Quanto segue è una mia analisi critica che andrà probabilmente controcorrente rispetto al consenso unanime registrato al Lido. Ma è proprio quando tutti applaudono nella stessa direzione che il giornalismo,a mio avviso , deve guardare altrove.
Ventiquattro minuti di applausi per una bambina morta da otto mesi. Facciamo i conti: ogni minuto di ovazione per ogni mese di silenzio mediatico. È il nuovo cambio delle vittime: non più dollari per barili di petrolio, ma minuti di applausi per morti documentate.
La verità scomoda è che Hind Rajab è morta due volte: la prima volta il 29 gennaio 2024 in un’auto a Gaza, la seconda volta il 2 settembre 2024 al Lido di Venezia, quando è diventata un “personaggio cinematografico”.
E indovinate quale delle due morti ha fatto più rumore?Ben Hania non ha girato un documentario, ha creato il primo necro-influencer della storia del cinema. Hind Rajab ha più follower da morta che followers da viva. Il suo ultimo post è stato una chiamata di soccorso, il suo engagement rate si misura in lacrime versate in sale cinematografiche climatizzate.
Ma ecco la perversione più sottile: quel pubblico veneziano non stava applaudendo una bambina morta, stava applaudendo se stesso. Ogni battito di mani era un “io sono una brava persona che si commuove per le tragedie”. L’applauso più lungo della storia del festival non è un record artistico, è un record di autogratificazione morale. La standing ovation è diventata il nuovo “thoughts and prayers” dei social media: un gesto che costa zero, impegna a niente, ma ti fa sentire parte della soluzione.
Ventiquattro minuti per lavarsi la coscienza senza sporcarsi le mani.
Ma qui emerge il paradosso più perverso: l’arte non-occidentale che viene occidentalizzata dal suo stesso successo.Ben Hania è tunisina, Hind era palestinese, ma quel film è morto nel momento in cui è entrato in concorso a Venezia. È stato fagocitato dalla macchina culturale occidentale che trasforma tutto in prodotto per il proprio consumo emotivo. Non importa da dove arrivi l’opera, quello che conta è dove viene metabolizzata.
Il vero crimine non è che l’Occidente non produca arte di denuncia è che la trasforma in nutrimento per la propria superiorità morale.
Ben Hania ha fatto un atto di resistenza, Venezia l’ha trasformato in un accessorio di classe.Ecco la trappola perfetta: per essere ascoltate, le voci del Sud del mondo devono parlare nelle cattedrali culturali del Nord. Ma nel momento in cui vi entrano, cessano di essere grida di rivolta e diventano opere d’arte.
La rabbia viene estetizzata, l’urgenza viene programmata in un orario di proiezione.L’industria culturale occidentale non censura più, non ha bisogno di farlo. È molto più sofisticata: canonizza. Prende l’arte di denuncia e la promuove a “capolavoro”, uccidendone il potere sovversivo.
Non si può più essere contro il sistema quando il sistema ti celebra con standing ovation da record.Ben Hania voleva rompere il silenzio su Gaza, invece ha fornito al pubblico occidentale l’ennesima occasione per sentirsi dalla parte giusta della storia senza muovere un dito. Ha dato al Festival di Venezia l’opportunità di dimostrarsi “politicamente impegnato” senza rischiare nulla. Il suo film è un atto d’accusa che è stato processato, condannato e trasformato in intrattenimento colto.
L’arte non-occidentale di protesta viene occidentalizzata non appena entra nei circuiti che dovrebbe denunciare.Hind Rajab è morta aspettando un soccorso che non è mai arrivato. Ben Hania ha fatto un film per impedire che si ripeta. Ma quel film è finito nella stessa macchina culturale che rende possibili e sopportabili tragedie come quella di Hind.
Il pubblico è uscito dal cinema purificato, non trasformato. Ha applaudito l’arte che denuncia l’indifferenza mentre rimaneva perfettamente indifferente.
L’Occidente ha trovato il modo di essere antirazzista con il razzismo, antifascista con il fascismo, e ora anche anti-genocidio con il genocidio: basta batterci le mani sopra per 24 minuti.












