“Non si diventa ciò che si vuole, ma ciò che si riesce a non smettere di essere.” — Albert Camus
La Mostra del Cinema di Venezia del 2025 ha scelto di rendere omaggio a una figura che ha incarnato il paradosso e la forza del mito hollywoodiano: Kim Novak, la diva che più di altre ha sfidato regole, convenzioni e perfino il tempo. A novantadue anni, riceve il Leone d’Oro alla carriera, suggello tardivo ma doveroso di un percorso che è molto più di una filmografia: è una parabola esistenziale, artistica e culturale.
La sua storia non è quella lineare delle dive create e poi consumate dall’industria, ma una traiettoria spezzata, fatta di rotture e rinascite, di fughe e ritorni, di silenzi e grida. Novak non è mai stata soltanto “la bionda di Hitchcock”; il suo vero talento è stato sottrarsi alle definizioni, trasformarsi senza mai tradire se stessa.
Infanzia difficile, volontà indomita
Nata a Chicago il 13 febbraio 1933 come Marilyn Pauline Novak, figlia di due insegnanti di origine ceca, conobbe fin da bambina l’ostilità del mondo. Bullismo, violenze, incomprensioni familiari: ferite profonde che contribuirono all’insorgere del disturbo bipolare. Da quella fragilità nacque una forza nuova, la capacità di non piegarsi, di riplasmarsi pur restando radicata nella propria identità.
Appena adolescente venne ribattezzata “Miss Deepfreeze” per una pubblicità di congelatori. Era un soprannome quasi profetico: un’immagine di ghiaccio dietro cui ardeva un fuoco interiore destinato a bruciare con violenza.
Il nome, la scelta, la ribellione
Il debutto al cinema arrivò per caso, con una particina muta che catturò l’attenzione dei produttori. Harry Cohn, il potente capo della Columbia Pictures, voleva trasformarla in un’altra creatura dello star system, cambiandole persino il nome in “Kit Marlowe”. Ma Novak resistette: accettò “Kim”, breve e memorabile, ma pretese di conservare il cognome.
Quel rifiuto di cancellare le proprie radici fu il primo atto di indipendenza in un mondo che chiedeva sottomissione. Novak non voleva essere una copia, voleva essere se stessa. In quella fermezza risiede il senso più autentico della sua carriera: non la costruzione di un personaggio conforme, ma la difesa ostinata di un’identità complessa.
L’incontro con Hitchcock: l’icona e il peso del mito
Il ruolo della vita arrivò con Vertigo (1958), accanto a James Stewart. Hitchcock, ossessionato dalla ricerca della “donna ideale”, le impose il rigore del tailleur grigio, i capelli biondi impeccabili, lo sguardo algido e magnetico.
In quel doppio ruolo di Madeleine e Judy, Novak portò sullo schermo l’ambiguità, la fragilità e la potenza di una donna intrappolata in un gioco più grande di lei. Il film, accolto freddamente all’uscita, sarebbe poi riconosciuto come uno dei capolavori assoluti del cinema. Hitchcock non la stimava: la considerava inesperta, “non un’attrice vera”. Novak ammise di non aver avuto una formazione tecnica, ma di aver messo in quel personaggio tutta se stessa. La sincerità che traspariva dal suo sguardo trasformò la sua performance in leggenda.
Le relazioni scandalose e la ribellione alle regole di Hollywood
A differenza di molte colleghe, Novak non accettò di essere un ingranaggio docile. Amò uomini che l’industria non approvava: da Sammy Davis Jr., con cui visse una storia osteggiata dal razzismo sistemico, al figlio del dittatore dominicano Rafael Trujillo, fino a relazioni chiacchierate con sportivi e attori fuori dagli schemi. Hollywood non perdonava simili scelte. Le major, che pretendevano il controllo totale della vita privata delle star, cercarono di soffocarla. Novak, però, preferì allontanarsi piuttosto che piegarsi.
L’esilio volontario e la rinascita
Negli anni Sessanta, mentre le offerte cinematografiche si riducevano a ruoli stereotipati, Novak decise di dire basta. Vendette la sua casa di Big Sur, devastata da disastri naturali, e si ritirò in Oregon, dove incontrò il veterinario Robert Malloy, con cui condivise un matrimonio sereno fino alla sua morte nel 2020.
