La morte di Emilio Fede segna la fine di un’era che non possiamo archiviare con un epitaffio di comodo. Il giornalista si è spento il 2 settembre 2025, all’età di 94 anni (Il Post) (Sky TG24), ma la sua eredità professionale rappresenta un nodo irrisolto nella storia dell’informazione italiana che merita un’analisi spietata.
Fede non è stato semplicemente un “servo del padrone”, come troppe analisi superficiali tendono a liquidarlo. È stato piuttosto l’architetto consapevole di un modello informativo che ha normalizzato la confusione tra cronaca e advocacy, trasformando il telegiornale da strumento di informazione pubblica in dispositivo di costruzione del consenso. La sua figura incarna il momento storico in cui il giornalismo italiano ha definitivamente abbandonato l’illusione dell’oggettività per abbracciare una dichiarata partigianeria, ma senza mai ammetterlo esplicitamente al pubblico.
Il vero lascito di Fede non risiede nelle sue gaffe o nei suoi eccessi retorici, che la satira ha giustamente ridicolizzato, ma nella metodologia che ha codificato: l’uso sapiente dell’emotività per bypassare il ragionamento critico, la selezione delle notizie secondo criteri di utilità politica, la trasformazione dell’informazione in spettacolo senza mai dichiarare questa metamorfosi. Ha anticipato, con decenni di anticipo, quello che oggi chiamiamo “infotainment” e che caratterizza l’ecosistema mediatico globale.
La questione che la sua scomparsa ci pone non è morale ma strutturale: esiste davvero un giornalismo completamente indipendente in un sistema mediatico dove la proprietà determina inevitabilmente la linea editoriale? Fede ha semplicemente reso esplicito ciò che altri mascherano dietro proclami di obiettività. Ha praticato una trasparenza involontaria sulla natura intrinsecamente compromessa dell’informazione commerciale, mostrandoci che ogni testata risponde a logiche economiche e politiche specifiche.
Oggi, nell’era dei social media e dell’algoritmo, il modello Fede non è scomparso ma si è moltiplicato e frammentato. Ogni piattaforma, ogni influencer, ogni testata online riproduce in forme diverse quella stessa logica: costruire narrazioni funzionali a interessi specifici, utilizzando tecniche persuasive sempre più raffinate. La differenza è che mentre Fede operava in un sistema mediatico ancora relativamente trasparente nelle sue appartenenze, oggi assistiamo a una colonizzazione dell’informazione da parte di algoritmi opachi e interessi spesso invisibili.
Ricordare Fede significa quindi riconoscere che rappresentava una fase “onesta” della disonestà informativa italiana: dichiarava implicitamente i suoi padroni, rendeva riconoscibile la sua parzialità, permetteva al pubblico di decodificare il messaggio. Il rischio contemporaneo è trovarsi di fronte a forme di manipolazione più sofisticate e meno riconoscibili, dove la propaganda si traveste da neutralità algoritmica e la partigianeria si nasconde dietro l’apparente democraticità dei social network.
La sua morte ci obbliga a una domanda radicale: preferiamo un giornalismo dichiaratamente schierato ma trasparente nelle sue appartenenze, o continuare a inseguire il mito dell’obiettività in un ecosistema informativo dove l’indipendenza assoluta è strutturalmente impossibile? Fede, almeno, non ci mentiva sulla natura del suo lavoro.
Daniela Piesco
foto Nicola Porro













