gregoretti, Maurizio Costanzo, Mariano Rigillo, Ruggero Cappuccio, Giordano
Montecchi, Giulio Baffi e molti altri.
QUARTA DI COPERTINA
Un diario ritrovato tra gli scaffali della libreria paterna. Una lettrice che non ha nome, figlia dei
nostri tempi, e un viaggio a Parigi.
L’incontro inaspettato tra Fabio, Eleonora e Vittorio che riaccende vecchi amori e sopite passioni.
L’occasione della vita per sciogliere nodi del passato e riflettere sugli ideali che animano certe
scelte governative, le battaglie sociali per le quali ci si espone, l’emancipazione femminile.
Una storia coinvolgente e palpitante che invita i lettori a riscoprire la bellezza della passione
politica, quella vera, al servizio della persona e della comunità.
“Se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei scritto di politica, mi sarei messa a ridere.”
Comincia così la lettura di un’esperienza di scoperta, prima di sé stessi e poi dell’opera.
Antonella Totty Rosa
Scrittrice. Fotografa. Web Designer Animatrice culturale Gruppo Helgoland