Non fu una scomparsa, ma una metamorfosi. Si dedicò alla televisione, alla pittura, alla musica, alla poesia. L’arte divenne per lei un linguaggio più intimo e autentico, un modo per convivere con la malattia mentale e per dare forma ai propri demoni. Le sue tele colorate raccontano una Novak diversa, meno diva e più donna, meno mito e più creatura fragile ma viva.
Malattia, cadute, resurrezioni
Novak non ha mai nascosto le proprie vulnerabilità. Ha parlato apertamente di disturbo bipolare, ha superato un cancro al seno, ha rischiato la vita in una caduta da cavallo. Nel 2014, vittima di feroci critiche per il suo aspetto agli Oscar, scrisse una lettera pubblica rivendicando il diritto a invecchiare e a sbagliare: “Facciamo tutti cose stupide nella vita. L’importante è farle a modo nostro”.
Quella frase riassume la sua filosofia: non l’ossessione per la perfezione, ma la libertà di vivere, cadere e rialzarsi senza smettere di essere autentici.
Un Leone d’Oro che vale più di una carriera
Il Leone d’Oro a Kim Novak non premia soltanto la sua filmografia — breve rispetto ad altre dive del passato — ma un’intera visione del mondo. È il riconoscimento a una donna che ha sfidato lo star system, i pregiudizi razziali, il maschilismo dell’industria, e che ha saputo reinventarsi mille volte senza mai dissolversi.
Kim Novak è stata attrice, musa, amante scandalosa, pittrice, sopravvissuta. Ma soprattutto è stata una donna libera, capace di abitare se stessa in tutte le sue contraddizioni.
L’eredità di una diva ribelle
Oggi, quando la vediamo tornare a Venezia, il suo volto porta i segni del tempo e della vita, ma anche la luce irriducibile di chi ha saputo scegliere sempre con coraggio. La Novak non ha mai voluto essere perfetta, ma vera.
La sua eredità non è solo nei fotogrammi di Vertigo o nei manifesti d’epoca, ma nel messaggio che lascia alle nuove generazioni: non farsi definire dagli altri, non accettare ruoli che cancellano l’identità, non avere paura di cambiare rotta.
In un’epoca in cui l’immagine domina più della sostanza, Novak ci ricorda che il coraggio di restare fedeli a se stessi è la forma più alta di arte.
Un ricordo personale
Ricordo ancora quando vidi Vertigo per la prima volta: ero giovane, e ne rimasi folgorato. Insieme a La signora di Shanghai, fu quel film a farmi desiderare di diventare regista. Sembrava che il cinema potesse davvero contenere la vita intera, con i suoi abissi e le sue vertigini, con le ombre che inseguono la luce. Ma si sa, i sogni muoiono all’alba.
Eppure, anche quando non si realizzano, i sogni lasciano tracce indelebili. Forse non ho mai girato un film, ma l’incanto di quelle immagini ha continuato a modellare il mio sguardo sul mondo: mi ha insegnato a leggere i silenzi, a cogliere i dettagli, a riconoscere la bellezza nelle pieghe inattese della vita. In fondo, ogni spettatore porta con sé un po’ di cinema, come se le storie viste sullo schermo diventassero parte della propria memoria personale.
Così, immagino il poeta Italo Nostromo, al mattino presto, camminare lungo una spiaggia qualsiasi o per le strade silenziose della città, e ovunque percepire la presenza di Kim Novak: non solo sulla sabbia del Lido, ma in ogni luogo, in ogni istante della vita. Ad un tratto, lei si gira, lo riconosce, e gli sorride: un gesto lieve, un ciao con la mano che sembra sospendere il tempo. Nostromo, rapito dall’incanto, si inchina, quasi a omaggiare non soltanto la diva, ma la libertà, la bellezza e tutte le vite che lei ha vissuto. E in quell’istante, il poeta sa che ogni sogno, anche quelli sfumati all’alba, possono trovare una luce inattesa, ovunque e sempre, e che la memoria di Kim Novak continuerà a camminare accanto a chiunque sappia vedere, ascoltare e sognare.















