Di Domizia Di Crocco
C’è un’immagine che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia una responsabilità politica: bambini con lo sguardo vuoto, madri che stringono tra le braccia figli troppo deboli anche solo per piangere, padri che non hanno più pane da portare a casa. È la fame a Gaza, non un concetto astratto, non un problema distante, ma un’emergenza che ci riguarda da vicino.
In un mondo che vanta tecnologie spaziali, intelligenza artificiale e ricchezze sterminate, il fatto che una popolazione civile venga ridotta alla carestia è qualcosa di inaccettabile, anzi, scandaloso. E la politica non può limitarsi a “condannare”, a fare dichiarazioni di principio o a rifugiarsi dietro il linguaggio diplomatico. Le parole, da sole, non saziano nessuno.
Il compito della politica, quando la fame diventa arma di guerra, è uno solo: aprire i corridoi umanitari, garantire accesso immediato e sicuro agli aiuti, esercitare tutta la pressione possibile – politica, economica, diplomatica – su chi ostacola il flusso di cibo e medicine. Non è una questione di schierarsi da una parte o dall’altra, ma di affermare un principio universale: il diritto a non morire di fame.
Chi governa deve smettere di trattare Gaza come un tema marginale o come un terreno di calcolo geopolitico. La vita delle persone non può essere barattata con equilibri di potere. Ogni ritardo, ogni esitazione significa altre bocche vuote, altri corpi che si spengono.
Forse la politica ha paura di apparire “sbilanciata” o di perdere consenso. Ma la vera neutralità, oggi, non è restare in silenzio: è difendere i civili, a prescindere dal colore della loro bandiera. È ricordare che la carestia non ha appartenenza politica, ma colpisce chiunque.
Se la politica non trova il coraggio di agire davanti alla fame, allora smette di essere politica e diventa complicità. E sarà giudicata dalla storia per il suo silenzio, molto più duramente che per i suoi errori.















